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lunedì 17 giugno 2013

Palmiro Prospero, maestro di libertà - Marco Travaglio - Il F.Q. 17/06/2013.

Un volgare articolo di Michele Prospero sulla fu Unità, intitolato “Travaglio, il ‘giornalismo servo’ contro i ribelli M5S”, ci dà l’occasione per fare il punto sul Fatto Quotidiano e sullo stato dell’informazione e del potere in Italia. Fin da quando siamo nati, a chi ci domandava quale fosse la nostra “linea politica”, abbiamo risposto: la Costituzione. In un sistema informativo disegnato a immagine e somiglianza di quello politico-partitico, fu come bestemmiare in Chiesa. Non avendo altro padrone che i lettori, il Fatto risponde soltanto a loro e alla coscienza dei suoi giornalisti. Per questo non ha mai taciuto una notizia, anzi ne ha date molte che gli altri tacevano. Ha preso e prende posizione, certo, ci mancherebbe: la sua posizione, non quella di altri, che non ha il piacere di conoscere. Abbiamo le nostre idee, ben chiare e radicate, e in base a quelle giudichiamo ciò che accade. Chi fa proprie le nostre posizioni e battaglie ci piace. Chi va in altre direzioni non ci piace. La nostra intransigenza sulla legalità (non solo penale, ma anche costituzionale e contro tutti i conflitti d’interessi) e sul rinnovamento della politica ci ha portati ad apprezzare molte battaglie prima di Di Pietro, poi di Ingroia e del Movimento di Grillo. Ma anche a rimpiangere lo spirito dell’Ulivo modello 1996, poi tradito dai partiti che avrebbero dovuto farsene portavoce. E a sostenere i cani sciolti del Pd e i movimenti di base tipo OccupyPd che contestano l’inciucismo dei vertici. Questo non ci ha impedito di criticare le sciagurate scelte di classe dirigente da parte di Di Pietro, la frettolosa e improvvisata entrata in politica di Ingroia, certe sparate di Grillo con annesso deficit di democrazia interna al M5S. Anche a destra, quando si muoveva qualcosa di interessante, tipo il coraggioso distacco di Fini e dei suoi dalla Banda B., l’abbiamo guardato con simpatia (Flavia Perina scrive spesso sul Fatto ), senza però rinunciare a denunciare il grumo di interessi che, al netto delle calunnie berlusconiane, si celava dietro il “caso Montecarlo”. Siamo fatti così: non più bravi degli altri, solo più fortunati perchè più liberi. Quando sbagliamo, lo facciamo da soli, non per conto terzi. E, quando ci alziamo la mattina, non sappiamo mai a chi daremo ragione o torto: dipende da quel che succede. Purtroppo sono pochi i giornali e le tv che possono dire onestamente altrettanto. Il nostro sistema mediatico ricorda il feudalesimo: il tal giornale fa gli interessi di questo o quel partito perchè gli appartiene o ne riceve fondi pubblici; o fa il gioco della tal banca o azienda o lobby ben accomodata nella stanza dell’editore, ovviamente impuro. Se qualcuno, restando serio, può accusarci di essere al soldo di Grillo e Casaleggio è perchè giudichiamo i 5Stelle senza pregiudiziali, apprezzandone le giuste battaglie e criticandone le magagne, mentre tutti gli altri giornali, a parte rarissime eccezioni, li attaccano sempre e comunque nell’interesse dei loro editori, cioè dei padroni dell’economia e della finanza e dunque della politica, e non possono tollerare la presenza in Parlamento di un gruppo (diciamo pure un’Armata Brancaleone) di ragazzi che non rubano e non mafiano (non ancora, perlomeno, non che si sappia) e dunque non sono controllabili perchè non ricattabili. Così in campagna elettorale i 5Stelle erano un branco di eversori. Poi, quando vinsero le elezioni e lorsignori speravano che facessero da stampella al governo Bersani, divennero quasi buoni. Poi, quando si capì che manipolarli era più difficile del previsto, iniziò il giochetto che dura tuttora (con la complicità di alcuni di loro, non si sa se troppo fessi o troppo furbi): il tentativo di staccarli non tanto da Grillo, ma dai loro elettori e dal loro programma, per convertirne una parte al Sistema. Basta che dicano qualcosa contro Grillo o a favore dei partiti perchè da “signori nessuno” pericolosi per la democrazia diventino i nuovi Sacharov e Solgenitsin. Il fatto che in campagna elettorale si fossero solennemente impegnati a decurtarsi gli emolumenti e soprattutto a non allearsi con alcun partito per ottenere i loro obiettivi (alcuni sacrosanti, altri inattuabili, altri demenziali) e fossero stati votati proprio (e solo) per questo, non conta. Anzi, assistiamo al paradosso che il Pd e il Pdl che hanno tradito gli elettori scilipotizzandosi, cioè governando insieme dopo aver giurato in campagna elettorale di essere irriducibilmente alternativi e incompatibili, danno lezioni di coerenza all’unico movimento (con Sel) fedele agli impegni: chi vuol tradire la parola data agli elettori diventa santo, chi vuole mantenerla è un mascalzone. E se qualcuno ricorda cosa diceva il Pd di Razzi e Scilipoti quando passarono al Pdl, o il Pdl di Follini quando passò al Pd e di Fini quando sfiduciò B., è un servo di Grillo e Casaleggio. Se in questi vent’anni stampa e tv avessero trattato i partiti che hanno devastato l’Italia con un decimo dell’acrimonia che applicano ai 5Stelle, la Seconda Repubblica sarebbe morta da tempo senza fare i danni che ha fatto. E forse M5S non avrebbe ragione di esistere: Grillo farebbe ancora il comico, guadagnando dai suoi show il triplo di quel che guadagna da quando fa politica. Ma questi ragionamenti di semplice buonsenso Michele Prospero non se li può permettere: sull’Unità si guadagna la pagnotta falsificando ciò che ho scritto l’altroieri, quando invitavo il “Movimento 5 Polli” (titolo dettato da Casaleggio) a piantarla con le batracomiomachie autoreferenziali sulle espulsioni e a fare “conferenze stampa e iniziative di piazza per denunciare le porcate che scoprono in quell’ente inutile che ormai è il Parlamento”, tipo “l’esproprio delle Camere per blindare la controriforma costituzionale” e “la presa in giro su Imu e Iva”. Il mio invito all’opposizione a opporsi diventa, nel taglia-e-cuci di Prospero, “santificazione” di M5S e “ordine di insurrezione” di stampo fascista “contro ‘quell’ente inutile che è il Parlamento’” con un “sospetto automatismo” verso “l’aula sorda e non più grigia, ma comunque inutile” di Mussolini. Del resto “Travaglio nel 1994 accarezzò la Lega” e ora “punta sul M5S… garante del buon mondo antico presidiato dal grato Cavaliere”. Ora – a parte il fatto che il garante del grato Cavaliere è il Pd che ci governa insieme e che la Lega rovesciò il primo governo Berlusconi, poi resuscitato dagli amici di Prospero con la Bicamerale – io non so dove fosse questo falsario nel ’94. Ma so bene dov’ero io: in un comodissimo posto al Giornale di Montanelli, che lasciai con il direttore e 50 redattori per l’avventura de La Voce, sabotata da tutti e chiusa dopo un anno perchè si opponeva da posizioni liberali al governo B.-Lega. Nel 2001, da vero criptoberlusconiano, fui il primo giornalista a denunciare in Rai (Satyricon di Daniele Luttazzi) i rapporti fra la mafia, Dell’Utri e B. che nel 2001 – molto grato – mi fece cacciare da tutte le tv con l’editto bulgaro, mentre le spie del Sismi e della Security Telecom accumulavano dossier illeciti sul mio conto e il grato Cavaliere e i suoi sgherri mi denunciavano in tutti i tribunali d’Italia per milioni di danni. E fui accolto all’Unità, quella vera, rifondata come giornale libero e non di partito da Colombo e Padellaro, che infatti combatteva contro B., la Lega e gli inciucisti del centrosinistra che demonizzavano i girotondi e la Cgil di Cofferati. Se il signor Prospero oggi ha un giornaletto su cui scrivere dovrebbe ringraziare chi 12 anni fa lo resuscitò, dopo che i suoi amici l’avevano ammazzato mettendo in fuga i lettori. Naturalmente non lo farà: di recente ha additato al Pd come modello da seguire non Enrico Berlinguer, ma Palmiro Togliatti. Un sincero democratico che i dissidenti non li attaccava sul blog: li lasciava semplicemente crepare nei gulag dell’amico Stalin o, se erano anarchici o trotskisti, perseguitare e ammazzare in Spagna. Ecco, magari le lezioni di libertà e democrazia Prospero ce le dà in un’altra vita.

