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giovedì 2 maggio 2013

Dipartito democratico - Marco Travaglio - Il F.Q. - 01/05/2013.



Dicono che i pesci rossi abbiano la memoria corta, tre mesi non di più. Ma la stampa italiana li supera, diffondendo balle à gogò che non tengono minimo conto della storia degli ultimi tre mesi: elezioni, consultazioni, presidenziali. 


1. ”Il governo Letta non ha alternative: i 5Stelle hanno detto no a Bersani e il Pdl ha detto sì a Letta”. Ma i 5Stelle han detto no a Bersani che chiedeva la fiducia a un suo governo di minoranza, fondato su 8 genericissimi punti, che per sopravvivere avrebbe raccattato i voti qua e là in Parlamento. Nessuno ha proposto un governo Pd-M5S presieduto da un uomo super partes. Errore di Bersani, che non andava al di là del proprio nome, convinto di aver vinto le elezioni. Ed errore dei 5Stelle che, quando salirono al Colle la seconda volta coi nomi di Settis, Zagrebelsky e Rodotà in tasca, non li fecero perché Napolitano disse no a un premier extra-partiti. Così rinunciarono a vedere il bluff del Pd: anche se Bersani fosse stato sincero, un suo governo con M5S non avrebbe mai ottenuto la fiducia da tutto il Pd (che s’è spaccato persino su Marini e Prodi, figurarsi su un’alleanza coi grilli). 

2. “M5S, se voleva governare col Pd, doveva votare Prodi”. Ma M5S aveva candidato Rodotà, uomo storico della sinistra, uscito al terzo posto delle loro Quirinarie, mentre Prodi era a fondo classifica. Chi ridacchia dei pochi voti raccolti da Rodotà (4677) dovrebbe ridacchiare di più di quelli avuti da Prodi (1394). Ma soprattutto: mentre i 5Stelle facevano scegliere a 48 mila iscritti il loro candidato, Bersani faceva scegliere il suo a uno solo: Berlusconi. Che indicava Marini, poi impallinato dal Pd. Che allora mandava allo sbaraglio Prodi. Ma, mentre Grillo chiedeva ufficialmente al Pd di votare Rodotà per governare insieme, Bersani non ha mai chiesto a M5S di votare Prodi per governare insieme (con Rodotà premier). Si è tentato invece lo “scouting” sottobanco per strappare i 15 voti che mancavano a Prodi al quinto scrutinio. Ma Prodi non ci è neppure arrivato, perché al quarto gli son mancati 101 voti Pd. Come poteva il Pd pretendere che M5S votasse spontaneamente, senza richieste ufficiali, un candidato osteggiato dal suo partito, rischiando di spaccarsi e di non riuscire neppure a eleggerlo a causa dei franchi tiratori Pd?

3. “Grillo voleva fin dall’inizio l’inciucio Pd-Pdl”. Ma, se così fosse, avrebbe lasciato andare le cose com’erano sempre andate, anziché fondare un movimento contro “Pdl e Pdmenoelle”. E soprattutto avrebbe scelto un candidato di bandiera per il Colle (se stesso o Fo o un parlamentare qualunque), per blindarsi in un dorato isolamento: non avrebbe certo interpellato la base online, notoriamente influenzata da grandi personalità della sinistra come quelle poi uscite dalle Quirinarie. In realtà Grillo aveva semplicemente previsto l’inciucio, previsione che non richiede particolare acume a chi segue la politica da un po’.

4. “Quello di Letta è un governissimo di larghe intese”. A contare gli elettori che rappresenta, è un governino di minoranza: su un corpo elettorale di 47 milioni (di cui 35 hanno votato), i partiti che l’appoggiano raccolgono appena 20 milioni di voti, avendone persi per strada 10 rispetto a cinque anni fa. Gli stessi partiti che sostenevano il governo Monti e che, dopo le urne, riconobbero che quel governo era stato bocciato. E ora riesumano lo stesso ménage à trois, con ministri più giovani ma meno autorevoli e competenti dei tecnici. Come se gli italiani non avessero votato.

5. ”Il governo Letta pone fine a vent’anni di guerra civile fredda”. Sarà, ma a giudicare dagli inciuci ventennali, dai teneri abbracci Bersani-Letta-Alfano e dagli occhi dolci che si fanno gli ex combattenti, non si direbbe. Spaccato su nonno Marini e papà Prodi, il Pd ritrova una rocciosa compattezza su padron Silvio, da sempre al centro dei sogni erotici dei suoi dirigenti. Più che di una guerra, è la fine di una lunga relazione clandestina con l’outing liberatorio dei due amanti: “Sì, è vero, andiamo a letto da vent’anni: embè?”.

mercoledì 24 aprile 2013

Libro & Giorgetto - Marco Travaglio - Il F.Q.23/4/2013

Il Foglio e Libero – il primo in modo spiritoso, il secondo con le mèches – smentiscono quel che abbiamo scritto negli ultimi giorni e di cui facciamo ammenda: cioè che tutti i media siano genuflessi ai piedi di Sua Castità e del suo governissimo. Essi anzi manifestano una sbarazzina tendenza alla critica che rasenta il vilipendio. Per esempio il Corriere, che assume la guida dell’opposizione con il commento al vetriolo di Antonio Polito: “Discorso breve, severo ma intriso di commozione: una lezione di virtù repubblicana”. E di Paolo Valentino: “Ci sono discorsi che cambiano la storia di un Paese. Come quello di Abraham Lincoln nel 1863 a Gettysburg... O come Lyndon Johnson, che nel 1964 pronuncia il celebre we shall over come e
chiude la segregazione razziale... Il discorso di Giorgio Napolitano ha la forza retorica, l’altezza d’ispirazione e la dirompenza politica che lo rendono già un’opera prima... ha aperto una nuova pagina, restituendo dignità alla parola e regalandoci un testo di etica pubblica senza precedenti nella storia repubblicana. In un altro Paese, lo farebbero studiare nelle scuole”. Le case editrici sono già all’opera per rimaneggiare all’uopo i sussidiari e le antologie scolastiche, espungerne i sorpassati Alighieri, Machiavelli, Foscolo, Manzoni e Pirandello e far posto a Giorgio Lincoln-Johnson. Ma anche un po’ De Gaulle, come lo definisce sul Foglio il
sempre controcorrente compagno Ferrara (“logica stringente, grinta politica, orgoglio civile e sculacciate a Gribbels... un capolavoro che ha per titolo onorario quel ‘Tutti per l’Italia’ proposto dal Foglio prima della campagna elettorale”). I provveditori agli studi vedano se non sia il caso di ripristinare, all’inizio delle lezioni subito prima della preghiera mattutina, il Saluto al Re dei balilla e delle piccole italiane. Addirittura urticante, com’è nello stile di Repubblica, l’attacco di Andrea Manzella che vede “nella generosa disponibilità di Napolitano la consapevolezza di dover conservare ‘immune da ogni incrinatura’ il ruolo istituzionale del
presidente della Repubblica”. Perché sembra un re, ma è solo un presidente che “assembla le attribuzioni presidenziali che erano un po’ sparse nella Carta”: ecco, assembla. E “si può dire che al triangolo tradizionale – governativo, legislativo, giudiziario – si è ora aggiunto, senza togliere nulla agli altri, un quarto lato. Un
triangolo quadrilatero”. Gli editori scolastici prendano buona nota e approntino opportune integrazioni ai testi non solo di diritto costituzionale, ma anche di geometria: ai triangoli equilatero, isoscele, degenere, rettangolo, ottusangolo e scaleno si aggiunga senza indugio il triangolo quadrilatero, con buona pace di Pitagora che non capiva un cazzo (il suo, del resto, era il solito “teorema”). Addirittura temerario sulla Stampa , nel suo empito
dissacratorio, è Luigi La Spina, che fa onore al suo cognome conficcando nel sacro còre napulitano un giudizio al vetriolo: “È una delle poche occasioni in cui l’aggettivo ‘storico’ si può e si deve usare, perché non serve a un tributo encomiastico e adulatorio”, ci mancherebbe, perbacco. Per non esser da meno, la corrosiva Unità ospita l’on. giorn. Massimo Mucchetti, che da grande economista, forse un tantino influenzato dalle tempeste ormonali di primavera, non ha dubbi: “Di fronte alla cittadina Lombardi, Mara Carfagna per tutta la vita”. E vivaddio, quando ci vuole ci vuole. Per dirla col sempre birichino Claudio Sardo, è “La riscossa della istituzioni” e “speriamo che il discorso ‘storico’ del presidente segni l’avvio di
una nuova stagione della Repubblica... Ora si fanno le riforme... Ora si fa il governo che le imprese, i lavoratori, le famiglie reclamano... Ora non si sfugge a una convergenza politica... Ora si difendono le istituzioni dal vilipendio”. E magari i treni arrivano in orario e ci riprendiamo pure l’Abissinia. Libro & Giorgetto, inciucista perfetto.

martedì 23 aprile 2013

Napolitano non è il mio Presidente - Sonia Alfano

Su rai1 un docente universitario ha appena dichiarato che le parole pronunciate ieri da Napolitano rispecchiano ciò che pensa l'Europa...beh caro Prof, te lo dico io cosa pensa l'Europa: che siamo un popolo di polli che subiscono qualsiasi cosa , che siamo andati ad implorare uno di 88 anni che già tre settimane fa aveva istituito una "commissione di saggi" per prendere tempo e per depistare l'attenzione dalle sue reali intenzioni. Anche ieri è andato oltre le sue prerogative facendo un discorso politico ed annunciando che il programma del nuovo governo sarà la relazione dei "saggi". E prima di commentare ricordatevi tutti gli strafalcioni incostituzionali su cui Napolitano ha apposto la sua firma, e ricordate anche le sue telefonate intercettate con Mancino per le quali il limpido e cristallino Napolitano ha chiesto ed ottenuto la distruzione; ovviamente perché non aveva nulla da temere... Continuerai a piangere povera Italia, Napolitano non è il mio Presidente!

Sonia Alfano

Sua Castità - Marco Travaglio - Il F.Q. 23/04/2013.

