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mercoledì 24 aprile 2013
Funerale al sindaco De Magistris. La minaccia è vera, nessuno dice niente
di Arnaldo Capezzuto, 23 aprile
Una carro funebre. Una bara. Una croce di legno alla cui sommità compare un cero acceso, al centro c’è la foto del sindaco di Napoli Luigi de Magistris e nella parte inferiore, in bella evidenza, un fiocco e una ghirlanda di fiori viola in segno di lutto. La macabra manifestazione è andata in scena lunedì sera al Vomero, quartiere d’origine del primo cittadino, non interessato – chiariamo – ad alcun provvedimento di Ztl (zona a traffico limitato). Strane facce qualificatesi come “commercianti esasperati” hanno inscenato – a nome della città – per le strade dello shopping un funerale. “A noi del signor sindaco non interessa proprio niente, anzi non gli facciamo neppure le esequie, in questa bara ci sono tutti i napoletani stufi della sua amministrazione”. Il feretro funebre sfila in spalla e attraversa – a passo d’uomo – le vie del quartiere sotto lo sguardo compiaciuto di alcuni titolari di esercizi commerciali. Chiariamo, la protesta è legittima. Le manifestazioni sacrosante. La contrapposizione, anche se spigolosa, utile per chi governa. Non tocca a me difendere il sindaco di Napoli Luigi de Magistris e la sua traballante Giunta. Una cosa è dissentire, altra, invece, è scatenare un fuoco di fila. E’ fuor di dubbio constatare strane coincidenze e iniziative di piazza che per modalità, organizzazione e violenza fanno pensare a una regia attenta di entità non meglio identificate. Portare una cassa da morto in corteo e scandire il nome e il cognome del primo cittadino non mi sembra proprio uno sfottò alla napoletana. Non si tratta neppure di una manifestazione pittoresca a tinte forti. Mi sembra, invece, un’intimidazione. Una minaccia. Un messaggio dall’indubbia mafiosità. Ciò che mi ha colpito, però, è vedere dei negozianti ammiccare, fare la risatina, battere le mani al passaggio della bara. Un compiacimento grave. Una non reazione, a quella provocazione di cattivo gusto, che mi inquieta. Un ossequioso e tacito rispetto che mi fa rabbrividire. Voglio ricordare che nonostante le tante passeggiate per la legalità nei quartieri Vomero – Arenella, l’affollata associazione dei commercianti non è mai riuscita a costituire uno sportello antiracket e usura. Proprio nel rione collinare c’è un elevato cambio d’intestazioni di attività commerciali, aperture e chiusure di negozi, fallimenti pilotati, sequestri e amministrazioni giudiziarie di esercizi ricollegabili ad attività legate a camorristi e riciclaggio. A proposito di anniversari, voglio ricordare che nell’aprile di tre anni fa si concluse il processo in primo grado con pesanti condanne sulla camorra del Vomero. I giudici della sesta sezione penale inflissero ventisei anni di reclusione ad Antonio Caiazzo, ventidue a Maurizio Brandi e sedici a Giovanni Alfano, ritenuti i capi delle organizzazioni criminali attive nel cuore del quartiere collinare. Alfano era già stato condannato all’ergastolo per l’ omicidio di Silvia Ruotolo, uccisa per errore durante un sparatoria in Salita Arenella l’11 giugno 1997. L’allora pm Raffaele Marino, adesso procuratore aggiunto a Torre Annunziata, nel corso della sua voluminosa inchiesta sottolineò l’assoluta reticenza e omertà dei titolari dei negozi dei due quartieri dello shopping che pagavano abitualmente il racket dell’estorsione. I titolari degli esercizi chiamati dall’autorità giudiziaria in fase istruttoria e al dibattimento hanno sempre negato di sborsare la tangente in favore dei clan. Bugie dalle gambe corte come poi hanno mostrato le risultanze investigative. Lo scrissi pochi giorni fa: a Napoli c’è un clima pesante. Ci sono poteri che si saldano e che vogliono determinare situazioni di caos e accendere focolai. Lo stesso sindaco lo ha denunciato: “C’è un tentativo di destabilizzare la città da parte di ambienti che si servono di delinquenti di strada, il cui obiettivo è far entrare, nei ruoli in cui si decide, chi vuole mettere le mani sulla città”. C’è un’apnea come se tutti aspettassero ai bordi del fiume il passaggio del cadavere trascinato dalla corrente. Ribadisco il concetto, la Napoli dell’antica malattia meridionale del “nonsipuotismo”, dev’essere ricacciata via nelle fogne. Napoli è dei napoletani onesti che vogliono addosso il sole caldo della legalità e respirare aria pulita.