Interessi sì, conflitto può darsi - Marco Travaglio

Carta Canta - l'Espresso, 14 giugno 2013

Fanno quasi tenerezza, Enrico Letta e Anna Finocchiaro,quando parlano di una nuova legge controi conflitti d'interessi. Letta la annuncia addirittura come una delle missiondel suo governo. La Finocchiaro invece la evoca per indorare la pilloladell'ennesima conversione del Pd sulla via di Arcore, ovviamente all'insaputadegli elettori superstiti: quella sul presidenzialismo (come se i conflittid'interessi fossero un guaio nelle repubbliche presidenziali e manna dal cieloin quelle parlamentari). Eppure sanno benissimo entrambi che, nel momentostesso in cui il Pd ha deciso di fare il governo con Berlusconi, si è preclusoqualunque possibilità di combattere conflitti d'interessi, posizioni dominanti sul mercato,incompatibilità, ineleggibilità, corruzione, evasione fiscale, economiaclandestina (che poi sono i motivi principali della crescita sottozerodell'Italia, ma anche le ragioni sociali del Cavaliere politico). Tantovarrebbe fare un bagno di sincerità e ammetterlo senza tante bugie, evitando disuscitare aspettative inutili che diventeranno dannose quando si trasformerannonelle ennesime disillusioni.

Ma è un'ulteriore bugia che l'unico ostacolo a unaseria normativa contro i conflitti d'interessi stia ad Arcore. E il caso DeLuca? E il caso Bondi? Vincenzo De Luca è da tempo immemorabile (con qualcheintervallo parlamentare) il sindaco-padrone di Salerno, prima per i Ds ora peril Pd. Lasciamo perdere i tre o quattro processi che ha sul groppone con accusegravissime, praticamente tutti i reati contro la Pubblica Amministrazione. Ledue cariche di sindaco e viceministro alle Infrastrutture sono incompatibiliper legge (scritta da Berlusconi, cioè coi piedi), ma soprattutto per motivioggettivi: da sindaco, De Luca patrocina il progetto della metropolitana dellasua città (un'eterna incompiuta e, viste le dimensioni di Salerno, un'operainutile e costosa che in 16 anni s'è già mangiata la bellezza di 55 milioni);da viceministro, ne è il controllore. Tant'è che ha già convocato imprese,Comune e Regione Campania per un vertice al Ministero. Quando toccherà alComune, si porrà stringenti quesiti in veste di viceministro e poi, saltellandodall'altro capo del tavolo, si risponderà da sindaco con argomenti certamenteconvincenti, almeno per il viceministro. Che, per pura combinazione, è semprelui. E' il replay di una scena già vista alcuni anni fa quando De Luca,commissario speciale del governo Berlusconi, convocò se stesso in qualità disindaco per discutere del termovalorizzatore. Perfetta identità di vedute.

Letta, o Finocchiaro,o il Pd, insomma qualcuno ha intenzione di porre ilproblema del suo plateale conflitto d'interessi? Non c'è nemmeno bisogno di unalegge: basta il buon senso. Ma a Salerno gli unici appassionati al tema sembranoessere i 5Stelle, che insistono per le sue dimissioni da primo cittadino. IlPdl fa orecchi da mercante. Così come fa il Pd sull'ineleggibilità di Berlusconi. Una mano (sporca) lava l'altra. Il caso Bondi, nel senso di Enrico,è un'altra apoteosi del “non voglio e non posso” del governo. Sorvoliamo sul suorinvio a giudizio per falsa testimonianza nell'inchiesta sugli spioni Telecom.In febbraio, da qualche mese consulente del governo Monti per la spendingreview, Bondi dona 100 mila euro nella lista Monti. In aprile i Riva, di cui èda anni consulente, lo ingaggiano come amministratore delegato dell'Ilva diTaranto, finita sotto sequestro per i suoi gas venefici. Il governo Monti leconcede di proseguire l'attività con la nuova autorizzazione Aia che, supressione dei giudici, impone stringenti prescrizioni per la bonifica degliimpianti. L'Ilva ne aggira un bel po' e i giudici la sgamano di nuovo. Bondi sidimette da ad per protesta. Il governo, appoggiato dalla lista Monti,estromette per un po' i Riva dalla gestione e, all'insegna della discontinuità,nomina commissario chi? Bondi, che cambia semplicemente stanza, incaricato difare da commissario ciò che non ha fatto da consulente e da ad. Poi naturalmentetutti a scrivere la nuova legge contro il conflitto d'interessi. Titolo:“Esclusi i presenti”.

sabato 15 giugno 2013

Movimento 5 Polli - Marco Travaglio - Il F.Q. 15/06/2013.

Che fa il maggior gruppo di opposizione (diciamo pure quasi l’unico) mentre il governo-inciucio Berlusconi-Letta mostra già la corda e manifesta tutta la sua prevedibilissima impotenza? È quello che si domandano molti italiani, soprattutto quelli che han votato 5Stelle contro i partiti che si sono mangiati l’Italia. Sappiamo bene che i neoeletti stanno imparando il mestiere di parlamentari; hanno presentato una ventina di disegni di legge e altri ne stanno preparando; le loro presenze in aula e in commissione superano largamente quelle degli altri gruppi; hanno rinunciato (unici nella storia) al finanziamento pubblico di 42 milioni di euro; hanno avviato (unici nella storia) le pratiche per dichiarare ineleggibile B.; han fatto approvare una mozione per consentire a chi avanza crediti dallo Stato di scalarli dalle caselle esattoriali; hanno appoggiato la proposta del Pd Giachetti per tornare al Mattarellum, ovviamente sabotata dal partito unico Pd-Pdl-Monti; hanno contestato assieme a Sel il golpetto del governo in Senato per aggirare l’articolo 138 della Costituzione.Ma tutto questo i milioni di italiani che s’informano (si fa per dire) dai camerieri del potere non lo sanno. Da quando gli usurpatori hanno osato metter piede nel Palazzo, le guardie del corpo dei partiti e dei loro padroni dipingono M5S come un covo d’incompetenti sfaccendati e teleguidati che passano il tempo a litigare, epurare, espellere, o a parlare di scontrini, mentre Grillo e Casaleggio fanno soldi a palate. Contro il giornalismo servo si posson fare due cose: seguitare a imprecare al destino cinico e baro, o bypassarlo parlando direttamente ai cittadini e portando fuori dal Parlamento ciò che avviene dentro. Ma, per farlo, bisogna conoscere il sistema e usarlo, anziché farsene usare. Dopo quattro mesi di inseguimenti di pennivendoli assatanati che a marzo chiedevano “la votate la fiducia a Bersani?”, ad aprile “Grillo sbaglia a insistere su Rodotà?”, a maggio “restituirete la diaria?”, a giugno “che ne sarà della povera Gambaro?”, dovrebbe essere chiaro a tutti che a stampa e tv non frega nulla di quel che fanno i 5Stelle: solo sputtanarli (si è addirittura introdotta in politica la categoria dell’“antipatia” per squalificare Crimi e la Lombardi, mentre i vecchi politici – com’è noto – sono tutti simpaticoni) e trovarne qualcuno che parli male di Grillo e bene di Napolitano, Letta e Alfano. E intanto magnificare con titoloni-pompa il governo del nulla, rilanciare le promesse dei ministri che evaporano dopo due minuti, esaltare i moniti del Presidente (ormai un rumore di fondo), celebrare le mirabolanti imprese dei suoi saggi prostatici: pennellate di lingua a base di “task force”, “road map”, “cronoprogrammi”, “grandi riforme”, Tizio “spinge”, Caio “accelera”, Sempronio “frena”. Mai come ora, con un governo che manda a casa i condannati fino a 6 anni (praticamente tutti, a parte i serial killer), espropria le Camere per blindare la controriforma costituzionale, ci prende in giro su Imu e Iva, c’è bisogno di un’opposizione che si faccia vedere e sentire. Chi non vi è portato, come la furbona che ha scoperto improvvisamente che il guaio dei 5Stelle è Grillo o quell’altro genio che s’è iscritto al M5S per andare dalla D’Urso o i “dissidenti” sul nobile ideale della diaria, va semplicemente ignorato, o liquidato con una battuta, o affidato a un collegio di probiviri che faccia rispettare le regole (come nei partiti, che espellono centinaia di persone senza che nessuno se ne accorga). Le scomuniche di Grillo e le riunioni-fiume dei gruppi sono proprio ciò che vuole la grande stampa, sempre a caccia di armi di distrazione di massa. Invece di perder tempo dietro le Gambaro, i capigruppo convochino conferenze stampa e iniziative di piazza per spiegare le porcate che scoprono in quell’ente inutile che ormai è il Parlamento, e come intendono contrastarle. Altrimenti sono più inutili del Parlamento.