Complimenti al regista, e anche allo sceneggiatore. Ieri, giorno III dell’Era Napolitana, l’Inciucio Day si è aperto di prima mattina nel supercarcere dell’Ucciardone (e dove se no?) con un sacrificio votivo sull’altare della Casta: un bel falò pirotecnico, non di agnelli o montoni o vergini inviolate, ma di nastri e bobine cheimmortalavano le quattro telefonate fra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’indagato per falsa testimonianza Nicola Mancino, implicato nella trattativa Stato-mafia. Con mirabile devozione e scelta di tempo, la Cassazione partecipava festosa all’incoronazione di Re Giorgio rendendo note le motivazioni della sacra pira: intercettare l’indagato Mancino senza prevedere che avrebbe chiamato il Quirinale per ricattarlo e senza rassegnarsi all’idea che la legge non è uguale per tutti fu, da parte dei giudici di Palermo, “un vulnus costituzionalmente rilevante” Non contenti, i supremi cortigiani hanno disposto l’ennesimo rinvio della decisione sul trasloco dei processi a B. da Milano a Brescia, facendo slittare sine die il processo Ruby e allontanando così il giorno della sentenza, onde evitare che il noto puttaniere subisse un altro vulnus mentre s’appresta al trionfale ingresso nel governo di larghe intese. Illuminato e circonfuso da quel fuoco purificatore, il nuovo Re Sole si è recato in quel che resta del Parlamento per il tradizionale discorso della Corona. E lì ha abilmente scudisciato la Casta di cui fa parte dal 1953, raccogliendo applausi, standing ovation e ola dai frustati medesimi, ben consci che il gioco delle parti imponeva l’esercizio sadomaso per il bene supremo della sopravvivenza, all’ombra del Santo Patrono e Lord Protettore della banda larga. Copiose le lacrime sparse da Sua Castità, nella migliore tradizione del chiagni e fotti. All’incoronazione seguirà – come da cerimoniale della Real Casa – la grazia del Re, onde evitare che i sudditi scoprano l’“orrore” (men che meno in “piazza”) di larghe intese con un condannato per frode fiscale, rivelazione di segreti ed eventualmente concussione e prostituzione minorile. Il quale saggiamente prorompe in un liberatorio “Meno male che Giorgio c’è”. Qualche irriducibile frequentatore di piazze o (Dio non voglia) della Rete avrebbe preferito vedere, al posto di Sua Castità, un uomo libero come Stefano Rodotà. Ingenui. Mai un moralista di tal fatta avrebbe potuto raggiungere lo scranno più alto di Montecitorio senza essere abbattuto a pallettoni dagli unici autorizzati rappresentanti della volontà popolare. Basti pensare che l’incauto giurista, nel 1991 quand’era presidente del Pds, osò financo apporre la sua prefazione a un libro, Milano degli scandali di Barbacetto e Veltri, che anticipava le indagini di Mani Pulite sulla corruzione trasversale Dc-Psi-Pds. Fu ipso facto deferito ai probiviri del partito su richiesta di alcuni protagonisti del libro, essendo venuto meno al dovere di omertà mafiosa verso i compagni che rubano. La procedura fu poi – per così dire – superata dagli eventi: i protagonisti del libro erano quasi tutti in galera e certi viri erano tutt’altro che probi. Ma il reprobo fu comunque punito come meritava: candidato del Pds a presidente della Camera, fu battuto da Napolitano, già protagonista di epiche battaglie contro la “questione morale” di Berlinguer e comprensibilmente leader dei miglioristi filo-craxiani, ribattezzati a Milano “piglioristi” per le mirabili arti prensili di alcuni di essi (il loro giornale, Il Moderno, era finanziato da Berlusconi, Ligresti, Gavio e altri gentiluomini). Pochi mesi dopo i magistrati di Napoli arrestavano per tangenti il manager Fininvest Maurizio Iapicca, sequestrandogli un quadernetto con la lista dei politici “vicini” al gruppo B.: tra questi campeggiava il nome di Giorgio Napolitano. Il che rende gli applausi, le standing ovation, le ola e i “meno male che Giorgio c’è” di ieri vieppiù meritati.

lunedì 22 aprile 2013

Stefano Rodotà: “Mi ha chiamato Prodi. Bersani non s’è degnato” (Silvia Truzzi).









Succede, purtroppo, di dover disturbare la domenica di un signore come Stefano Rodotà per chiedergli di rispondere ad alcune miserie che sono state scritte sul suo conto in questi giorni di Romanzo Quirinale. Lo si fa con un certo imbarazzo: non solo considerando la sua persona, ma anche tutti gli altri. Tutti quelli che in questi giorni lo hanno riconosciuto come simbolo del rinnovamento.


Professore, si è scritto che per la seconda volta lei e Napolitano vi siete trovati a essere rivali per una presidenza. Ci racconta come andarono le cose nel ’92?
Su quella vicenda non sono mai tornato. E, chiariamo subito, non ha mai provocato frizioni tra me e Giorgio Napolitano: io le questioni politiche non le mescolo con quelle personali. Dopo l’elezione di Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, Napolitano fu eletto presidente della Camera. In precedenza ero stato designato dal Pds come candidato alla presidenza di Montecitorio, di cui ero vice-presidente. Sono stato impallinato in parte dai franchi tiratori del Pds e soprattutto dal veto di Craxi. Ebbi un incontro con Napolitano, perché i vertici del partito ben si guardavano dal fare chiarezza. Dopo, io ritirai la candidatura e andai a votare per Napolitano. Mi pare tutto chiaro. E poi non è vero, come è stato scritto, che allora lasciai il partito. Mi dimisi semplicemente dalla presidenza del Pds perché ero stato candidato e poi non sostenuto dal partito. C’era una contraddizione. Più tardi presentai le mie dimissioni da deputato, furono ripetutamente respinte. Sono rimasto in parlamento fino alla fine della legislatura . Ho detto no a una successiva candidatura, non per risentimento, ma perché volevo fare altro.

Sabato invece, che è successo?
Sono partito da Reggio Emilia e sono atterrato a Bari dopo le 16. Lì ho saputo che c’era un fatto nuovo, ovvero la candidatura di Napolitano. I giornalisti m’informano della cosa e mi chiedono se intenda ritirarmi: “Apprendo ora di questi nuovi sviluppi, non ho ricevuto nessuna sollecitazione in questo senso, ci sono 1007 grandi elettori e questi voteranno come credono”.

Le hanno rinfacciato di non aver fatto un “gesto di cortesia”.
Ma che vuol dire? Apprendo un fatto dai giornalisti, nessuno – sottolineo: nessuno – mi chiede di ritirarmi. Io non sono in Parlamento, nemmeno potevo discuterne lì. Non avrei certo potuto ritirarmi senza parlare con le persone che avevano proposto e sostenuto il mio nome dalla prima votazione. Non avrei mai sbattuto la porta in faccia al Movimento 5 Stelle o a Sel. La prima cosa che ho detto sul palco di Bari è stata: “Vorrei dare un saluto al rinnovato presidente della Repubblica”. Una dichiarazione istituzionalmente doverosa, io tengo molto alle istituzioni. Questo rilievo mi pare dunque politicamente infondato ed è una critica personale tutto sommato meschina.

Le è stato rimproverato anche di non aver preso in mano il telefono e contattato il Pd.
Ma per quale ragione dovevo chiamarli io? Il mio telefono e la mia email, durante la campagna elettorale, sono stati largamente contattati. Io, che nelle altre campagne elettorali mi ero molto tenuto in disparte, questa volta, vedendo il rischio, sono intervenuto. E poi guardi: il Pd mi aveva chiesto di candidarmi alle ultime europee, come capolista nel Nord-Est. Ho rifiutato, come ho sempre fatto da quando sono uscito dal Parlamento. Poi, me lo aveva chiesto con grandissimo garbo anche Nichi Vendola. Ma non avevo nessun dovere verso di loro. Dovevo forse chiedere il permesso al Pd per accettare la candidatura del Movimento 5 Stelle? Ma siamo pazzi? Loro credono di essere i proprietari delle vite altrui. Devo spiegare perché doveva essere Bersani a chiamarmi? Perché, più o meno responsabilmente, guida un partito e quando si crea una situazione di conflitto tra persone provenienti dallo stesso mondo, è lui che deve prendere l’iniziativa. Sa cosa le dico? Romano Prodi dal Mali mi ha telefonato.

Cosa le ha detto Prodi?
“Stefano, mi dispiace che ci troviamo in una situazione di conflitto”. E io gli ho risposto: “Questa telefonata dimostra di quale spessore politico diverso tu sia rispetto agli altri. Per quel che mi riguarda, ho fatto una dichiarazione concordata con i capigruppo del Movimento 5 Stelle le cui ultime parole sono: ‘Per parte mia non sarò d’ostacolo qualora il Movimento voglia prendere in considerazioni soluzioni diverse’”.

Resta l’inspiegabile fatto che gli uomini del Pd si aspettavano che lei li chiamasse.

Quando hanno bisogno di me si fanno vivi, quando invece io assumo un ruolo rispetto al quale loro dovrebbero esprimersi, scompaiono.

Eugenio Scalfari ha scritto su Repubblica che il suo nome proprio non gli era venuto in mente. Eppure a giugno dell’anno scorso (precisamente il 2, festa della Repubblica, sic) il nostro giornale la intervistò perché proprio Scalfari aveva parlato di lei per una lista di intellettuali che facessero da “stampella” al Pd.

Sono rimasto molto sorpreso. Ho trovato l’attacco di Scalfari inutilmente aggressivo e del tutto infondato per quanto riguarda i dati di fatto. E il complessivo significato politico di quello che è avvenuto.

Ultima: nessuno ha spiegato perché il Pd non ha voluto convergere sul suo nome.
Chissà. Forse avevano già definito una strategia che poi si è rivelata rovinosa: io ero probabilmente in rotta di collisione.

Da Il Fatto Quotidiano del 22/04/2013.