martedì 5 marzo 2013
Zero tituli - Marco Travaglio - Il F.Q. 05/03/2013
C’è una sola corporazione più refrattaria della casta politica al cambiamento: quella dei giornalisti. Ieri ci siamo muniti di microscopio elettronico alla ricerca di una qualche traccia della notizia pubblicata sabato dal Fatto: la denuncia, precisa e circostanziata, del procuratore del Trentino Alto Adige della Corte dei Conti Robert Schülmers sulle pressioni ricevute dal Pg Nottola e dal presidente Giampaolino per salvare le chiappe al governatore della Provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder della Südtiroler Volkspartei. Costui, a leggere le indagini dei magistrati contabili, ma anche varie inchieste giornalistiche, è un incrocio fra Matusalemme e Sardanapalo: al potere ininterrottamente dal 1989 (prima del crollo del Muro di Berlino), è accusato di sperperare il denaro pubblico in regali all’ex moglie e all’ex fidanzata e in spese folli col solito trucco dei “rimborsi”. Ma è anche un alleato storico del centrosinistra: alle ultime elezioni i 145 mila voti di Svp sono stati decisivi per assicurare a Bersani il primo posto. Così, narra Schülmers, nel giugno 2012 Durnwalder va in visita pastorale al Quirinale e subito dopo, come per incanto, partono i calorosi inviti al procuratore perché archivi le indagini sul governatore e usi il guanto di velluto con la giunta altoatesina, altrimenti “ci/ti distruggono”. Il tutto accompagnato da minacce di dossier sul suo conto: roba che, se ci fosse di mezzo B., si griderebbe alla “macchina del fango”. Invece tutti zitti e mosca. E dire che i riferimenti alle pressioni del Quirinale si sprecano, nero su bianco. Del resto, è un copione già tristemente visto. Non è un mistero che Napolitano si sia messo in testa di essere il capo della magistratura, mentre è soltanto il capo dell’organo di autogoverno che dovrebbe difendere i magistrati dalle pressioni esterne. Non esercitarle. Quando il pm Woodcock terremotò Potenza con le sue indagini, il Colle chiese informazioni su di lui. Quando la Procura di Salerno scoprì gli insabbiamenti delle indagini di De Magistris a Catanzaro e andò a sequestrare gli atti negati dagli insabbiatori, Napolitano chiese addirittura le carte dell’indagine. E quando la Procura di Palermo indagò sui politici implicati nella trattativa Stato-mafia, Napolitano e il consigliere D’Ambrosio si attivarono su richiesta di Mancino (indagato per falsa testimonianza) per ottenere dal procuratore nazionale antimafia Grasso e dal Pg della Cassazione (prima Esposito, poi Ciani) l’avocazione dell’indagine o almeno il salvataggio di Mancino. Ora non un passante o un quacquaracquà, ma il capo della Procura della Corte dei Conti del Trentino-Alto Adige denuncia l’“interferenza indebita del Quirinale” nelle sue indagini su Durnwalder . Ma nessun giornale ritiene che sia una notizia. Non una riga su Repubblica, Stampa, Messaggero, e neanche sul Giornale e su Libero (meglio tenersi buono Napolitano per il governissimo salva-Nano). Le uniche tracce della notizia si rinvengono, per i lettori dotati di strumenti di rilevazione ad alta precisione, in una breve di 25 righe sul Corriere. Ma, beninteso, senz’alcun cenno al ruolo del Quirinale, se non per smentirlo senza spiegarlo. Il tutto sotto un titolo fatto apposta per non far capire nulla: “‘Pressioni pro-Durnwalder’. Giampaolino: tutto falso”. Chissà oggi come farà la libera stampa a occultare ancora la notizia, visto che ieri il Quirinale ha emesso un comunicato. Intanto, in prima pagina, Beppe Severgnini definisce “umiliante sapere le intenzioni di M5S leggendo le anticipazioni di un’intervista di Grillo alla rivista tedesca Focus”. Più o meno come apprendere le intenzioni del Pd da un’intervista di Bersani a Che tempo che fa. Ma mai così umiliante come la stampa italiana che censura le notizie sgradite al Quirinale a edicole unificate. Poi dice che uno parla con Focus.
mercoledì 6 febbraio 2013
venerdì 4 gennaio 2013
Perché Antonio Ingroia sfonderà - Il Fatto Quotidiano
di Benny Calasanzio Borsellino
4 gennaio 2013
E dunque, considerando un sondaggio per quello che è, ovvero un sondaggio, la lista
Rivoluzione Civile e il suo portabandiera, Antonio Ingroia, sono passati da uno 0,5%
nelle intenzioni di voto, rilevato da Swg a metà dicembre, al tondo 5 per cento di Piepoli
diffuso in questi giorni. E con tutti i guanti felpati del caso, qualche riflessione si può
già fare.
Quattro sono gli aspetti fondamentali che mi fanno pensare che questo 5% sia solo il
primo gradino di una scalata che può portare Rivoluzione Civile laddove nessuno può
immaginare.
1) Boom a tempo record. Non ho ricordi di altre formazioni politiche che a pochi giorni
dalla nascita abbiano sfondato l’ipotetico muro del 5 per cento. Molti ancora non sanno
nemmeno che Ingroia abbia accettato e che sia candidato. Con una campagna elettorale
condotta con intelligenza è fisiologico che quella percentuale possa tranquillamente
raddoppiare, visti anche i cali di altri schieramenti.