venerdì 24 maggio 2013

Nanucapione - Marco Travaglio - Il F.Q. - 23/05/2013.

La scena ricorda quelle dei film di Er Monnezza. Esterno notte, strada buia alla periferia di Roma illuminata dai fuocherelli delle mignotte. Ne arriva una nuova e viene subito scacciata dalle veterane: “‘A bbella, qua ce stamo noi, questa è zona nostra”. E la novizia deve sloggiare. È quel che sostengono anche i servi di B. sparsi nel Pdl, nel Pd e sui giornali, impegnatissimi a difendere la sua permanenza abusiva in Parlamento col decisivo argomento che lui sta lì da vent’anni, non importa se illegalmente in base alla legge 361 del 1957: quella è zona sua. È una nuova versione di quella che in diritto si chiama “usucapione”: se uno s’impossessa di un bene non suo, dopo vent’anni ne diventa proprietario. Ora, siccome dal ’94 centrodestra e centrosinistra si sono dati il cambio nel dichiararlo eleggibile anche se non lo era, B. dopo vent’anni ha acquisito il seggio per nanucapione. Michele Ainis, giurista, riconosce sul Corriere che in effetti la legge “proibisce l’elezione dei titolari di concessioni (come le frequenze tv) da parte dello Stato” e la ragione è “evidente anche a un bambino: disinnescare i conflitti d’interesse”. Quindi B. vende le tv o lascia il Senato? Eh no, troppo semplice: visto che dal ‘94 “ha prevalso un’interpretazione formale o formalistica” (i nuovi sinonimi di “illegale”), può restare lì in eterno: “C’è un che difanciullesco nella pretesa di riscrivere il passato usando la legge come una macchina del tempo… Dicono i 5Stelle: su B. fin qui avete sbagliato, perché mai perseverare nell’errore? Risposta: perché nel diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità”. Errare è umano, perseverare è legge. Solennissima corbelleria: da anni le Camere immunizzano i propri membri dai processi per diffamazione con la scusa dell’insindacabilità delle opinioni espresse dal parlamentare nell’esercizio delle funzioni; ma non si contano le sentenze della Consulta che ribaltano quei voti fuorilegge e autorizzano i giudici a procedere. Ma per i giuristi alla Ainis il rispetto delle leggi dello Stato non è un valore: è una bizzarra pretesa dei 5Stelle. I quali, appena arrivati, sono ancora dei ragazzini. Ma si spera che diventino presto uomini di mondo. Come diceva Giolitti, la legge per i nemici si applica e per gli amici si interpreta. Anzi, si viola. Con l’ulteriore complicazione che qui amici e nemici si son sempre messi d’accordo per un piatto di lenticchie. Memorabile il titolo di Repubblica sul Pd, che ancora due mesi fa giurava con Bersani, Zanda e Migliavacca che avrebbe votato per l’ineleggibilità di B., e ora ha cambiato idea (o più probabilmente mentiva due mesi fa): “La rassegnazione dei democratici: ‘Impossibile far decadere Silvio’”. Ecco, non è colpa loro, ma di misteriosi fattori esogeni: le avverse condizioni metereologiche? Malèfici influssi extraterrestri? E par di vederli i poveri democratici, incolpevoli di tutto, mentre guardano “rassegnati” i democratici che corrono a salvare B. un’altra volta. Violante detta la linea: “Per 3-4 volte abbiamo votato per l’eleggibilità. Se non ci sono fatti nuovi non vedo perché dovremmo cambiare questa scelta”. Lui è sempre a disposizione: quando B. chiama, scatta in automatico il Pronto Intervento Violante. Dovrebbero dotarlo di sirena e lampeggiante, per evitare che resti impigliato nel traffico e arrivi in ritardo. Oppure, visto che Ghedini e Longo ultimamente lasciano un po’ a desiderare, nominarlo avvocato difensore di B. ad honorem. Anche perché ha già figliato una nidiata di violantini. Per esempio Doris Lo Moro, che sarebbe pure un magistrato: “Quella del 1957 è una norma evanescente perché il ‘57 è secoli fa”. Anche le leggi, come i reati, cadono in prescrizione dopo un po’. Se la gentile signora Lo Moro ci dice dopo quanti anni, è fatta. Il furto, per esempio, è punito almeno da quando Mosè scese dal monte Sinai con le tavole della legge. Millenni fa. Se anche il settimo comandamento è evanescente, ci divertiamo.