La Domenica delle Salme - Marco Travaglio - Il F.Q. 22/04/2013

 Ieri, senza il Fatto (e in parte il manifesto), le edicole avrebbero potuto tranquillamente restare chiuse.
Perchè ieri non sono usciti i giornali. È uscito il Giornale Unico, formula già sperimentata con successo alla nascita del governo Monti, altro Salvatore della Patria, fra l'altro molto sobrio. Anche stavolta stessi titoli, stessi commenti, stessi soffietti, stesse pompe, stessa cassa di risonanza alle parole d'ordine del Potere Unico che l'altroieri s'è trincerato dietro il suo ultimo, traballante scudo umano: Giorgio Napolitano, che tutti i quotidiani - mentre si affrettano ad assicurare che non c'è golpe, non c'è forzatura costituzionale - chiamano senz'alcuna ironia "Re Giorgio" o "Re Giorgio II" e descrivono come il capo di una Repubblica presidenziale o come il sovrano di una monarchia assoluta. L'uomo, anzi l'Uomo che oggi esporrà al Parlamento "il suo programma", poi ci darà "il suo governo", con i "suoi ministri", ci farà sapere quanto intende restare in carica, e quanto durerà l'esecutivo, e cosa dovrà fare o non fare, e da chi dovrà essere composto e appoggiato, e come la stampa dovrà chiamarlo (nel primo monito del secondo settennato, il Rieccolo ha già avvertito che non tollererà parole come "inciucio", del che la Stampa Unica ha subito preso buona nota). E se qualche partito si azzarderà a dissentire verrà zittito con la doppia minaccia dello scioglimento delle Camere e delle sue dimissioni (anzi, della sua abdicazione). Breve viaggio nella stampa corazziera della Domenica delle Salme, primo giorno dell'anno I all'Era Napolitana. Il Corazziere della Sera. Viva soddisfazione trapela dal Colle per la prima pagina del Corriere, che titola “Napolitano rieletto chiede responsabilità” (in encomiabile sintonia con la Repubblica che titola “Napolitano bis: ora più responsabilità”). Ecco: è caldamente consigliato l’uso di sostantivi quali “responsabilità”, ma anche “speranza”, che campeggia in cima all’editoriale del molto ambasciatore Sergio Romano (“Un gesto, una speranza”): “Con un notevole sacrificio personale il presidente ha accolto un invito” eccetera “e ha messo ancora una volta se stesso al servizio del Paese. I grandi elettori gliene sono grati”, quelli piccoli un po’ meno, ma pazienza,mica si può avere tutto. E ora “abbiamo qualche motivo per sperare che questa novità istituzionale sia il colpo di schiena di cui il Paese aveva bisogno per scuotersi di dosso il pessimismo”. Ma certo, come no: la sferzata di ottimismo di un presidente coetaneo di Mugabe già elettrizza il Paese dall’Alpi a Scilla. “Napolitano con il suo gesto incoraggia gli italiani a credere in sé stessi e nelle istituzioni”. Ivi compresi i cronicari, i reparti di geriatria e le università della terza età. Romano non ha dubbi: ci salverà l’inciucio, che lui – secondo le nuove direttive – chiama pudicamente “sforzo collegiale”. Grande compiacimento si esprime sull’ermo Colle per il costituzionalista Michele Ainis, che ha sempre una giustificazione per tutto e il suo contrario: riconfermare un presidente è “inopportuno”, ma solo “in passato”. “C’è un tempo della regola e c’è un tempo per l’eccezione”, e guarda caso quel tempo è proprio ora. Infatti “i bambini hanno chiesto soccorso al vecchio padre, che già pregustava il buen retiro”. I “bambini”, per la cronaca, sono B. (77 anni), Bersani (62) e Monti (70). Dal Quirinale si raccomanda vivamente anche l’articolo del sempre frizzante Aldo Cazzullo, che s’incarica di bastonare, con l’ausilio del sempre arzillo Macaluso, l’infame Rodotà per il suo grave atto di insubordinazione e lesa maestà: “Poteva attendersi un suo gesto di cortesia – il ritiro della candidatura – che non c’è stato”. Ce n’è anche per Barca: con un “atteggiamento ancor più sorprendente” s’è addirittura schierato con Rodotà, impedendo a King George il meritato en plein di 1005 voti su 1005. Una spina in più nel Sacro Cuore dell’anziano monarca, cui già “non han fatto piacere le immagini della contestazione di piazza, affollata di paradossali bandiere rosse”. Già scendere in piazza è un gesto sconsiderato; ma portarsi pure le bandiere rosse, e per giunta “paradossali”, è davvero imperdonabile. Ne conviene Pigi Battista, sinceramente affranto per questo riesplodere della piazza (luogo antidemocratico per antonomasia fin dall’Atene di Pericle): “la democrazia rappresentativa che ieri in piazza in grillini hanno voluto mettere sotto assedio è l’unica democrazia che possiamo apprezzare”. E pazienza se nessuno sa chi e che cosa rappresenti. L’unico titolo del Corriere distonico col doveroso omaggio a Sua Maestà è a pag. 33, reparto Cultura: “La svolta del Gattopardo”. Ma per fortuna riguarda esclusivamente Tomasi di Lampedusa. La Ri-pubblica. Semplicemente magistrale – si fa notare nelle regie stanze – l’editoriale di Eugenio Scalfari, cui non basterà il laticlavio, ma si imporranno anche il Cavalierato dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro nonché il Collare della SS. Annunziata. Scevro da risentimenti per le bugie rifilategli per mesi dal monarca sulla irriducibile refrattarietà alla riconferma sul trono e per lo stato di abbandono in cui fu lasciato alla reggia di Castelporziano in balia di un cinghialotto e un’upupa, l’amico Eugenio si produce un una sobria analisi a base di “respiri di sollievo”, di “gravoso fardello degli animi e della fatica fisica che quel ruolo richiede” e soprattutto di “governo di scopo” che dovrà seguire “le indicazioni di scopo (testuale, ndr) che il Capo dello Stato gli affiderà”, come previsto dallo Statuto Albertino. Ottima e abbondante la bastonatura all’infido Rodotà, che intanto “non ha contattato” lo Scalfari prima di accettare la candidatura. Par di vederlo, il Fondatore, macerarsi insonne sul canapè: “Ma perchè Stefano non telefona? Ma quando telefona? Eddai, solo una chiamatina…”. Invece niente. Peccato, perchè “gli avrei detto che non capisco perchè una persona delle sue idee e della sua formazione politica, giuridica e culturale, potesse diventare candidato grillino” (doveva attendere la sinistra, che però, essendo lui di sinistra, non l’avrebbe mai candidato). Da Repubblica si apprende poi con vivo disappunto che “salterà stavolta il passaggio delle consegne fra vecchio e nuovo inquilino del Colle”. E perchè mai? Sarebbe bello vedere il Presidente che, allo specchio, si infila la corona tempestata di nastri e bobine sul capino implume. Gli aiutanti di campo provvedano senza indugio. La Ri-Stampa. A proposito di diademi, la Real Casa fa sapere di aver adorato la corona di titoli che su La Stampa circondano le sue stentoree effigie: “Lo storico bis di Napolitano”, “Le riforme per ritrovare credibilità”, “Doppia sfida per destra e sinistra”, “Ora un premier di ‘ricostruzione’”, “L’appello dei governatori fa breccia nei no del Presidente”, ”L’agenda della Terza Repubblica”, “Ma la piazza non è il popolo” (un postaccio, signora mia). Sentiti ringraziamenti anche per la mancata citazione di quanto lui stesso aveva giurato a La Stampa domenica scorsa: “Non mi convinceranno a restare” perchè la rielezione “sarebbe una soluzione pasticciata, all’italiana, ai limiti del ridicolo”. Sarebbe stato un impietoso autoritratto. Il Trombettiero. Su quello che fu il Messaggero, il direttore Virman Cusenza si produce in un editoriale in chiaroscuro, problematico, a tratti tagliente sull’estremo “sacrificio”, “la garanzia di un presidente gentiluomo”, “garante riconosciuto da tutti e amato dagli italiani”, l’unico che “può far ripartire il Paese”. Segue un paragone dalla logica davvero stringente: “Non era mai successo che un Papa si dimettesse ma nemmeno che un presidente uscente fosse riconfermato”. Dal che qualcuno potrebbe dedurne che i due fatti fanno a pugni tra loro, visto che Ratzinger s’è dimesso a 86 anni e Napolitano s’è fatto rieleggere a 88. Ma cos’è mai la logica dinanzi al “protagonista di una sorta di rifondazione globale da avviare a tutti i livelli”? Al Suo cospetto anche il dizionario della lingua italiana si fa da parte, e consente licenze poetiche cusenziane come “rifiduciato” (participio passato dell’inesistente “rifiduciare”, derivante dallo sconosciuto “fiduciare”). Non manca, per la gioia del Colle, l’auspicata manganellata alla “piazza”, frutto della “saldatura di un ostinato Rodotà con i grillini” che “preoccupa per il futuro”: l’idea che esista un minimo di opposizione al Regio governo in Parlamento è profondamente antidemocratica. Bisognerà provvedere. Intanto godiamoci il primo miracolo del Santo subito, che il Cusenza definisce “il pur repubblicanissimo Giorgio, il ‘Re Taumaturgo’”, il quale avrebbe dissuaso Grillo dal “gesto eversivo” di manifestare in piazza. Se San Francesco parlava agli uccelli e ammansiva il lupo di Gubbio, San Giorgio ammaestra i grilli. Il Sole-14 anni. Il direttore del Sole-24 ore, Roberto Napolitano, trattiene a stento la saliva dinanzi al quasi omonimo Sire: “Grazie, Presidente. In un’Italia senza lavoro, alle prese con una questione industriale diventata sociale, divisa pericolosamente” eccetera “ci è voluto l’ultimo soccorso di un ‘giovanotto’ di 87 anni che risponde al nome di Giorgio Napolitano per alleviare le tante ferite che attraversano il corpo (profondamente) sofferente del Paese”. Il tempo per prendere il fiato, poi riattacca: “Il suo sacrificio di vita personale, la piena ‘assunzione di responsabilità’ nei confronti della Nazione, il bagaglio (unico) di esperienza istituzionale, il credito personale di credibilità internazionale, sapranno garantire al Paese un governo politico temporaneo, ma non provvisorio, con una compagine forte e autorevole all’altezza che valorizzi le (sue) migliori risorse giovanili”. E qui ci fermiamo, per evitare l’ipossia, ma anche il diabete. Ma anche per la sconfinata ammirazione che si deve a quelle “risorse giovanili” e soprattutto a quel “temporaneo, ma non provvisorio”. Un po’ come dire: incinta, ma non gravida; nano, ma non basso; pirla, ma non fesso; Napolitano, ma non Napoletano. La Napoletunità. Il quotidiano fondato da Gramsci e affondato da Bersani titola “NAPOLITANO”. Il cosiddetto direttore Claudio Sardo, che due mesi fa si apprestava a salire a Palazzo Chigi come portavoce del premier Pierluigi, non ha ancora elaborato il lutto. Ma si consola con “il prestigio, la dignità e l’autorevolezza di Napolitano”, “le risorse estreme a cui la stragrande maggioranza dei grandi elettori si è aggrappata per scongiurare” ecc. “La stima e la gratitudine verso il Capo dello Stato sono i nostri primi sentimenti”. Manca solo la vergogna per i titoli sul “Patto Grillo-Berlusconi” o sul “No di Renzi al governo Bersani”, balle spaziali per distrarre gli eventuali lettori dall’unico patto esistente nella politica italiana: quello fra Pd e Pdl per l’inciucio. Lui, poveretto, ribadisce che “le larghe intese non solo la soluzione di cui il Paese ha bisogno”. Si vede che la mamma non gli ha ancora detto niente. Qualcuno invece gli ha detto che la forzatura del ri-Napolitano è giustificata dallo “stato d’eccezione” e che “la nostra Costituzione prevede” per Napolitano “poteri dilatati nella formazione del governo”, solo che non gli hanno detto dove, in quale articolo. A fianco, Natalia Lombardo argomenta: “Questo inizio di secondo millennio ha visto un Papa dimettersi e coesistere col suo successore”. Quindi, forte di questo precedente, Napolitano può tranquillamente coesistere con se stesso: è matematica pura. Il Giornalitano. Angoscioso dilemma di Sallusti: leccare Napolitano o andare sul classico e leccare Berlusconi? Soluzione: tutti e due. “Napolitano ha accettato di cavare le castagne dal fuoco alla sinistra”, ma “di fatto ha vinto Berlusconi”. Titolo involontariamente comico: “PRESENTA – BILI. Re Giorgio rieletto presidente, Berlusconi vara il Napolitano bis. Pdl al governo”. A umettare King George provvedono Mario Cervi (“Così comincia la Terza Repubblica”) e Giuliano Ferrara (“I franchi tiratori vera essenza della democrazia”). Lui di comunisti sì che se ne intende.Pompe sfuse. “Abbiamo il Presidente, il migliore in circolazione e dobbiamo essergli grati se ha accettato di mettersi ancora al servizio del Paese”, turibola Alessandro Barbano, direttore del Mattino. “Un gesto d’amore per il Paese”, titola Sarina Biraghi, direttrice del Tempo, in un frullato di “alto profilo”, “generosità”, “spirito di sacrificio”, “attaccamento alla cultura democratica per salvare il Paese”, “punto di equilibrio”. Mancano solo il marito fedele e il padre esemplare. Ma il pensiero della Biraghi corre commosso a “donna Clio”, l’”unica sconfitta” perchè “voleva ‘godersi’ il marito ed evitargli altre preoccupazioni… Non è mancanza d’amore, gentile donna Clio, ma più di lei è l’Italia ad aver bisogno di suo marito”. Si spera che almeno Avvenire faccia onore alla ragione sociale e rifletta su un presidente che a fine mandato avrà 95 anni. Macchè: l’house organ dei vescovi titola con l’aspersorio: “Napolitano bis, ritorno di saggezza”. E il direttore Marco Tarquinio intinge la penna nell’acqua santa, o forse nel vin santo: “Il soprassalto di saggezza politica e istituzionale… L’Italia ha di nuovo un presidente di tutti… C’è da essergli grati per la sua costruttiva disponibilità, di altissimo servizio istituzionale… La sua figura sobria, la cultura dialogante, la naturale misura, il senso del dovere, un riferimento saldo… L’esito ragionevole e proficuo… Qualcosa di generosamente e lucidamente…”. Spegniamo le luci e lasciamoli soli.