2) Il profeta Mastella. Quando l’ex pm Luigi de Magistris lasciò il comodo scranno a
Bruxelles dichiarando di voler fare il sindaco di Napoli, sfidando sia Pd che Pdl, il coro
di pernacchie politiche fu unanime. Clemente Mastella, un vecchio esemplare politico
che i più giovani non ricorderanno già più, si spinse a dire: “Se Luigi de Magistris va al
ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a
fare il sindaco di una grande città”. De Magistris è riuscito in un’impresa titanica parlando
una lingua comune, dialogando ma non sottostando ai partiti e chiedendo l’aiuto di
migliaia di giovani che sono arrivati a Napoli anche dal Nord Italia per sostenerlo.
Se Ingroia è il leader della formazione, de Magistris è il padre nobile; entrambi non
soffrono di primadonne e insieme stanno lavorando molto bene. Non riesco a vedere
nubi all’orizzonte.
3) I “dissuasori per affetto”. Già alla firma del manifesto “Io ci sto” era nell’aria che
Antonio Ingroia avrebbe accettato le molte richieste di scendere/salire/spostarsi in campo
da parte dei movimenti e dello stesso sindaco di Napoli. E immediatamente si sono
moltiplicati gli appelli che gli chiedevano, invece, di non farlo, di rimanere in magistratura.
Nel 99% dei casi si trattava di persone perbene, di giovani, di uomini e donne impegnate
sul quotidiano fronte antimafia. Voce migliore e più attendibile è stata quella di Nando
Dalla Chiesa, un galantuomo amico di Ingroia, che con grande sofferenza ha spiegato
perché l’ex pm abbia fatto una scelta sbagliata; Dalla Chiesa, nella sua intervista alla
Stampa, si è fatto portavoce di tutte quelle persone, note e meno note, che più o meno
apertamente speravano fino alla fine che Ingroia facesse un passo indietro, non perché
“inadatto”, ma per preservare il suo patrimonio professionale fatto di inchieste e indagini delicatissime che sarebbero potute risultare delegittimate da un impegno politico. Ma ora
che l’ex pm palermitano ha ufficialmente accettato la candidatura, è difficile pensare che
tutte quelle persone, che sono davvero tante e che gli riconoscevano integrità morale e
capacità, ora che il dado è tratto alle urne, scelgano di non sceglierlo. Che, avendo la
possibilità di spedirlo in Parlamento per seminare panico e disperazione tra i vari
Dell’Utri e Cosentino, scelgano altro. Suppongo che nella maggior parte dei casi, proprio
in virtù della stima che nutrono nei confronti di Ingroia, gli accorderanno la propria
fiducia e inviteranno altri a farlo: “non avresti dovuto, ma ormai che ci sei…”. Così
penso che farà (senza conoscerlo bene) Nando Dalla Chiesa, e così penso faranno tutti
gli altri che, quasi con affetto, gli chiedevano di finire il suo lavoro in Guatemala e poi
tornare a Palermo.
4) Movimento 5 Stelle. Prima di Rivoluzione Civile, per chi, come me, non avrebbe
voluto rinunciare al voto, non ci sarebbero state molte scelte. Turandosi il naso per una
gestione putiniana del dissenso, io stesso avrei votato per il M5S, non per Grillo: conosco
la maggior parte dei candidati alla Camera e al Senato e per me erano e sono garanzia di
serietà e, spero, di indipendenza. Oggi, invece, per chi crede che dall’estirpazione delle
mafie dipenda gran parte della soluzione al problema socio-economico “Italia” e che la
cultura (dagli asili alle università) in questo giochi un ruolo fondamentale, per chi chiede
una politica coraggiosa e senza timori reverenziali nei confronti di banche e poteri forti,
c’è un’altra possibilità. Non faccio il sondaggista e non so se il calo vertiginoso del M5S
nei sondaggi sia da attribuire a questa nuova possibilità, ma di certo, almeno in un misero
caso (il mio), mi viene offerta una proposta che mi appaga senza se e senza ma: si parla
di scuola, di diritti, di economia, di lotta alla mafia e alla corruzione, non si butta fuori chi
dissente, non si manda a quel paese nessuno. A questo scenario si aggiunge l’enorme
popolo del non voto: se Ingroia li convincerà la storia potrebbe prendere un altro corso.
Queste personalissime riflessioni, partorite senza alcun criterio scientifico e figlie
unicamente della mia logica, mi fanno sperare che quel 5 per cento possa diventare
molto di più, consentendo di riempire i rami del Parlamento di persone che riflettano le
battaglie e gli ideali di chi, avendo perso ciò che di più caro aveva a causa della violenza
mafiosa, spera ora di restituire quello schiaffo a cosa nostra tramite Antonio Ingroia.
giovedì 6 dicembre 2012
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