martedì 21 maggio 2013

L’Epifania - Marco Travaglio - Il F.Q. - 21/05/2013

Domani la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera deve votare pro o contro 
l’immunità-impunità per B. in quattro processi, uno penale e tre civili, nati da altrettante denunce presentate da persone da lui infangate nella scorsa legislatura, quand’era ancora deputato. E la prossima settimana si riunirà finalmente la giunta per le elezioni del Senato per decidere sulla eleggibilità o meno di decine di neosenatori sui quali gravano diversi profili di incompatibilità, fra cui B., titolare con Mediaset delle concessioni televisive pubbliche e dunque ineleggibile in base alla legge 361/1957. In tutte le votazioni il Pd è decisivo: alla Camera, perché con Sel ha la maggioranza assoluta grazie al premio-Porcellum; al Senato, perché è il gruppo più rappresentato e, pur non arrivando alla maggioranza, può ampiamente superarla con i 5Stelle, che han già annunciato il loro voto per l’ineleggibilità di B. Dunque, entro una decina di giorni, se il Pd farà ciò che si aspettano i suoi elettori, il Parlamento darà il via libera ad altri quattro processi a B. e lo caccerà dal Parlamento dove siede abusivamente da vent’anni. Non si tratta di atti ostili o eversivi, ma semplicemente di applicare le leggi dello Stato: l’insindacabilità parlamentare vale per i voti dati e le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni, non per gli insulti e le diffamazioni sparsi in giro per l’Italia (la Consulta l’ha stabilito un’infinità di volte); e l’ineleggibilità non è un’opinione, ma una condizione oggettiva fissata da una legge di 56 anni fa, quando B. andava all’università (e studiava legge!). Eppure si apprende dai giornali che, nell’un caso e nell’altro, il Pd potrebbe votare a favore di B. e contro la legge. Urge un chiarimento netto dal neosegretario Epifani, ma anche dal premier Letta a proposito degli “accordi di governo” evocati a ogni pie’ sospinto dal Pdl e ignoti agli elettori. Sarebbe ben strano se vi fossero comprese questioni di legalità e democrazia, di esclusiva competenza parlamentare. Ma se qualcuno, confondendo i ruoli, ha preso impegni in tal senso farebbe bene a mettere tutte le carte in tavola. Onde evitare che gli elettori ne scoprano via via una al giorno: oggi l’impegno a votare l’imputato Formigoni a presidente della commissione Agricoltura; ora la promessa di mandare Nitto Palma al vertice della commissione Giustizia (con la furbata di chiedere a Monti di votarlo insieme al Pdl, per potersi astenere e fingere dinanzi agli elettori di aver fatto di tutto per impedirlo). Il Pd ha promesso a B. di bloccare i suoi processi per diffamazione e le sue cause civili per danni? Il Pd ha promesso di dichiararlo eleggibile anche se tutti sanno e dicono (D’Alema, Bersani, Zanda e Migliavacca) che non lo è? Se sì, lo dica e spieghi perché. Gli elettori se ne faranno una ragione e decideranno di conseguenza alle prossime elezioni. Ciò che è intollerabile è il balletto delle bugie e delle ipocrisie. Zanda che ribadisce l’ineleggibilità di B., ma “a titolo personale” (è capogruppo al Senato!), anche perché “io in giunta non ci sono”. Il tartufo Fioroni che filosofeggia: “L’ineleggibilità non è nel programma approvato dalle Camere” (già: da quelle Camere formate anche da eletti ineleggibili, visto che la giunta per le elezioni è bloccata da tre mesi; e poi che c’entra il governo col voto del Parlamento sulla legalità della sua composizione?). Il direttore dell’Unità Claudio Sardo che scrive, restando serio: “Restiamo convinti che la legge 361/1957 escluda l’eleggibilità del proprietario di un’azienda concessionaria dello Stato. Ma è evidente che una maggioranza politica non potrebbe oggi, senza esercitare violenza ai danni di tanti elettori, ribaltare il giudizio già espresso in sei legislature consecutive”. Come dire che, siccome un serial killer ha ucciso sei persone e l’ha fatta franca, se ne ammazza una settima non si può arrestarlo: sarebbe una violenza ai danni dei suoi complici.

sabato 4 maggio 2013

Barzel-Letta - Marco Travaglio - Il F.Q. 04/05/2013


Sabato scorso, quando Lettino uscì dall’ufficio di Napolitano con la lista dei ministri, tenne subito a precisarne i tratti distintivi: “Competenza, ringiovanimento e record di presenza femminile”. Il capo dello Stato trattenne a stento le lacrime dinanzi a cotanta “novità, freschezza e competenza”. Per carità: per l’oste, il vino della casa è sempre ottimo. E poi Napolitano troverebbe fresco e giovane anche Andreotti. Ma il loro autorevole parere sui ministri, se non per la giovinezza e la freschezza, almeno per la competenza si rivela azzeccato anche per i viceministri e i sottosegretari. Gli uomini (e le donne) giusti nei posti giusti, all’insegna della più rigorosa meritocrazia. A cominciare dagli imputati. Filippo Bubbico del Pd, già governatore di Basilicata (una delle meglio amministrate non solo dell’Italia, ma del mondo), molto esperto anche in bachi da seta, già saggio della nidiata napolitana, ha un processo in corso in tribunale per abuso d’ufficio (e uno alla Corte dei conti) con l’accusa di avere sperperato 23.869 euro di fondi della sua regione per un’inutile consulenza esterna all’amministrazione che avrebbe potuto essere espletata all’interno. Dunque è viceministro dell’Interno. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, è imputato in tre processi per storie di appalti, incarichi e vicende urbanistiche (truffa e falso; peculato; associazione per delinquere e concussione); è stato condannato e poi prescritto per reati contro l’ambiente; ed è indagato per falso ideologico e abuso d’ufficio a proposito del mostruoso progetto “Crescent”. Secondo voi dove l’hanno messo? Ma viceministro alle Infrastrutture, naturalmente. Anche per le sue doti di pacificatore contro il partito dell’odio: suo il distensivo invito a Roberta Lombardi di 5Stelle “vai a morire ammazzata!”. Geniale l’omofoba Biancofiore alle Pari Opportunità, meglio della barzelletta su Dracula all’Avis. Viceministro degli Esteri è Bruno Archi, ex consigliere diplomatico del Cainano: lo consigliava così bene per sparare cazzate in tutto il mondo, e poi ha testimoniato a suo favore nel processo “nipote di Mubarak”. L’ottimo Antonio Catricalà, detto Catricaletta perché dice di ispirarsi a Letta (Gianni, non Enrico, ma ora forse anche Enrico), ben meritò come capogabinetto di Maccanico con la legge sulle tv, ovviamente incostituzionale; poi come garante all’Antitrust (garante di B., s’intende), dove naturalmente non si accorse dei trust Mediaset e Publitalia, in compenso sgominò il temibile cartello dei fornai; infine come sottosegretario alla Presidenza al posto di Letta (Gianni) nel governo Monti: promosso viceministro delle Comunicazioni, e dove se no? Ci sono anche due pm, Ferri (vita e opere a pag. 3) e Manzione: si era detto che non stava bene che entrassero in politica, ma valeva solo per Ingroia. La baronessa Ilaria Borletti Buitoni, ma anche un po’ Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, ha donato 710 mila euro all’amato Monti: pareva tantino per un posto in Parlamento, ma ora è arrivato il sottosegretariato alla Cultura. Lei minaccia querele preventive a chi insinuerà che i 710 mila euro siano serviti a comprare le due poltrone. Fiato sprecato: chi potrebbe mai pensare una cosa del genere? E, a proposito di fiato, ecco a voi Gianfranco Micciché. Non è un omonimo: è proprio quel Micciché lì. Quello che voleva ribattezzare l’aeroporto di Palermo perché “i nomi di Falcone e Borsellino trasmettono ai turisti un’idea negativa della Sicilia” (molto meglio Aeroporto Dell’Utri, o direttamente Mangano). Quello che l’ex compagno di partito Ciccio Musotto definì “politico di fiuto”, anche perché quand’era viceministro alle Attività produttive uno spacciatore ministeriale assicurava il servizio ProntoCoca. Dunque, sottosegretario alla Pubblica amministrazione e Semplificazione. Perché lui, quando amministra e semplifica, dà una pista a tutti.

giovedì 2 maggio 2013

Dipartito democratico - Marco Travaglio - Il F.Q. - 01/05/2013.



Dicono che i pesci rossi abbiano la memoria corta, tre mesi non di più. Ma la stampa italiana li supera, diffondendo balle à gogò che non tengono minimo conto della storia degli ultimi tre mesi: elezioni, consultazioni, presidenziali. 