E Ciampi studiò: il bis è incostituzionale


Mancava meno di un anno alla fine del mandato di Carlo Azeglio Ciampi. Paolo Peluffo, consigliere per la stampa e la comunicazione durante la sua presidenza, racconta nel libro Carlo Azeglio Ciampi: “Per molti mesi, Ciampi aveva preparato, come gli è solito fare, un piccolo fogliettino, scritto a mano in una mattinata insonne, tra le cinque e le sei, in pigiama nel letto, con le ginocchia ritirate su a sostegno di un block notes, in una grafia insieme sintetica, minuscola, illegibile”.
Era quel fogliettino “una sorta di garanzia offerta a se stesso che l’incarico stesse per terminare davvero. In fondo, erano ben tre anni che talvolta il Presidente stupiva gli ospiti nel suo studio alla Palazzina rivelando loro il numero esatto di giorni e ore che mancavano al termine del mandato. Settecentoventidue giorni alla fine”. Ciampi era consapevole del consenso sulla sua persona, e per ciò stesso passò “gli ultimi sei mesi del suo mandato a costruire, volutamente e pervicacemente, il rifiuto categorico a ogni possibilità di sua rielezione”.
Scrive Peluffo: “Ricordo un pomeriggio di fine settembre del 2005, nel quale il Presidente scese in studio particolarmente soddisfatto. ‘Ci sono precedenti, Segni addirittura nel suo messaggio alla Camere, l’unico, propose di modificare la Costituzione per inserire l’inelegibilità per due volte del capo dello Stato. I costituenti hanno previsto un periodo di sette anni, perchè fosse abbastanza lungo da escludere la rielezione’”. Il 3 maggio 2006 quel testo divenne un comunicato ufficiale del Quirinale. “È il documento - scrive l’attuale sottosegretario del governo Monti - eticamente più intenso della vita pubblica di Ciampi. È il frutto della visione complessiva di cosa sia il ‘potere’, e di quale differenza fondamentale separi ‘autorità ’ e ‘potere’. Se non si ha la capacità di tagliare netto, di chiudere quando è il momento, il ‘potere’ manifesta tutta la sua natura moralmente ambigua e diventa pericoloso per sè, per l’individuo, e per la comunità”. C’era scritto che la rielezione “mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”.
e. d. b.

Il Fatto Quotidiano - 22 aprile 2013

domenica 21 aprile 2013

Funeral Party - Marco Travaglio - Il F.Q. 21/4/2013

La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e  maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto. E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone. Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà. A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri. Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.

venerdì 19 aprile 2013

Perché - Marco Travaglio - Il F. Q. 19/04/2013.


Quello che accade lo vedono tutti. Ma a molti sfugge il perché. Il gruppetto dirigente del centrosinistra, sempre lo stesso che da vent’anni non ne azzecca una e salva sempre B. che garantisce la reciproca sopravvivenza, cerca ancora una volta di salvare se stesso (e dunque B.) mandando al Quirinale un uomo controllabile e ricattabile, anche in vista di un governo di largo inciucio. Ma la parola inciucio è riduttiva, perché non siamo di fronte a un accordo momentaneo, provvisorio. Ma a un patto permanente e strategico che regge dal 1994, a una Bicamerale sempre aperta, anche se mascherata qua e là con finti scontri per abbindolare gli elettori e trascinarli alle urne agitando gli speculari spauracchi dei “comunisti” e del “Cavaliere nero”. Se la memoria degl’italiani non fosse quella dei pesci rossi, che dura al massimo tre mesi, i contestatori in piazza o nel web contro Marini e chi l’ha scelto ricorderebbero che sono vent’anni che manifestiamo per la stessa cosa. Dal popolo dei fax ai girotondi, dal Palavobis al popolo viola, da 5Stelle alle altre emersioni del fenomeno carsico che Ginsborg chiama “ceto medio riflessivo”, l’obiettivo è sempre il compromesso al ribasso destra-sinistra contro la Costituzione, la legalità, la magistratura indipendente e la libera informazione. È ora di cambiare slogan e prendere atto della realtà: urlare “Perché lo fate?” o “Non fatelo!” è troppo ingenuo per bastare. Perché l’hanno sempre fatto e sempre lo faranno. E non perché si sbaglino ogni volta. Non si può sbagliare sempre, ininterrottamente, per vent’anni. Se uno, rincasando ogni sera, trova la moglie a letto con un altro, sempre lo stesso, deve rassegnarsi al suo status di cornuto e al fatto che la signora e il signore si piacciono. Perciò le domande da porre al Pd sono altre. Perché nel ’94 avete “garantito a B. e Letta che non gli sarebbero state toccate le televisioni” (Violan – te dixit)? Perché per cinque legislature avete sempre votato per l’eleggibilità di B., ineleggibile in base alla legge 361/1957? Perché nel ’96 D’Alema andò a Mediaset a definirla “una grande risorsa del Paese”? Perché nel ’96 avete resuscitato lo sconfitto B. promuovendolo a padre costituente per riformare la Costituzione e la giustizia? Perché nel 1996-2001 e nel 2006-2008 non avete fatto la legge sul conflitto d’interessi? Perché avete demonizzato i Girotondi, accusandoli di fare il gioco di B.? Perché non avete spento Rete4, priva di concessione, passando le frequenze a Europa7 che la concessione l’aveva vinta? Perché nel 1996-2001 avete depenalizzato l’abuso d’ufficio, abolito l’ergastolo, depotenziato i pentiti, chiuso le supercarceri del 41-bis a Pianosa e Asinara? Perché, negli otto anni in cui avete governato da soli, non avete mai cancellato una sola legge vergogna di B.? Perché le vostre assenze hanno garantito l’approvazione di molte leggi vergogna, dallo scudo fiscale in giù, che non sarebbero passate a causa delle assenze nel centrodestra? Perché nel 1999 una parte di voi salvò Dell’Utri dall’arresto? Perché nel 2006 i dalemiani chiesero a Confalonieri, Dell’Utri e Letta i voti per D’Alema al Quirinale? Perché nel 2006 faceste un indulto esteso ai reati di corruzione, finanziari, fiscali e al voto di scambio politico-mafioso? Perché nel 1998 e nel 2008 avete affossato i due governi Prodi? Perché nel 2011, anziché mandarci a votare, avete scelto di governare con B., salvandolo da sicura sconfitta, all’ombra di Monti? Perché preferite accordarvi al buio con B. per Marini, D’Alema, Amato sul Colle, anziché scegliere Rodotà e dialogare con i 5Stelle per il nuovo governo, come vi chiedono i vostri elettori? Tante domande, una sola risposta: o siete coglioni, o siete complici. Tertium non datur.

giovedì 18 aprile 2013

Giorgio il re Sole dai carri armati agli scudi per B. - Marco Travaglio - Il F.Q. 18/04/2013