1. ”Il governo Letta non ha alternative: i 5Stelle hanno detto no a Bersani e il Pdl ha detto sì a Letta”. Ma i 5Stelle han detto no a Bersani che chiedeva la fiducia a un suo governo di minoranza, fondato su 8 genericissimi punti, che per sopravvivere avrebbe raccattato i voti qua e là in Parlamento. Nessuno ha proposto un governo Pd-M5S presieduto da un uomo super partes. Errore di Bersani, che non andava al di là del proprio nome, convinto di aver vinto le elezioni. Ed errore dei 5Stelle che, quando salirono al Colle la seconda volta coi nomi di Settis, Zagrebelsky e Rodotà in tasca, non li fecero perché Napolitano disse no a un premier extra-partiti. Così rinunciarono a vedere il bluff del Pd: anche se Bersani fosse stato sincero, un suo governo con M5S non avrebbe mai ottenuto la fiducia da tutto il Pd (che s’è spaccato persino su Marini e Prodi, figurarsi su un’alleanza coi grilli). 

2. “M5S, se voleva governare col Pd, doveva votare Prodi”. Ma M5S aveva candidato Rodotà, uomo storico della sinistra, uscito al terzo posto delle loro Quirinarie, mentre Prodi era a fondo classifica. Chi ridacchia dei pochi voti raccolti da Rodotà (4677) dovrebbe ridacchiare di più di quelli avuti da Prodi (1394). Ma soprattutto: mentre i 5Stelle facevano scegliere a 48 mila iscritti il loro candidato, Bersani faceva scegliere il suo a uno solo: Berlusconi. Che indicava Marini, poi impallinato dal Pd. Che allora mandava allo sbaraglio Prodi. Ma, mentre Grillo chiedeva ufficialmente al Pd di votare Rodotà per governare insieme, Bersani non ha mai chiesto a M5S di votare Prodi per governare insieme (con Rodotà premier). Si è tentato invece lo “scouting” sottobanco per strappare i 15 voti che mancavano a Prodi al quinto scrutinio. Ma Prodi non ci è neppure arrivato, perché al quarto gli son mancati 101 voti Pd. Come poteva il Pd pretendere che M5S votasse spontaneamente, senza richieste ufficiali, un candidato osteggiato dal suo partito, rischiando di spaccarsi e di non riuscire neppure a eleggerlo a causa dei franchi tiratori Pd?

3. “Grillo voleva fin dall’inizio l’inciucio Pd-Pdl”. Ma, se così fosse, avrebbe lasciato andare le cose com’erano sempre andate, anziché fondare un movimento contro “Pdl e Pdmenoelle”. E soprattutto avrebbe scelto un candidato di bandiera per il Colle (se stesso o Fo o un parlamentare qualunque), per blindarsi in un dorato isolamento: non avrebbe certo interpellato la base online, notoriamente influenzata da grandi personalità della sinistra come quelle poi uscite dalle Quirinarie. In realtà Grillo aveva semplicemente previsto l’inciucio, previsione che non richiede particolare acume a chi segue la politica da un po’.

4. “Quello di Letta è un governissimo di larghe intese”. A contare gli elettori che rappresenta, è un governino di minoranza: su un corpo elettorale di 47 milioni (di cui 35 hanno votato), i partiti che l’appoggiano raccolgono appena 20 milioni di voti, avendone persi per strada 10 rispetto a cinque anni fa. Gli stessi partiti che sostenevano il governo Monti e che, dopo le urne, riconobbero che quel governo era stato bocciato. E ora riesumano lo stesso ménage à trois, con ministri più giovani ma meno autorevoli e competenti dei tecnici. Come se gli italiani non avessero votato.

5. ”Il governo Letta pone fine a vent’anni di guerra civile fredda”. Sarà, ma a giudicare dagli inciuci ventennali, dai teneri abbracci Bersani-Letta-Alfano e dagli occhi dolci che si fanno gli ex combattenti, non si direbbe. Spaccato su nonno Marini e papà Prodi, il Pd ritrova una rocciosa compattezza su padron Silvio, da sempre al centro dei sogni erotici dei suoi dirigenti. Più che di una guerra, è la fine di una lunga relazione clandestina con l’outing liberatorio dei due amanti: “Sì, è vero, andiamo a letto da vent’anni: embè?”.