All’indomani delle elezioni il centrosinistra, che ha vinto per un pelo dopo aver buttato alle ortiche il larghissimo vantaggio di partenza, si pappa subito
le presidenze di Camera e Senato. Poi, come il
coccodrillo che piange solo dopo i pasti, corre a
blandire Berlusconi per concordare con lui un
presidente della Repubblica “condiviso” e “di garanzia”. I nomi più gettonati sono Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Anna Finocchiaro, Franco Marini ed Emma Bonino. Sembra la cronaca degli ultimi due mesi. Invece, a riprova del fatto che nella politica italiana non si butta via niente, è quella di sette anni fa. La notte del 10 aprile 2006 è fra le più mozzafiato della storia della Repubblica, tant’è che solo all’alba si è saputo che l’Unione di Prodi ha battuto
il centrodestra del solito Berlusconi: alla Camera per appena 24 mila voti in più, al Senato solo grazie al Porcellum che ripartisce i seggi su base regionale (lì è stata la destra a raccogliere 500 mila consensi in più) e al voto degli italiani all’estero, che regalano al centrosinistra una maggioranza di appena 3 seggi. Ma per l’incarico a Prodi, di cui Berlusconi rifiuta di riconoscere la vittoria strillando ai “brogli della sinistra” e invocando il riconteggio delle schede (che non gli frutterà alcun vantaggio), bisogna attendere il nuovo presidente della Repubblica. Ciampi è ormai scaduto e le Camere sono convocate per l’8 maggio per eleggere il suo successore. Qualcuno, sulle prime, ipotizza – per pura cortesia, ma senza grande convinzione – una riconferma del capo dello Stato, che va per gli 86 anni e sette anni dopo ne avrebbe 93. Per fortuna è lui stesso, il 3 maggio, a levare tutti dall’imbarazzo, respingendo le deboli insistenze che gli arrivano da Ds, An, Udc e Verdi: “Non sono disponibile a una rielezione, sia per la mia età, sia perché il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana
del nostro Stato”. Inizia così il minuetto delle candidature e delle “rose”. Lo schema di sette anni prima, quando destra e sinistra si accordarono in un batter d’occhio sull’ex governatore di Bankitalia ed ex premier, è improponibile: il Caimano non è più quello ammansito dalla Bicamerale, ma sfodera zanne e artigli in una battaglia paraeversiva contro la vittoria mutilata dai comunisti imbroglioni e truccatori di schede che gli avrebbero scippato la rimonta proprio sul filo di lana. Impossibile sedersi al tavolo con lui per concordare
chicchessia e alcunché. Però i nomi che si fanno sono gli stessi che sceglierebbe lui se fosse interpellato: Amato, D’Alema, Bonino, Finocchiaro e Marini (appena divenuto presidente del Senato, mentre sullo scranno più alto della Camera s’è accomodato Fausto Bertinotti, fregando il solito D’Alema che non ne azzecca una). Ma il Cavaliere, per non bruciare le sue quinte colonne a sinistra, finge di non voler altri che i suoi Gianni Letta, Marcello Pera, Pier Ferdinando Casini, Lamberto Dini e Mario Monti (sì, proprio lui). Di
Pietro, per rompere l’inciucio spontaneo del centrosinistra, spariglia i giochi con la sua neosenatrice Franca Rame. Cossiga auspica, come soluzione istituzionale, Marini, che però si dice subito indisponibile. Fuori uno. O meglio, tutti gli altri tranne uno: D’Alema, che da settimane ha mandato segretamente avanti i suoi sherpa in campo avverso (si fa per dire) per preparare il terreno alla propria candidatura.
Ipotesi Caimano senatore a vita
La prima mossa l’ha fatta, all’indomani del voto, la Velina Rossa del dalemiano Pasquale Laurito, lanciando l’idea di nominare il Cavaliere senatore a vita. I dalemiani Caldarola, Latorre e Rondolino hanno subito applaudito. La cosa potrebbe sembrare la boutade di un pugno di personaggiche, pur di strappare un titolo sui giornali, sarebbero disposti a qualunque abiezione. Ma boutade non è, visto che fra le garanzie offerte dagli emissari dalemiani a quelli berlusconiani per lubrificare la scalata al Colle della Volpe del Tavoliere (come lo chiama sarcastica Rossana Rossanda), c’è anche il laticlavio al Caimano: il che lo metterebbe per sempre al riparo dal rischio di finire in galera. Ma quello è solo l’inizio. Ufficialmente l’Unione ha affidato al braccio destro di Prodi, l’ex giornalista Ricardo Franco Levi, l’incarico di condurre le trattative con la Casa delle Libertà. Ma il clan D’Alema se ne infischia e continua a giocare in proprio, da quell’autentico partito nel partito che è, contattando vorticosamente i capi del Partito Azienda, e talora direttamente dell’Azienda. Il primo a muoversi è il più spregiudicato dei giannizzeri dalemiani, Nicola Latorre, che incontra per due ore Giuliano Ferrara nella sede del Foglio. Con ottimi risultati, visto che Cicciopotamo (come lo chiama Giampaolo Pansa) ha subito iniziato a sponsorizzare il Conte Max. La solita bizza dell’Elefantino per farsi notare e vincere la noia? Tutt’altro: il segnale convenuto che fa uscire dalle tane ben altri sponsor: Fedele Confalonieri, Carlo Rossella, Marcello Dell’Utri, Paolo Cirino Pomicino, Francesco Cossiga, Vittorio Feltri, Piero Ostellino, Renato Farina, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace. Un fronte composito che ingloba tutto e il contrario di tutto: il partito Mediaset al gran completo, più alcuni avanzi della vecchia Dc, del vecchio Psi e
della vecchia eversione rossa. Nomi che imbarazzerebbero anche Landru, ma non D’Alema, che incassa gongolante. Lui stesso – come rivela Mario Calabresi, mai smentito, su Repubblica – sente e incontra più volte Letta e Dell’Utri, mentre il segretario Ds Piero Fassino perora la sua causa in un incontro riservato col presidente di Mediaset Confalonieri (e tanti saluti al conflitto d’interessi). Il Corriere della Sera svela i nomi e le funzioni dei protagonisti dell’Operazione Max: Latorre compie “massicce incursioni in Forza Italia”; “Bersani, che vanta un buon rapporto con la Lega, lavora sul fronte del Nord” (infatti Bobo Maroni esprime grande interesse per la candidatura D’Alema, prima di essere stoppato da Bossi); “Peppino Caldarola prende da parte Mastella e Fini”; “Anna Finocchiaro rassicura le toghe e Marco Minniti le forze armate”; “Gianni Cuperlo tiene i contatti con Mediaset”; la cattocomunista Livia Turco spiega che “in Vaticano ritengono D’Alema una delle personalità più intelligenti della politica italiana”; il governatore calabro Agazio Loiero è “l’emissario presso i tentennanti della Margherita”. A quel punto Berlusconi fa trapelare che “D’Alema è il più bravo di tutti i comunisti” e la ventilata opzione Napolitano “non esiste: tra un comunista e l’altro, mi fiderei più di D’Alema”. Paolo Bonaiuti, il fedele portavoce, conferma: “Silvio s’è di nuovo infatuato di Massimo”, come ai tempi della Bicamerale, peraltro mai davvero chiusa.
Fassino al “Foglio” per l’amico
Il secondo del partito-azienda a uscire allo scoperto, dopo Ferrara, è Marcello Dell’Utri. Che si fa intervistare dal Corriere il 5 maggio: anche lui sponsorizza D’Alema e dice che pure il Cavaliere potrebbe votarlo e farlo votare, come già nel ’96 per la presidenza della Bicamerale; ma, in cambio dello “sdoganamento” da parte di Forza Italia, il pregiudicato Dell’Utri, condannato in primo grado per mafia e per estorsione e in Cassazione per false fatture e frode fiscale, chiede “un segnale istituzionale” da D’Alema o chi per lui. Su quali materie è superfluo specificarlo: giustizia e televisioni. Dell’Utri chiama e, a stretto giro di posta, Fassino risponde. Lo stesso 5 maggio riceve in visita al Botteghino Giuliano Ferrara, al quale rilascia un’intervista per il Foglio che è tutta un programma. Nel vero senso della parola. Per la prima volta in 60 anni di storia repubblicana, un segretario di partito presenta una piattaforma programmatica per un aspirante
presidente della Repubblica. Nella fattispecie, D’Alema. È il segnale istituzionale” auspicato dal pregiudicato Dell’Utri. Sei impegni precisi per indurre Berlusconi, e i suoi cari al seguito, a votare D’Alema. Preambolo: “La guerra è finita, la candidatura di D’Alema al Quirinale dev’essere il primo atto di una pace da costruire e non l’ultimo atto di una guerra che continua. Chiedo a Berlusconi e a tutta la Cdl di valutare alla luce del sole
la possibilità di eleggere D’Alema”. Ferrara domanda: Fassino chiede i voti alla Cdl? Lo sventurato risponde: “Certo. O comunque un’intesa graduabile in diverse forme esplicite”. Seguono le solite menate su “ritrovare
la serenità”, pacificarsi, “smetterla di pensare che se vince Berlusconi ci sia il fascismo alle porte”. Poi le sei proposte indecenti.
1) “Il prossimo governo italiano si farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto, in nome dell’interesse nazionale. Di questo percorso, D’Alema al Quirinale vuole farsi garante” (e a che titolo il candidato presidente di una Repubblica parlamentare potrebbe commissariare di fatto il premier Prodi, dettandone le scelte politiche, fra l’altro, in palese contrasto col programma dell’Unione che prometteva discontinuità con le scelte del precedente governo, proprio in nome dell’interesse nazionale?).
2) “L’assicurazione che, se il governo Prodi dovesse entrare in crisi, si tornerà a votare perché… la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini” (ma non si era sempre detto che i parlamentari sono eletti senza vincolo di mandato e che il capo dello Stato può sciogliere le Camere solo come extrema ratio, quando in Parlamento non emerge alcuna maggioranza in grado di sostenere un governo?).
3) “Da capo del Csm, un presidente (D’Alema, nda) che eserciti la funzione di garanzia operando… per evitare ogni possibile cortocircuito fra politica e giustizia” (e dove sarebbero, delirii berlusconiani a parte, i “cortocircuiti fra politica e giustizia”? E come si può avallare la tesi bislacca secondo cui le doverose indagini della magistratura su fatti di malaffare commessi da politici siano “cortocircuiti fra politica e giustizia”?).
4) “Sulle grandi scelte di politica estera un presidente che favorisca la massima intesa possibile” (ma in una Repubblica parlamentare la politica estera spetta al governo e al Parlamento, non al capo dello Stato; e non è stata proprio la politica estera, con la partecipazione dell’Italia all’occupazione dell’Iraq, uno dei terreni di scontro fra destra e sinistra?).
5) All’indomani del referendum che – come noi auspichiamo – boccerà la revisione costituzionale della destra, si riprenda il confronto sulle istituzioni che consenta di portare a termine una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta” (ma che senso ha difendere la Costituzione dalla controriforma della destra per poi promettere subito un’altra riforma insieme alla destra? Dove sta scritto che si debba riformare la Costituzione? E a che titolo un capo dello Stato, “garante della Costituzione” vigente, potrebbe garantirne la sostituzione con un’altra?).
6) Il D’Alema proposto da Fassino al Quirinale “è quello che ha presieduto la Bicamerale… e ha sempre rifiutato di demonizzare il centrodestra” (un altro refrain berlusconiano – cioè l’accusa di “demonizzazione” a chiunque l’abbia descritto per quello che è – che entra nel lessico del leader Ds). La sconcertante intervista
di Fassino al Foglio, che suscita l’allibita reazione dell’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, stupefatto da cotanto analfabetismo istituzionale, esce il mattino di sabato 6 maggio. Due giorni prima che
il Parlamento inizi a votare. La sera, in perfetta coordinazione, Confalonieri è ospite di Fabio Fazio su Rai3 e dichiara: “Da uomo della strada dico sì a D’Alema, è uno con la testa, molto simile al Cavaliere, sono uomini
che non usano i bizantinismi. Da uomo d’impresa dico che D’Alema è un uomo di parola: dieci anni fa è venuto in azienda e ha detto che Mediaset non si toccava perché era un patrimonio del Paese. E infatti con il suo governo non abbiamo avuto nessun problema”. Ma alla Volpe del Tavoliere, quando i giochi sembrano ormai fatti, è fatale la domenica 7. Si mettono di traverso il leader della Margherita, Francesco Rutelli (geloso dei Ds), e il duo Casini-Fini (gelosi di Berlusconi). L’Operazione Max abortisce, perché spaccherebbe entrambi i poli proprio in avvio di legislatura. D’Alema si ritira in buon ordine.
’O guaglione fatt’a vecchio
Il Pdl offre la solita rosa di nomi, capitanata da Amato e non solo in ordine alfabetico. Ma a quel punto i Ds, primo partito dell’Unione, ne fanno una questione di principio: caduto Max, non resta che Giorgio Napolitano. Nato a Napoli nel 1925, figlio di un avvocato liberale, laureato in Giurisprudenza, giovane fascista nei Guf, poi antifascista dal ’44 e comunista dal ’45, deputato dal 1953, sposato con Clio Bittoni che gli ha dato due figli, soprannominato dall’amico scrittore Luigi Compagnone “’o guaglione fatt’a vecchio” (il ragazzo vecchio, anche per la calvizie che lo colpì fin dai vent’anni), famigerato per l’elogio ufficiale a nome del Pci all’Armata Rossa che schiacciava la rivolta di Budapest nel 1956 (“L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo”) e per le dure critiche nel 1981 alla campagna di Enrico Berlinguer sulla “questione morale” contro le ruberie
della banda Craxi, leader storico della corrente “migliorista” filocraxiana (a Milano ribattezzata “pigliorista” per la vicinanza al Psi e alla grande impresa, e per il coinvolgimento di vari suoi esponenti in Tangentopoli), già presidente della Camera nel 1992-'94, poi ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, nominato senatore a vita da Ciampi, soprannominato “il figlio del re” per somiglianza con Umberto II di Savoia, Napolitano è tutt’altro che sgradito a Berlusconi. Nel 1992-‘93, ai tempi di Mani Pulite, ha criticato più volte il pool di Milano da presidente della Camera. Nel ‘93 la Procura di Napoli ha sequestrato le agende del dirigente Fininvest Maurizio Japicca, ha trovato il nome di Napolitano in un elenco di politici definiti “vicini” Biscione (il futuro Presidente fu addirittura indagato, con un atto segretato in cassaforte dai pm partenopei e poi archiviato, per sospetti finanziamenti illeciti alla sua corrente sotto il Vesuvio). Del resto, nel ‘94, è
Napolitano l’unico “comunista” a cui il Cavaliere ha stretto la mano in piena aula di Montecitorio, ringraziandolo per l’auspicio di “un confronto non distruttivo fra maggioranza e opposizione” al suo primo governo e offrendogli poco dopo la nomina a commissario europeo (poi, approfittando dei suoi tentennamenti, andata alla Bonino). E nel ‘95, caduto il suo primo governo, non ha alzato un sopracciglio quando il Parlamento l’ha eletto presidente della Commissione per il riordino del sistema radiotelevisivo (che naturalmente non riordinerà un bel nulla). Ma le esigenze di propaganda inducono Berlusconi a tuonare contro il “comunista” candidato al Colle senza il suo permesso e contro l’“occupazione rossa” di tutte le cariche istituzionali. Così da allungare la coda di paglia del futuro primo Presidente comunista della storia.
Quando lo riesumano per il Quirinale alla veneranda età di 81 anni, la più avanzata di un presidente della Repubblica dopo Pertini, “'o guaglione fatt’a vecchio” ha ormai raggiunto politicamente la pace dei sensi. Esaurita l’esperienza di governo nel ‘98 con la pessima gestione del Viminale (“non sono qui per aprire armadi e scoprire segreti”, disse appena insediato, qualche giorno prima che saltasse fuori un archivio nascosto dei servizi segreti sulla via Appia; poi invocò una controriforma dei pentiti di mafia, a suo dire “troppo numerosi”; e varò la legge sull’immigrazione Napolitano-Turco che introduceva i Cpt-lager) e tenuto ai margini del partito, che nel ’99 l’ha spedito al Parlamento europeo, passa il suo tempo a scrivere pensose e noiose articolesse sull’Europa, che l’Unità gli pubblica più per dovere che per piacere, e a rilasciare sullo stesso tema verbose e polverose interviste che pretende pignolescamente di rileggere, correggendovi anche le virgole e protestando vibratamente con i direttori nel caso di qualche parola o riga tagliata. Viene anche sfiorato da uno scandalo, quando nel 2004 un giornalista tedesco (vedi filmato su youtube) lo insegue invano per chiedere spiegazioni di una sua usanza poco edificante: per un volo low cost Roma-Bruxelles costato 90 euro, Napolitano ha ottenuto un rimborso di 800 euro (come per un volo di linea), più altri 80 per il taxi e 268 di indennità di missione. Ma nel dicembre 2005 s’è preso la sua gelida rivincita, con un durissimo intervento in Direzione contro i vertici Ds, da Fassino a D’Alema, coinvolti nello scandalo Unipol-Bnl: “Alcuni dirigenti hanno mostrato eccessiva fiducia in Giovanni Consorte”. Un modo come un altro per ricordare che lui è ancora vivo, e all’occorrenza in partita. Siccome il centrodestra non vuol saperne di votarlo, l’Unione attende il quarto scrutinio. E, nei primi tre, vota scheda bianca. Nel primo la Cdl vota Letta e l’Idv la Rame. Nel secondo e nel terzo anche la destra si astiene, mentre la Lega vota Bossi. Qualche buontempone segna sulla scheda i nomi di Adriano Sofri, Maria Gabriella di Savoia, Giorgio Almirante, Bruno Vespa, Barbara Palombelli, Linda Giuva (moglie di D’Alema) e Ambra Angiolini. Al quarto scrutinio, il 10 maggio, Napolitano viene eletto undicesimo presidente della Repubblica con 543 voti su 1009 (Unione, più i dissidenti Udc Marco Follini e Bruno Tabacci): la maggioranza più risicata della storia del Quirinale dopo quelle di Leone e Segni.
Le manovre anti-inchieste
Berlusconi lo saluta ufficialmente come “un Presidente di parte”, ma con poca convinzione. I fatti diranno che mai il Cavaliere aveva trovato sul Colle un uomo più disponibile di Napolitano. Non una legge-vergogna rinviata alle Camere, anzi tutte firmate alla velocità della luce (scudo fiscale, lodo Alfano, legittimo impedimento, le ultime due poi giudicate incostituzionali dalla Consulta). A parte il no preventivo al decreto Englaro e a una legge sul lavoro, cioè a due provvedimenti che non riguardano gli affari del premier. Fiumi di “moniti” alla magistratura perché eviti lo “scontro” con la politica a ogni indagine sul malaffare di questo o quel potente. O perché giornalisti e/o pm concedano “tregue” per non disturbare Berlusconi durante il G8 de L’Aquila nel 2009 e le consultazioni del 2013. E poi un’infinità di entrate a gamba tesa, camuffate da moral
suasion, nelle indagini giudiziarie più scomode per il potere: da quelle del pm Woodcock a Potenza a quelle di De Magistris e della Procura di Salerno sul malaffare calabrese, fino alle scandalose telefonate 

Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia e all’incredibile conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Procura di Palermo, financo gli interventi sul procuratore bolzanino della Corte dei Conti che disturba il manovratore altoatesino Durnwalder, per concludere in bellezza con la grazia ad Alessandro Sallusti (condannato per aver diffamato un giudice) e a un colonnello Usa condannato (e latitante) per il sequestro Abu Omar. Circondato e circonfuso dagli incensi e dai salamelecchi di politici tremebondi, giornalisti compiacenti, intellettuali genuflessi e giuristi corazzieri, ai limiti del culto della personalità, il Presidente si crede ormai infallibile, ineffabile, incriticabile. La stampa estera lo battezza “Re Giorgio”. Ma sarebbe più appropriato “Re Sole”, visto che si attribuisce via via prerogative sconosciute alla Costituzione repubblicana, e anche allo Statuto Albertino. Tant’è che si permette di interferire nelle campagne elettorali (attacca più volte Di Pietro, l’unico che osa criticarlo, e nel 2010 invita esplicitamente a non votare per i “populisti” a 5 Stelle di Grillo, che lo chiama “Ponzio Pelato” e “Morfeo”) e financo nelle libere determinazioni dei partiti (il refrain
delle “larghe intese” per le “riforme condivise”). Fino a salvare il terzo governo Berlusconi dalla sfiducia nel novembre 2010 col rinvio della votazione di un mese (indispensabile al Caimano per comprare una trentina di deputati). E poi a inventarsi il governo Monti, nel dicembre 2011 dopo le dimissioni del Cavaliere, mettendolo al riparo da un voto anticipato che lo raderebbe al suolo e condannando alla rovina il Pd di Bersani. E poi, dopo le elezioni-tsunami del 2013, a stroncare sul nascere l’idea di un premier extra-partiti
lanciata dai 5Stelle usciti vincitori dalle urne. Il tutto in nome di una malintesa “neutralità” e di una impossibile “pacificazione” fra aggressori e aggrediti, col risultato di fare sempre il gioco dei primi. Ogni tanto, piccato dalle sparutissime critiche, Napolitano cita Luigi Einaudi, il Presidente a cui meno somiglia, dimenticando la più nobile e attuale delle sue “prediche inutili”: “Non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Una frase che andrebbe scolpita a caratteri cubitali sulla facciata del Quirinale. A futura e passata memoria.

Amedeo Nazzari è morto - Marco Travaglio - Il F.Q. 18/04/2013.

In una delle sue gag più memorabili, Corrado Guzzanti impersona Veltroni che passa in rassegna con Livia Turco i candidati da mandare a perdere le elezioni del 2001. “Raul Bova ha rifiutato: teme di perdere pubblico. Paola e Chiara hanno la tournée. I Fichi d’India – lo dico per tutti i compagni della mozione “Fichi d’india” – hanno il film: avevamo anche pensato di rinviare le elezioni, ma dopo fanno Fazio… E pazienza, è andata così… Batistuta? Non ha il passaporto italiano, non facciamo a tempo… DiCaprio – lo dico perché so che esiste una corrente DiCaprio contro di me – ha rifiutato: dice che dopo Titanic non vuole fossilizzarsi nella parte di quello che affonda. Amedeo Nazzari – lo dico a tutti i compagni della mozione “A. Nazzari” – è morto! E porca miseria, era perfetto, ma è morto: ho pensato di candidarlo anche da morto, ma non è possibile, bisognava fare una riforma… C’era pure Heidi, ma il nonno vota a destra. Topo Gigio? Ci ha i diritti Mediaset, non ce lo danno. L’unico era Napo Orso Capo…”. Lo sketch s’interrompeva qui, perché Corrado scoppiava a ridere. Ieri la scena s’è ripetuta nella sede del Pd, dove Bersani e gli altri strateghi del nulla sfornavano un nome per il Quirinale ogni mezz’ora. Ma a nessuno, purtroppo, è scappato da ridere. Sfumata la Finocchiaro, portata via su un carrello Ikea, sembrava fatta per Amato (ex Psi). Poi è ricicciato D’Alema (ex Pci). Poi è sbucato Marini (ex Dc, clan Andreotti). Poi s’è parlato di Ignazio Visco (Bankitalia). Poi è saltata fuori Fernanda Contri (ex Psi). Poi hanno riesumato Mattarella (ex Dc, corrente De Mita). Senza dimenticare il similnapolitano Sabino Cassese (ex Lottomatica, Autostrade, Generali, Cassa di Risparmio calabro-lucana, Banco di Sicilia, Consulta, Quirinale). Più che una rosa, un crisantemo. Più che una dirigenza, un ossario. Parlare di “corsa al Quirinale” pare eccessivo: se questi riescono a camminare è già un miracolo, essendo seduti sulle poltrone da un’eternità, con l’unico sforzo di muoversi ogni tanto per balzare da una cadrega all’altra senza mai toccare terra. Infatti non si esclude il Napolitano- bis, previ trattamenti di imbalsamazione, ibernazione e impagliatura, per un paio d’anni. Il problema non è l’età anagrafica, ma quella castale. Mai come ora i cittadini chiedono un Presidente estraneo alla banda larga che soffoca il Paese da tempo immemorabile. Perciò Milena Gabanelli, a prescindere dalla sua nobile rinuncia (“la frase “faccio la giornalista” è bellissima), non poteva passare. E nemmeno Gino Strada. E neppure Stefano Rodotà. Perché non sono controllabili né ricattabili. A un uomo libero come Rodotà non basta neppure aver fatto quattro volte il deputato nella sinistra e il presidente Pds per piacere al Pd. O meglio, alle care salme che ne sequestrano i vertici, senz’alcun rapporto con gli elettori (che invece Rodotà lo voterebbero al volo, e cantando per la gioia). Basti pensare che non vogliono neppure Prodi, che ha il grave torto di aver battuto due volte B., mentre gli altri hanno perso tutte le elezioni, infatti sono ancora lì. Ora Bersani si accinge all’ultimo capolavoro: se davvero oggi i suoi voteranno Marini o un’altra mummia insieme a Pdl e Monti, priverà l’Italia del miglior Presidente dai tempi di Pertini. Taglierà i ponti con i 5Stelle in vista del nuovo governo. Confesserà che il dialogo con loro era una truffa per giustificare l’inciucio deciso fin dall’inizio. Sfascerà il partito e il centrosinistra, visto che Renzi e Vendola non vogliono neppure vedere Marini e simili. E si consegnerà un’altra volta nelle grinfie del Caimano che, dopo essersi scelto il capo dello Stato, detterà legge di qui alle elezioni e naturalmente le vincerà a mani basse. A meno che stanotte gli elettori sommergano il Pd di mail, sms, fax, tweet e segnali di fumo anti-inciucio. A meno che oggi, a Montecitorio, vinca il Franco giusto: non Marini, ma Tiratore.

mercoledì 17 aprile 2013

Ciampi, banchiere grigio che sognava la "moral suasion" - Marco Travaglio - Il F.Q. 17/4/2013)