martedì 30 aprile 2013

Saliva & olio di ricino - Marco Travaglio - Il F.Q. 30/04/2013

La primavera romana è segnata quest’anno da un tasso inusitato di umidità. Pare che i meteorologi facciano risalire l’inedito fenomeno a una sovrapproduzione di saliva e olio di ricino da parte di una particolare specie animale: quella dei giornalisti. Alla tradizionale cupidigia di servilismo della categoria, si assomma la concentrazione di lingue, un tempo attive a corrente alternata (una volta quelle di sinistra, una volta quelle di destra) e oggi invece mobilitate in uno sforzo simultaneo e unidirezionale, affinché alle larghe intese corrispondano larghe leccate. I signorini grandi firme però si dividono i compiti. Alla saliva provvedono soprattutto i giornali di sinistra e “indipendenti”. Mentre alla fornitura di olio di ricino per sistemare le sempre più sparute voci stonate dal coro degli Osanna ed Exultet a Scendiletta si incaricano i mazzieri berlusconiani, con ecumenico spirito di abnegazione. In prima fila c’è ovviamente il Cavaliere, giustamente indignato contro chi alimenta l’odio contro la Casta. Tipo quel tale che il 19-2-2004 disse: “Basta con i politici che non hanno mai messo piede in una vera azienda, nel mondo del lavoro, persone che hanno soltanto chiacchierato nella loro vita, che non hanno combinato nient’altro che prendere i soldi dei cittadini. Ci sono tanti signori che hanno la casa al mare, la casa in città, la casa ai monti, la barca… Guardando a quel che guadagnano questi signori e quello che a volte devono anche dare ai loro partiti, mi chiedo: ma come hanno fatto a farsi tutte queste proprietà? Sono soldi rubati ai cittadini”. Grillo? No, Berlusconi. Un uomo che mai, in vita sua, ha evocato la violenza. Mica come quel tale che accusò Prodi di “dire stronzate”, di fare “come il governo Mussolini che chiese pieni poteri e fu dittatura per 20 anni”, e concluse: “Io tornare a Palazzo Chigi? Magari! Ma non è facile, c’è Prodi… Ci vorrebbe un regicidio… Ma basta solo aspettare, arriverà di sicuro il momento giusto”. Un black bloc? No, sempre Berlusconi. Al suo seguito, pancia in dentro e petto in fuori, si schierano due gentiluomini di campagna come Maurizio Belpietro e Alessandro Sallusti, che in fatto di toni bassi e dolce stil novo hanno molto da insegnare. Belpietro, su Libero , spara agli “Scemi di piombo” che “alimentano il clima di violenza”. Dove? Ma naturalmente “sul blog di Grillo”. Chissà se ha chiesto una consulenza al suo collaboratore culturale Franco Freda, quello di piazza Fontana. Sallusti, il Lord Brummel del Giornale, è ancor più dettagliato. Titolo: “Il Grilletto”. Sommario: “Dopo mesi di irresponsabile campagna d’odio da parte di Grillo & C. arrivano le pallottole”. All’interno, una pagina di Maurizio Caverzan che fa invidia alle collezioni di Lotta Continua, con tanto di foto segnaletiche dei nemici da colpire. Occhiello: “Clima d’odio. I cattivi maestri”. Titolo: “I guru del disprezzo armano i disperati”. Catenaccio: “Da Grillo a Travaglio ecco chi alimenta l’ostilità verso la politica. E il qualunquismo è terreno fertile per la violenza”. Seguono – accanto al disegno che ricostruisce la sparatoria a Palazzo Chigi e alla foto di Berlusconi insanguinato dopo l’attentato del souvenir in piazza Duomo – le fotosegnalazioni di alcuni pericolosi ricercati: Grillo, Travaglio, Fo, Vendola e Di Pietro. Wanted, vivi o sperabilmente morti. I pulpiti di Libero e Il Giornale sono naturalmente i più credibili per insegnare le buone maniere. Sallusti infatti è una sorta di Lord Brummel e Belpietro una reincarnazione di Baldassarre Castiglione. Da anni, purtroppo inascoltati, profondono sforzi quotidiani per placare gli animi, svelenire il clima, estinguere ogni principio d’incendio. A maggior gloria dei due maestri di serenità, riportiamo alcuni dei loro titoli più irenici e delicati. Libera piazza in libero Stato Nessuna intolleranza nei confronti del sacrosanto diritto a dissentire e a manifestare in piazza. Libero: “Feccia rossa. I No Tav minacciano il morto”. “La domenica dei bamba. Questi bagni di folla sono un retaggio del fascismo”, “Piazzata rossa della disinformazione. I soliti tromboni e trombati”. “Il partito degli asini: il Pd sfrutta gli universitari peggiori”. “Solo un cretinetti” (sul notav caduto dal traliccio e finito in coma per diversi giorni). Il Giornale: “I ‘farabutti’ vanno in piazza”. “In piazza gli amici di Spatuzza… 200 mila persone in San Giovanni sono inconsapevolmente (ci auguriamo) diventate picciotti, gaudiosi complici del delatore-teologo-pluriomicida”. “Forza Polizia, mandali via”. “Mobilitata anche la feccia”. “No Tav e black bloc, serve una legge per metterli fuori legge”. “Chiudete i centri sociali”. Sugli avversari, ma non nemici Mai una parola fuori posto sugli avversari politici o privati, per non trasformare una corretta dialettica maggioranza- opposizione in sanguinosa guerra civile all’insegna della demonizzazione. Libero: “Veronica, velina ingrata”. “La mafia di Di Pietro”, “Di Pietro, tecnicamente delinquente… Tonino se la prende con Silvio ma il delinquente è lui”. “Casini si allea con gli abortisti e con i carnefici della sua Dc”. “Sindacati venduti”. “La doppia Rosy Bindi: una giacobina tenera con chi stupra”. “Di Pietro & C. vogliono il morto”. “Bersani chiede il pizzo anche a noi”. “Questione immorale: il Pd impone il pizzo anche ai lottizzati”. “Omertà sul pizzo al Pd”. “Bersani sposa i gay”. “La boiata di Monti”. “Monti è impazzito”. “Chi protegge i ladri: i sindacati che difendono l’art 18”. “Le mani sporche della sinistra: diversamente ladri”. “Tremonti cattivo maestro: Toni Negri è con me”. “Guerra santa: i colpi bassi dei pm”. “Vogliono ucciderlo (Berlusconi, ndr) con una foto”. “Finirà male per chi tifa Monti”. “Gli scheletri della Bonino: il processo per procurato aborto non si è mai celebrato, fu salvata dall’immunità”, “Bonino: abortista e presidente”. “Al Pd non piace la gnocca”, “I pm cercano un omicidio da attribuire a Berlusconi”. “Belle parole e pochi fatti: questo Zeman è comunista”. Il Giornale: “Ora Silvio vada giù duro”. “Prodi mascalzone bavoso”. “L’inferiorità morale della sinistra”. “Poche ore per fermare la sinistra: l’alternativa al centrodestra sono amministratori che riempiono le strade di rifiuti, mantengono l’amante con i soldi pubblici o vanno a trans e cocaina. È questo che vogliamo?”. “Di Pietro gioca col morto”. “Quanti delinquenti ha Bersani nel suo Pd”. “In cambio delle poltrone Casini infila nel suo forno pure comunisti e abortisti”. “Rita Borsellino, la moralista che compra casa dal mafioso e paga in nero”. “Identikit delle toghe italiane: militanti e fannullone”. “I giudici Ue bevono troppo”. “La bella vita di Mesiano, dopo la promozione arriva l’auto blu”. “Il compagno Fini rinnega il suo passato”. “Ultima chiama per Fini: o cambia rotta o lascia il Pdl. È sufficiente – per dire – ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di An per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme…”. “Giudici sovversivi? Eccone uno: Adriano Sansa”. “Ma Vendola è drogato?”. “Pdl, i Giuda hanno paura”. “Monti minaccia il Parlamento”. “Monti uccide mari e monti”. “Fuori uno, ma non basta” (sulle dimissioni di Malinconico). “Silvio, ferma la rapina”. “Pd, diversamente ladri: Bersani mente al Corriere”. “Diversamente ladri: il Pd chiede soldi pure a noi”. “Monti appalta l’Italia a preti, Fini e Casini”. “Vendono il Papa a Monti per 17 milioni”. “Fuga dall’imbroglione: i ministri non si fidano di Monti”. “Il razzismo di Monti”. “I droga-party democratici”. “Fini non è più di destra ma è sempre fascista”. “Grillo, parole da brivido che ricordano i nazisti”. “Pm fuori controllo: ecco i messaggini da pazzi”. “Ecco il piano per far fuori Berlusconi”. “Tutti servi di Monti”. “Monti si costituisce”. “Casini e Fini: vecchi e nuovi traditori cambiano casa”. “D’Alema pagato da Berlusconi”. “Vogliono uccidere Berlusconi. Un dirigente del Pd cerca un killer che spari al premier”. In punta di penna Grande attenzione, nelle polemiche con i giornali e i giornalisti che la pensano diversamente, a non trasformare una serena e alta dialettica sui princìpi in una svilente rissa da pollaio. Libero: “Da Pol Pot a De Benedetti: l’antica arte di usare i minori”. “Mentana come Veronica”. “Spazzatura Santoro”. Il Giornale: “De Benedetti eversivo?”. “La svolta di Concita: ora difende il molestatore”, “Tra Silvio e la Piovra, Repubblica sceglie la Piovra”. “Mentana getta la maschera: vuole Telekabul. L’ultima scalata del finto indipendente”. “La follia del politologo editorialista Sartori”. “Bocca? Un ex fascista dalla memoria corta”. “Praga, gli 007 nemici: Augias nostro informatore”. “Ora chiudete Annozero”. Meno male che Giorgio c’è Sempre deferenti, i nostri stilnovisti, sull’opera moderatrice del capo dello Stato super partes. Libero: “Napolitano, svegliati”, “La favolosa corte di re Giorgio. Napolitano costa 7 volte la regina d’Inghilterra”. “Con la scusa del 25 aprile Napolitano fa un comizio”. “Che pacco Napolitano”, “Napolitano fa festa, l’Italia va a fondo”. Il Giornale: “C’è un Napolitano sotto le parti “Manovre oscure della politica. Napolitano e Fini osteggiano Silvio e tentano di fermare il governo”. “Napolitano, il comunista pallido che ‘tradì’ la Costituzione”. Basta Casta I piccoli lord hanno poi sempre accuratamente evitato di alimentare qualunquisticamente l’ostilità popolare contro la “casta” e di scaricare strumentalmente sui politici le colpe della crisi economica. Libero: “Si mangiano pure le posate”, “Attacchiamo la casta e subito ci indagano”. ”Assedio ai papponi di Stato”. “Magna magna a Bankitalia”, “Chi ci tassa è un fannullone. Strapagati per non lavorare al ministero”, “Tagliano i posti letto e si aumentano le poltrone”. “Andate a lavorare”. “Dimettetevi tutti”. “La casta dei cretini”. “La casta vuole mangiare in pace”. Il Giornale: “Prodi ci toglie il pane di bocca”, “Hanno portato via pure i mobili ai ciechi”. “Sono figlio di un suicida e Monti mi ruba la casa”, “Caccia ai trans in Parlamento”, “Monti ci manda tutti in miniera”. “Vendola, vai a lavorare”. “Ingroia, vai a lavorare”. “Uccisi dalle tasse. Ancora un suicidio, e fanno 13”. Forza Europa Molti e congiunti gli sforzi dei nostri baronetti per rasserenare i rapporti con i partner europei. Libero: “Silvio si ribella a nazi-Merkel”, “Svelato il golpe tedesco-partenopeo”. “Due anni alle Pussy Riot: se la sono cercata”. “Angela è davvero una culona”. Il Giornale: “Idioti erano e idioti restano: a casa i maestrini inglesi” (ai Mondiali di calcio). “Basta morire d’euro”. “Ridi, pagliaccio” (Sarkozy). “La Germania ci vuole poveri”. “Caduta Berlusconi: è stata la culona”. Tolleranza mille Nessuna indulgenza verso posizioni xenofobe e intolleranti nei confronti dei migranti. Libero: “Rom: i ‘fratellini’ di Vendola fanno un altro morto”, “Teppisti e immigrati: ribaltone dei giudici”. Il Giornale: “Torna il terrorismo, fermiamo gli immigrati islamici”. “L’invasione dei clandestini, salviamo gli italiani”. ”I fratelli rom di Vendola uccidono un milanese”. Ps. Dinanzi a cotali lezioni di bon ton e linguaggio aulico, non resta che inchinarci col capo cosparso di cenere, prendere buona nota e porre fine alla guerra civile che da vent’anni vede le guardie e i ladri inspiegabilmente arroccati su trincee contrapposte. Viva l’Italia, viva la Repubblica nata dalla Desistenza e fondata su Berlusconi.