Il decimo Presidente, come il primo Enrico De Nicola, i partiti lo vanno a prendere fuori dal Parlamento. È Carlo Azeglio Ciampi, il tecnico di pronto intervento che nel 1993 è divenuto premier e ha salvato per pochi mesi la reputazione della politica screditata da Tangentopoli e da Mafiopoli; e che nel 1996-'98, come ministro del Tesoro del primo governo Prodi, ha salvato il Paese dalla deriva verso il Terzo Mondo, agganciandola miracolosamente all’Europa della moneta unica. L’Italia che nel 1999 saluta il presidente Scalfaro dopo sette anni di Quirinale ha appena visto naufragare la Bicamerale, tentativo maldestro e suicida del centrosinistra di giungere alla “normalità” tanto cara a Massimo D’Alema con un compromesso al ribasso sulla riforma della Costituzione con l’eversore incostituzionale per antonomasia: Silvio Berlusconi. Il quale, subito dopo aver perso rovinosamente le sue seconde elezioni nel ‘96 e aver ottenuto dal Conte Max l’insperata legittimazione di padre costituente, anzi ricostituente, ha portato a spasso il centrosinistra per due anni, costringendolo a snaturarsi in “patti della crostata” in casa Letta e in progetti neocraxiani sul presidenzialismo e contro l’indipendenza della magistratura. Poi, sul più bello, li ha mollati a metà del guado e ha fatto saltare il tavolo della Bicamerale, avendo capito che il suo vero obiettivo finale – l’amnistia per salvarsi dai processi – non glielo può regalare nemmeno la sinistra più masochista del pianeta, terrorizzata dalla rivolta dei suoi elettori. In compenso ha ottenuto un risultato mica da ridere: indebolire il governo Prodi, che insieme a Scalfaro alla Bicamerale ha sempre guardato con sospetto, fino a farlo cadere per mano di Bertinotti e a rimpiazzarlo nell’ottobre ’98 con una parodia di governo D’Alema sostenuto dai ribaltonisti al seguito di Cossiga e Mastella. Il viatico ideale per una riscossa che solo due anni prima pareva follia. Ma se la controriforma della seconda parte della Costituzione va in fumo dopo due anni di inutile lavoro, l’asse D'Alema-Berlusconi resta in piedi per eleggere il nuovo capo dello Stato, che i due compari vogliono scegliere insieme, convinti ciascuno di poterlo usare per mettere nel sacco l’altro. Max e Silvio non hanno dubbi: il nuovo capo dello Stato deve descalfarizzare il Quirinale, dunque non può essere un politico abile nella manovra di palazzo come lo era il Presidente uscente. Occorre – come scriverà Marzio Breda ne La guerra del Quirinale (ed. Garzanti) – “un defibrillatore istituzionale, un dissuasore” che spenga gli ardori della battaglia politica. Un anestesista, un emolliente che consenta ai partiti di riprendere in mano il pallino della politica, troppo a lungo commissariata. “Una figura istituzionale all’insegna della terzietà”, auspica Gianni Letta col suo linguaggio alla vaselina.
L’inciucio tra B. e D’Alema
Dunque è subito chiaro a tutti che i candidati di bandiera ai blocchi di partenza, nella primavera ‘99, sono specchietti per le allodole. Berlusconi pronuncia due nomi: Amato, l’ex craxiano che fino a due anni prima è stato presidente dell’Antitrust da lui stesso nominato e perfetto garante del trust Mediaset; e Bonino, eletta con Forza Italia nel ’94 e sempre rimasta nell’orbita del centrodestra, anche perché lo stesso Cavaliere l’ha scelta come commissario europeo insieme a Monti. Il centrosinistra non gradisce: Amato è ancora sotto scacco di Craxi, che ogni tanto distilla veleni sul suo passato socialista con i famosi fax da Hammamet; e la
Bonino non è ancora ascesa nell’Olimpo progressista. Così il centrosinistra ribatte con le candidature di tre ex democristiani: Rosa Russo Iervolino, ex presidente del Ppi, fedelissima di Scalfaro, dunque vista come il fumo negli occhi dal Cavaliere; Nicola Mancino, presidente del Senato, ex sinistra Dc e ora Ppi; e Franco Marini, ex leader della Cisl, poi passato alla politica attiva con Andreotti, anche lui confluito nel Ppi. Ma nessuno dei tre incontra i favori della destra. E Prodi, altro papabile, viene spedito alla Commissione Ue.
Ciampi invece va bene a tutti. Tant’è che il 13 maggio, quando le Camere iniziano a votare, viene eletto plebiscitariamente al primo scrutinio. Come Cossiga. Lo votano centrodestra e centrosinistra, tranne la Lega Nord e Rifondazione comunista. Con 707 voti su 1010, contro i 72 del lumbard Luciano Gasperini e i 21 del rosso antico Ingrao (scelto dai rifondatori). Raccolgono consensi anche la Iervolino (16), la Bonino (15), l'imputato per mafia Andreotti (10) e persino il latitante Craxi (6). Sul Corriere, Montanelli saluta con sollievo
non tanto il nuovo Presidente, quanto lo scampato pericolo di veder eletti i suoi concorrenti democristiani e dunque rinascere la Balena Bianca: il “mostro senza volto che m’incalza con la logorrea del presidente uscente (Scalfaro, ndr), aggravata dall’accento irpino di Mancino e dalle corde vocali della signora Iervolino”. L’idea di un capo dello Stato più taciturno, dopo le intemperanze di Pertini, le picconate di Cossiga e le omelie di Scalfaro, rassicura più di un italiano. E Ciampi – scrive il vecchio Indro – promette bene almeno da questo punto di vista: “Non è di un grande statista che stiamo parlando, ma di un ‘commesso dello Stato’, come si chiamano in Francia gli alti e ringhiosi guardiani della pubblica amministrazione, allergici alle manovre politiche... Impacciato parlatore, in aula non brilla. Ma non brillava nemmeno Einaudi, come non aveva mai brillato Giolitti”. Il quale, “quando non aveva più nulla da dire, aveva
finito di parlare”. Chissà, forse in un altro contesto Ciampi avrebbe davvero tenuto fede a queste attese. Di sé quest’uomo in grigio, anzi in bianco e nero con le sopracciglia folte ad accento circonflesso, dice: “Soffro di agorafobia, prendere la parola in una piazza o davanti a platee troppo vaste mi blocca”. Ma dovrà fare violenza a se stesso. Perché, dopo poco più di un anno di tregua, si ritrova subito in mezzo a un’infuocata campagna elettorale: quella del 2001, col ritorno di fiamma di Berlusconi. Seguita da un quinquennio terribile fatto di leggi vergogna, norme ad personam, attacchi alla Costituzione e alla magistratura, scontri con la “sua”
Europa e incidenti internazionali. Ed è costretto, lui che non ama parlare in pubblico, men che meno a braccio, a esternare quasi ogni giorno: se non come i tre precedessori, quasi. Nato a Livorno nel 1920 da un negoziante di ottica e una insegnante di musica, sposato con Franca Pilla, Ciampi ha studiato dai gesuiti e poi alla Normale di Pisa. Ha due lauree, in Filologia classica e in Giurisprudenza. Credente ma laico (e, secondo
qualche maligno, anche massone), si definisce un “liberale crociano”: combattendo in guerra come sottotenente degli autieri in Albania e poi in Abruzzo, ha conosciuto il suo maestro Guido Calogero, filosofo antifascista e liberalsocialista, che l’ha avvicinato al Partito d’azione. È questa l’unica militanza politica del giovane Ciampi, insieme all’iscrizione alla Cgil. Nel 1946, dopo aver insegnato per un po’ Lettere al liceo, dà il concorso per la Banca d’Italia, dove resterà 47 anni percorrendo tutto il cursus honorum, da impiegato a governatore (per 14 anni, dal 1979 al 1993). È lì che matura uno stile sobrio ed essenziale e un metodo di lavoro fondato sulla “squadra”, che metterà a frutto sul Colle con un’équipe di consulenti esterni (i “Ciampi boys”) di cui fanno parte Andrea Manzella, Sabino Cassese, Mario Draghi, Maurizio Viroli, Tommaso Padoa-Schioppa e il solito, eterno Tonino Maccanico.
Sì e no alle leggi vergogna
Una sobrietà tecnica che non gli impedirà qualche concessione alla retorica patriottarda, senza plateali baci alla bandiera e lacrime in pubblico, con giuste campagne come quella per rivalutare la festa del 2 giugno. Ma pure con qualche indulgenza di troppo al nazionaltrombonismo. Tipica, in questo senso, la battaglia per far cantare l’inno di Mameli ai calciatori della Nazionale. E anche un’esternazione nel giorno dell’ottantesimo
compleanno: “Nel ’93, da presidente del Consiglio, andai in visita di Stato in Germania. Ero sul palco al fianco del cancelliere Kohl, e fu issato il tricolore mentre la banda suonava l’inno di Mameli. Lo confesso, un brivido mi corse lungo la schiena e mi tremarono le gambe”. Figurarsi la faccia di Ciampi, sul palco della prima alla Scala, quando il maestro Riccardo Muti rifiuta di eseguire l’inno nazionale “perché si tratta di una
marcetta incompatibile con Beethoven”. Il suo primo atto politico è, nel 2000, la nomina di Giuliano Amato per rimpiazzare D’Alema, dimissionario dopo la rovinosa disfatta alle elezioni regionali. Poi, appunto, torna Berlusconi. Sulle prime Ciampi si illude di fronteggiare i suoi continui strappi istituzionali, costituzionali e internazionali con la moral suasion: qualche fervorino in via riservata. Come quello che consiglia al Cavaliere di rinunciare a nominare ministro della Giustizia Roberto Maroni, condannato in via definitiva per aver picchiato un poliziotto durante una perquisizione nella sede della Lega, e dirottato al Welfare. Ma ben presto deve cambiare registro: sin da quando, a fine 2001, il Cavaliere dichiara guerra all’Europa con la legge sulle rogatorie e il rifiuto di ratificare la legge sul mandato di cattura europeo, perdendo per strada il ministro degli Esteri, il tecnico, Renato Ruggiero e assumendo su di sé l’interim della Farnesina. Ciampi fa buon viso a cattiva sorte anche con la legge sul falso in bilancio e con la Cirami sul legittimo sospetto, mentre le piazze si riempiono di girotondini, scudi umani contro il bombardamento alle procure. Ma nel 2003 deve rassegnarsi: la moral suasion, con un tipaccio come il Caimano, non serve a nulla. Del resto, agli scenari di guerra è
abituato: non solo per la sua esperienza di sottufficiale, ma anche perchè porta ancora le stimmate della notte fra il 27 e il 28 luglio ‘93, quando le bombe mafiose polverizzavano a suon di bombe il Pac di Milano, le basiliche romane del Velabro e del Laterano, e i centralini di Palazzo Chigandavano in tilt, facendogli temere il golpe.
I soliti dossier
Dunque, dal 2003, il Presidente comincia a rispedire al mittente le leggi più incostituzionali: quella sui tribunali minorili e soprattutto quelle sulla tv (la Gasparri) e contro la giustizia (la Castelli sull’ordinamento giudiziario e la Pecorella che abolisce l’appello contro le assoluzioni). E così diventa anche lui, come Scalfaro, un nemico da abbattere, un “ribaltonista”, un “comunista mascherato”. Gli house organ di Arcore e dintorni estraggono i dossier pronti da tempo: allusioni al figlio scavezzacollo e ai suoi pasticci finanziari; e soprattutto all’operazione Telekom Serbia, il controverso acquisto della compagnia telefonica di Belgrado dalle mani di Milosevic ai tempi del governo Prodi, quando Ciampi era al Tesoro. Il centrodestra istituisce una commissione parlamentare ad hoc, trasforma un truffatore (il celebre Igor Marini) in supertestimone, raccoglie accuse false a Prodi, Fassino e Dini. Ma Claudio Scajola e Carlo Taormina fanno sapere che sono pronti a tirare in ballo anche il Presidente, se farà lo schizzinoso sulle leggi del Capo. Lui non si lascia intimidire (anche se poi firmerà senza batter ciglio altre vergogne come la Bossi-Fini, il lodo Schifani, la
ex-Cirielli e le guerre in Afghanistan e in Iraq). Così come quando un’orda di leghisti guidati dagli “onorevoli” Borghezio, Salvini e Speroni, accoglie la sua visita al Parlamento europeo al grido “Basta euro, Padania libera, Italia vaffanculo”. Sul momento, Ciampi minimizza, anche per non enfatizzare la figuraccia italiana in Europa. Ma si prenderà una sonora rivincita il giorno dopo le sue dimissioni, nella primavera del 2006, annunciando da semplice senatore a vita il suo No al referendum confermativo sulla controriforma costituzionale della “devolution” targata Carroccio e centrodestra. Qualcuno dirà: troppo poco, troppo tardi. Ma solo perché non ha ancora visto all’opera il suo successore.

Scalfaro sul Colle per 672 elettori e 200 kg. di tritolo - Marco Travaglio - Il F.Q. 17/4/2013