domenica 28 aprile 2013

Topi di fogna - Marco Travaglio - Il F.Q. 28/04/2013

Ci sono i topi di fogna annidati nella Rete che, nascosti dietro l’anonimato, violano le password, entrano nelle caselle di posta elettronica di Giulia Sarti, una ragazza di 26 anni che ha l’unico torto di essere stata eletta deputata nel maggior movimento di opposizione al sistema, e pubblicano le sue foto intime, la sua corrispondenza privata e politica, infrangendo due volte la legge: quella che protegge la privacy di ogni cittadino e quella che tutela la riservatezza delle comunicazioni del parlamentare (che può essere violata solo per ordine di un giudice e previa autorizzazione delle Camere). E poi ci sono i loro complici in certi giornali, anche “a utorevoli” e “indipendenti” tipo il Corriere della Sera . Che, non potendo divulgare la spazzatura che gira per il web, fa anche di peggio: si trincera dietro i tweet che la riprendono distorcendola e falsificandola, e li pubblica come fossero Vangelo. Antefatto. Il 20 o il 21 febbraio, poco prima delle elezioni, Pancho Pardi, che conosco dai tempi dei girotondi, non essendo ricandidato mi invia una mail con i curricula di alcuni giovani dell’ufficio legislativo del Senato che collaboravano con lui in materia di giustizia e conflitti d’interessi, chiedendomi se conosca qualche neoeletto del M5S a cui girarli. Mi procuro la mail della Sarti, che avevo conosciuto anni fa a un incontro del meetup di Bologna, e le giro la mail di Pancho. Fine, morta lì. L’altroieri, mentre sono al festival del giornalismo di Perugia, mi chiama un collega di Libero, Matteo Pandini, e mi racconta che nelle mail hackerate alla Sarti ce n’è una mia. Gli racconto quell’episodietto e dico: se vuoi, pubblica pure tutto, è vietato ma non ho nulla da nascondere. Ieri, sulla prima pagina di Libero, trovo un enorme disegno che mi ritrae vestito da postino mentre consegno a Beppe Grillo una busta con la scritta: “Raccomandati”. Titolo: “Anche Travaglio finisce nella Grilloleaks”. Naturalmente è tutto falso: non ho mai conosciuto nessuno di quei giovani, né dunque ne ho mai raccomandato nessuno, tantomeno a Grillo, né ho mai saputo che esito abbia avuto la mail di Pardi, né me ne importa nulla. L’articolo di Pandini a pag. 15 s’intitola: “Grilloleaks: svelati i segreti di Travaglio e Pardi”. All’interno c’è la mia intervista, il cui titolo lascia pensare a chissà quali mie colpe e a chissà quanti messaggi (“L’ammissione: ‘È vero, sono i miei messaggi’”). Ma almeno chi legge capisce quel che è accaduto. Poi apro il Corriere della Sera e a pag. 13 trovo il seguente sommario: “L’accusa su Twitter: segnalazioni a Grillo tramite Travaglio e Pardi. Ma la ‘cittadina’: rapporti cristallini”. L’articolo di tal Emanuele Buzzi recita testualmente: “Le mail stanno facendo il giro del web. E c’è chi segnala diversi spunti. Alcuni riguardano anche ex parlamentari e giornalisti, come Pancho Pardi e Marco Travaglio. Adriano Bizzoco scrive su Twitter: ‘m5sleaks: Sarti gira i cv a Pardi che gira a Travaglio che gira a Grillo per provare ad assumere collaboratori’”. Basterebbe vedere la mail hackerata e pubblicata online dai topi. Ma questo evidentemente al Corriere non interessa: infatti, anziché dire come stanno le cose, preferisce citare il tweet di tal Bizzoco che stravolge e ribalta completamente la realtà: la Sarti avrebbe ricevuto la mail da Pardi e l’avrebbe girata a me e io l’avrei inoltrata a Grillo per fargli assumere quei tizi (che fra l’altro non han bisogno di essere assunti, visto che già lavorano stabilmente all’ufficio legislativo del Parlamento). Cose da pazzi. Il pezzo di Buzzi è tutto un poema: la Sarti, cioè la vittima di un grave delitto, viene interrogata e invitata a discolparsi, come se il reato l’avesse commesso lei: “… Lei ammette: ‘Sì, certo che scrivo a Grillo’”, come se questo fosse un crimine. E ancora: “Non le è sembrata un’ingenuità lasciare nella posta immagini private o materiale politico?…”. Nemmeno una telefonata al sottoscritto per verificare i fatti, evidentemente poco interessanti, anzi controproducenti: e così il giornale di Belpietro si dimostra addirittura più corretto, o meno scorretto, di quello di De Bortoli. Ma non è finita. Ieri, per la prima volta nella sua storia, il sito web de l’Unità riprende in homepage il disegno e il titolo di Libero con il falso su Travaglio che raccomanda qualcuno a Grillo. Questi poveretti che devono far digerire agli eventuali lettori il governo Pd-Pdl non si fermano di fronte a nulla. Complimenti per la coerenza. E così gli stessi giornali, dal Corriere a l’Unità, che fino all’altroieri reclamavano a gran voce la distruzione delle intercettazioni legali e legittime delle telefonate Mancino-Napolitano (regolarmente disposte da un giudice), pubblicano notizie -per giunta false- su mail private illegalmente carpite da hacker senza scrupoli, cioè diventano ricettatori di corpi di reato per sputtanare il maggiore gruppo di opposizione e un giornalista che osa criticare l’inciucio di regime nato proprio ieri. Morale della favola: le intercettazioni legali sul potere si bruciano, quelle illegali sugli oppositori si pubblicano (e i servizi segreti se li pappa Alfano, cioè B., mentre per nessuna ragione al mondo il Copasir deve andare ai 5Stelle, altrimenti magari controllano). Intorno, tutto tace: zitti i custodi della privacy a targhe alterne, zitte le vestali della sacralità del Parlamento a seconda delle convenienze, zitti i tutori della correttezza e completezza dell’informazione quando fa comodo a lorsignori. Basta immaginare che accadrebbe se le caselle di posta violate fossero quelle di B. o di Enrico Letta, o se le manipolazioni colpissero qualche direttore dei giornaloni allineati. Nel 1996, per lubrificare l’inciucio della Bicamerale, Berlusconi si presentò alle telecamere esibendo un cimicione, sostenendo di essere stato spiato: l’intero Parlamento insorse contro l’inammissibile lesione dei diritti dell’opposizione, stigmatizzata con toni drammatici dal presidente della Camera Violante, che convocò l’assemblea in seduta straordinaria. Poi si scopri che era una patacca. Ora invece nessuno dice nulla contro lo spionaggio ai 5Stelle. Occorrono ben altri attentati alla democrazia per scatenare le ire congiunte di Grasso e Boldrini: tipo la denuncia di Franco Battiato sulle mignotte in Parlamento, prontamente sanzionata col licenziamento dall’apposito Crocetta. È persino superfluo spiegare perchè tutto ciò avviene, e perchè proprio ora. Qualcun altro, non abituato a queste porcherie, si spaventerebbe. Noi, che ci abbiamo fatto il callo dai tempi del Sismi e Security Telecom, non ci spostiamo di un millimetro (se non per portare in tribunale questi topi di fogna). E vediamo chi si stufa prima.