La vita al Quirinale è una spaventosa e solitaria traversata, ma per fortuna ogni giorno che passa è uno in meno da trascorrere qui dentro”. In questa frase di Oscar Luigi Scalfaro, pronunciata in uno dei tanti momenti difficili del suo settennato, c’è la chiave per spiegare la solitudine, dunque le bizze, metamorfosi e mattane di tanti presidentipersi nelle 2mila stanze di quella che Marzio Breda (La guerra del Quirinale, Garzanti) descrive come “la reggia più grande e sfarzosa d’Europa”. Il 1992 è iniziato, per i politici, sotto i peggiori auspici. Il 17 febbraio, a Milano, è finito in carcere per tangenti il craxiano Mario Chiesa ed è iniziata Mani Pulite. Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra ha aperto la guerra allo Stato assassinando l’eurodeputato andreottiano Salvo Lima, considerato traditore. Il capo della Polizia Vincenzo Parisi avverte che c’è una lista di politici destinati a morire anche loro ammazzati, da Mannino a Vizzini, da Martelli ad Andreotti. Il 6 aprile, dalle urne, il quadripartito che sostiene il VII governo Andreotti esce con le ossa rotte, mentre la Lega di Bossi vola al 9% (sopra il 20 in tutto il Nord). Il 25 aprile Cossiga scende dal Colle con due mesi di anticipo, lasciando i suoi poteri presidenziali al supplente: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini. Il nuovo governo è affare del nuovo capo dello Stato e – prevede il Picconatore con una tetra maledizione – “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Mai previsione si rivelerà più azzeccata. Anzitutto perché i partiti, terrorizzati dalle indagini giudiziarie e dalle vendette mafiose, paiono un formicaio impazzito, senza bussola. Saltati tutti i giochi e le marcature.
La scheda nei catafalchi
Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune sotto la guida del neopresidente della Camera, Scalfaro, e comincia a votare. I sospetti incrociati fra i partiti sono tali che Pannella chiede a Scalfaro di garantire la segretezza del voto. Scalfaro, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo due cabine di legno foderate con un drappo rosso, subito ribattezzate “catafalchi” da Rutelli. Ma questo non basta al missino Carlo Tassi, sempre in camicia nera, che urla “ladri!” a macchinetta contro i banchi della maggioranza e agita un paio di manette. Scalfaro tenta di zittirlo, quello replica che nessuna legge lo prevede, allora il presidente dell’assemblea ribatte: “Ma non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare! Comunque complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. Nei primi tre scrutini, quelli con maggioranza dei due terzi, ciascun partito opta per il suo candidato di bandiera: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). Dalla quarta votazione, scendono in lizza i big. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani prevede che il primo torni a Palazzo Chigi, mentre gli altri due se la vedano fra loro per il Colle. Si parte col segretario Dc Arnaldo Forlani, che al quinto scrutinio prende 479 voti e al sesto sale a 496: manca poco al quorum dei 508. Ma dal sesto scrutinio il Coniglio Mannaro comincia a scendere, impallinato dai cecchini del suo partito e dei cosiddetti alleati. I quali, insieme, dovrebbero totalizzare 540 voti: e invece all’appello, per Forlani, ne mancano 80, di cui almeno 50 dc. Sono gli uomini di Andreotti, abilmente pilotati dal suo factotum Paolo Cirino Pomicino. Il 17 maggio, spossato dall’altalena, Forlani annuncia il ritiro. Sembra il gran giorno del Divo Giulio, che attende da anni di aggiungere alla sua collezione di poltrone l’unica che ancora gli manca. Restano però da convincere i vedovi dell’Arnaldo, che sono tanti e non ne vogliono sapere, preoccupati dallo strapotere andreottiano. Il Pds di Achille Occhetto s’incunea nelle divisioni scudocrociate e propone Giovanni Conso, giurista cattolico super partes, presidente emerito della Consulta. La Dc risponde picche. I socialisti provano col loro giurista, Vassalli, e i repubblicani con Leo Valiani. Invano. Bruciate in poche ore anche le candidature di Norberto Bobbio, Francesco De Martino e Mino Martinazzoli. Riaffiora Vassalli con l’appoggio di un pezzo di Dc, ma l’altro pezzo lo affonda definitivamente. Forlani, delegittimato una seconda
volta, si dimette pure da segretario Dc. Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, o Spadolini o Scalfaro. Per il secondo si spende molto Pannella, in nome di un ritorno alla Costituzione picconata da Cossiga. Ma gli andreottiani obiettano che anche Giulio è istituzionale (in quanto premier in prorogatio) e buttano la palla in tribuna.
La bomba di Capaci
Nel pomeriggio di sabato 23 maggio, mentre partiti e correnti ballano sul Titanic, a riportarli coi piedi per terra giunge una terribile notizia da Palermo: il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo, in località Capaci. La notizia è stata anticipata tre giorni prima da una strana agenzia di stampa, “Repubblica”
(vicina all’andreottiano dissidente Vittorio Sbardella, detto “lo Squalo”): “Manca ancora qualcosa di drammaticamente straordinario. Un bel botto esterno, come ai tempi di Moro, a giustificazione di un voto di emergenza”. Ed è esattamente ciò che accade. Messo Ko dall’uno-due Lima-Falcone, Andreotti si ritira dalla corsa. La sera dello stesso sabato il suo fedelissimo Nino Cristofori chiama concitato il braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è un attacco a Giulio”. Per il “voto d’emergenza” vaticinato da quella strana agenzia, non restano che Spadolini e Scalfaro. De Mita, presidente della Dc priva ormai del suo segretario e del suo ultimo candidato, preferirebbe Spadolini: un po’ in funzione anti-Craxi, un po’ perché non ha dimenticato le parole pesanti scritte da Scalfaro nella relazione finale della commissione d’inchiesta sull’Irpinia. Ma ad azzoppare il repubblicano ci sono le ultime notizie dal Palazzo di Giustizia di Milano:
arrestato Giacomo Properzj del Pri, indagato un altro esponente dell’Edera, Antonio Del Pennino. A sbloccare l’impasse provvede il Pds, disposto a votare Scalfaro fin subito. Nato a Novara nel 1918, figlio di un impiegato delle Poste di origini calabresi, magistrato, padre costituente, fedelissimo di De Gasperi e Scelba, più volte sottosegretario, ministro dell’Interno nel governo Craxi, lontano dalle correnti, mai sfiorato da scandali o sospetti, vedovo da molti anni, sempre accompagnato dalla devota e inseparabile figlia Marianna, Scalfaro è stato uno dei critici più inflessibili delle picconate cossighiane. E infatti Cossiga fa recapitare a tutti i leader dei partiti un dossier con le fotocopie di ben 48 interviste di Scalfaro contro di lui. “Se non l’avessimo votato – dirà Massimo D’Alema – gli altri prima o poi avrebbero ritirato fuori Andreotti”. E così, quel 25 maggio, la sedicesima fumata è bianca: all’ultimo momento Scalfaro ha pregato il vicepresidente Stefano Rodotà di prendere il suo posto, per non dover annunciare la propria elezione. E diventa il nono presidente della Repubblica con 672 voti su 1002, un’amplissima maggioranza di centrosinistra: Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50). Il Msi, che in un precedente scrutinio ha votato per il giudice Borsellino, opta per Cossiga (63). Il quale Cossiga verga una nota di benvenuto con la penna intinta nel fiele: “Scalfaro è un tipico esponente di una concezione ottocentesca e compromissoria. Pur essendo notoriamente di estrema destra, è ossessionato dalla centralità del Parlamento... Per questo l’hanno votato Pannella e i verdi. Ma pensiamo quanto può sul serio condividere Pannella del suo rigore morale, eccessivo anche per me...”. L’allusione, oltreché alla fama di integrità morale che circonda il successore, è a un vecchio episodio del 1950, quando Scalfaro apostrofò in un ristorante romano una nobildonna, Edith Mingoni Toussan, per
una scollatura troppo generosa (“Non si va a ristorante in prendisole”), e c’è chi giura che le assestò addirittura un ceffone. Ma anche al nomignolo di “sottosegretario al Pudore” fin dai tempi in cui Scelba lo nominò viceministro allo Spettacolo con il compito di censurare e purgare i copioni teatrali e le sceneggiature cinematografiche. Indro Montanelli, che lo stima e gli vuol bene, ma non risparmia corbellature al suo leggendario bigottismo, saluta così la sua elezione su Il Giornale: “Sappiamo di non scoprire la polvere
dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo (in realtà 200, ndr) che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di
Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”. Poi avrà modo di ammorbidirsi e di apprezzarlo tutte le volte che Scalfaro darà prova di risolutezza (e anche di sorprendente laicità) in alcuni momenti cruciali. Il suo primo impegno sul Colle è la scelta del nuovo premier. Saltato il piano del fu Caf per Andreotti al Quirinale e Craxi a Palazzo Chigi, si impone una soluzione equilibrata: con un Dc sul Colle, il governo tocca a un socialista. Ma quale? Il 3 giugno il cronista giudiziario del Tg1 Maurizio Losa annuncia che “ora, nell’inchiesta sulle tangenti, c’è anche il nome di Bettino Craxi”. Scalfaro telefona al procuratore di Milano, Francesco Saverio Borrelli: “Craxi è sotto inchiesta?”. La risposta è no. Ma dopo le elezioni è partita la richiesta di autorizzazione a procedere per gli ex sindaci socialisti Tognoli e Pillitteri. Basta leggere i giornali per capire che per Bettino è questione di mesi. Il delfino Claudio Martelli, Guardasigilli uscente, sale al Quirinale con il collega Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno. “Scalfaro – racconterà – mi disse che giudicava legittima la candidatura di Craxi, ma che non avrebbe potuto designarlo perché contro di lui era in corso ‘una campagna d’opinione molto forte, anche se con aspetti diabolici’”. In realtà il Presidente si è fatto l’idea che Martelli e Scotti, con quella strana visita ‘in tandem’, si stiano candidando per formare il governo in nome del ‘nuovo’ in politica e della lotta alla mafia che li ha
visti impegnati fino al decreto sul 41-bis all’indomani di Capaci. Craxi lo viene a sapere, toglie il saluto al ‘traditore’ Martelli e consegna a Scalfaro una rosa di nomi: Amato, De Michelis e Martelli (“in ordine non solo alfabetico”). Infatti Scalfaro incarica Giuliano Amato, che in autunno spremerà gli italiani con una manovra-salasso da 93 mila miliardi di lire e il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti bancari: l’Italia di Tangentopoli è sull’orlo della bancarotta. Craxi, indagato a dicembre, si dimette da segretario del Psi nel gennaio ’93. A febbraio cade anche Martelli, rimpiazzato da Conso. A marzo Amato e Conso tentano il
colpo di spugna su Tangentopoli, ma Scalfaro non firma e rimanda il decreto al mittente. Ad aprile, dopo il referendum che abolisce i fondi pubblici ai partiti, Amato si dimette, anche perché ha mezzo governo indagato.
I tanti no a Berlusconi
Il 26 aprile Scalfaro incarica un tecnico fuori dai partiti: il governatore di Bankitalia, Carlo Azeglio Ciampi. In estate poi licenzia il direttore delle carceri Niccolò Amato, fautore della linea dura sul 41-bis per i mafiosi detenuti, e lo rimpiazzano con un alfiere della linea morbida, Adalberto Capriotti. La Procura di Palermo, indagando sulla trattativa Stato-mafia, accuserà Scalfaro e Conso di avere ceduto alle minacce di Cosa Nostra. Che infatti, di lì a poco, torna ad attaccare con le stragi di Firenze, Milano e Roma. E in novembre ottiene da Conso la revoca del 41-bis a 343 mafiosi. Il tutto all’indomani del ricatto paragolpista dei vecchi capi del Sisde, che tirano il Presidente nello scandalo dei fondi neri. Lui insorge in tv: “A questo gioco al massacro io non ci sto: prima hanno provato con le bombe e ora con il più ignobile degli scandali”. Insomma, nei primi due anni sul Colle Scalfaro ne vede di tutti i colori. Poi scende in campo Berlusconi che – confiderà lui – “con i suoi modi mi dava un fastidio persino fisico”. Mai un gior- no di tregua. E lui, il Pertini Bianco, sempre lì, rigido e stentoreo, la erre moscia, le basette ottocentesche come la sua retorica, il naso e il mento convergenti, la lunga sciarpa bianca, il santo rosario in una mano e la Costituzione nell’altra. Dice no a Previti ministro della Giustizia del primo governo Berlusconi (“Qui quel nome non passa, per senso etico”). Dice no alle elezioni anticipate reclamate dopo la caduta per mano di Bossi. S’inventa il secondo governo tecnico, affidato a Dini e ingiustamente degradato a “ribaltone”. Per sette anni difende il Parlamento e i giudici, attaccati prima dal solo B., poi anche dal centrosinistra di D’Alema, che s’imbarca nella Bicamerale (apertamente osteggiata dal Presidente) mercanteggiando la Costituzione col Caimano e infine rovesciando il Prof (grazie a Bertinotti) per prendere il suo posto. Quello nato nell’ottobre ’98 a guida D’Alema è il quinto e ultimo governo benedetto da Scalfaro. Con molta amarezza, perché già si intravede in lontananza il ritorno del Cavaliere. Nel 1999, quando conclude la “spaventosa e solitaria traversata” sul Colle, l’Economist lo saluta con questo titolo: “Scalfaro, la bambinaia che non ser- viva all’Italia”. Invece serviva eccome. Infatti
non sarà né la prima né l’ultima.

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