domenica 21 aprile 2013

Funeral Party - Marco Travaglio - Il F.Q. 21/4/2013

La scena supera la più allucinata fantasia dei maestri dell’horror, roba da far impallidire Stephen King e Dario Argento. Il cadavere putrefatto e  maleodorante di un sistema marcio e schiacciato dal peso di cricche e mafie, tangenti e ricatti, si barrica nel sarcofago inchiodando il coperchio dall’interno per non far uscire la puzza e i vermi. Tenta la mission impossible di ricomporre la decomposizione. E sceglie un becchino a sua immagine e somiglianza: un presidente coetaneo di Mugabe, voltagabbana (fino all’altroieri giurava che mai si sarebbe ricandidato) e potenzialmente ricattabile (le telefonate con Mancino, anche quando verranno distrutte, saranno comunque note a poliziotti, magistrati, tecnici e soprattutto a Mancino), che da sempre lavora per l’inciucio (prima con Craxi, poi con B.) e finalmente l’ha ottenuto. E con una votazione dal sapore vagamente mafioso (ogni scheda rigorosamente segnata e firmata, nella miglior tradizione corleonese). Pur di non mandare al Quirinale un uomo onesto, progressista, libero, non ricattabile e non controllabile, il Pd che giurava agli elettori “mai al governo con B.” va al governo con B., ufficializzando l’inciucio che dura sottobanco da vent’anni. Per non darla vinta ai 5Stelle, s’infila nelle fauci del Caimano e si condanna all’estinzione, regalando proprio a Grillo l’esclusiva del cambiamento e la bandiera di quel che resta della sinistra (con tanti saluti ai “rottamatori” più decrepiti di chi volevano rottamare). La cosa potrebbe non essere un dramma, se non fosse che trasforma la Repubblica italiana in una monarchia assoluta e la consegna a un governo di mummie, con i dieci saggi promossi ministri e il loro programma Ancien Régime a completare la Restaurazione. Viene in mente il ritorno dei codini nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, con la differenza che qui non c’è stata rivoluzione né s’è visto un Napoleone. Ma il richiamo storico più appropriato è Weimar, con i vecchi partiti di centrosinistra che nel 1932 riconfermano il vecchio e rincoglionito generale von Hindenburg, 85 anni, spianando la strada a Hitler. Qui per fortuna non c’è alcun Hitler all’orizzonte. Però c’è B., che fino all’altroieri tremava dinanzi al Parlamento più antiberlusconiano del ventennio e ora si prepara a stravincere le prossime elezioni e salire al Colle appena Re Giorgio abdicherà. A meno che non resti abbarbicato al trono fino a 95 anni, imbalsamato e impagliato come certi autocrati, dagli iberici Salazar e Franco ai sovietici Andropov e Cernenko, tenuti in vita artificialmente con raffinate tecniche di ibernazione e ostesi in pubblico con marchingegni alle braccia per simulare un qualche stato motorio. Ieri, dall’unione dei necrofili di sinistra e del pedofilo di destra, è nato un regime ancor più plumbeo di quello berlusconiano e più blindato di quello montiano, perché è l’ultima trincea della banda larga che comanda e saccheggia l’Italia da decenni, prima della Caporetto finale. Prepariamoci al pensiero unico di stampa e tv, alla canzone mononota a reti ed edicole unificate. Ne abbiamo avuto i primi assaggi nelle dirette tv, con la staffetta dei signorini grandi firme che magnificavano l’estremo sacrificio dell’Uomo della Provvidenza e del Salvatore della Patria, con lavoretti di bocca e di lingua sulle prostate inerti e gli scroti inanimati delle solite cariatidi. Le famose pompe funebri. Ps. Da oggi Grillo ha una responsabilità infinitamente superiore a quella di ieri. Non è più solo il leader del suo movimento, ma il punto di riferimento di quei milioni di cittadini (di centrosinistra, ma non solo) che non si rassegnano al ritorno dei morti morenti e rappresentano un quarto del Parlamento. A costo di far violenza a se stesso, dovrà parlare a tutti con un linguaggio nuovo. Senza rinunciare a chiamare le cose col loro nome. Ma senza prestare il fianco alle provocazioni di un regime fondato sulla disperazione, quindi capace di tutto.

venerdì 19 aprile 2013

Perché - Marco Travaglio - Il F. Q. 19/04/2013.


Quello che accade lo vedono tutti. Ma a molti sfugge il perché. Il gruppetto dirigente del centrosinistra, sempre lo stesso che da vent’anni non ne azzecca una e salva sempre B. che garantisce la reciproca sopravvivenza, cerca ancora una volta di salvare se stesso (e dunque B.) mandando al Quirinale un uomo controllabile e ricattabile, anche in vista di un governo di largo inciucio. Ma la parola inciucio è riduttiva, perché non siamo di fronte a un accordo momentaneo, provvisorio. Ma a un patto permanente e strategico che regge dal 1994, a una Bicamerale sempre aperta, anche se mascherata qua e là con finti scontri per abbindolare gli elettori e trascinarli alle urne agitando gli speculari spauracchi dei “comunisti” e del “Cavaliere nero”. Se la memoria degl’italiani non fosse quella dei pesci rossi, che dura al massimo tre mesi, i contestatori in piazza o nel web contro Marini e chi l’ha scelto ricorderebbero che sono vent’anni che manifestiamo per la stessa cosa. Dal popolo dei fax ai girotondi, dal Palavobis al popolo viola, da 5Stelle alle altre emersioni del fenomeno carsico che Ginsborg chiama “ceto medio riflessivo”, l’obiettivo è sempre il compromesso al ribasso destra-sinistra contro la Costituzione, la legalità, la magistratura indipendente e la libera informazione. È ora di cambiare slogan e prendere atto della realtà: urlare “Perché lo fate?” o “Non fatelo!” è troppo ingenuo per bastare. Perché l’hanno sempre fatto e sempre lo faranno. E non perché si sbaglino ogni volta. Non si può sbagliare sempre, ininterrottamente, per vent’anni. Se uno, rincasando ogni sera, trova la moglie a letto con un altro, sempre lo stesso, deve rassegnarsi al suo status di cornuto e al fatto che la signora e il signore si piacciono. Perciò le domande da porre al Pd sono altre. Perché nel ’94 avete “garantito a B. e Letta che non gli sarebbero state toccate le televisioni” (Violan – te dixit)? Perché per cinque legislature avete sempre votato per l’eleggibilità di B., ineleggibile in base alla legge 361/1957? Perché nel ’96 D’Alema andò a Mediaset a definirla “una grande risorsa del Paese”? Perché nel ’96 avete resuscitato lo sconfitto B. promuovendolo a padre costituente per riformare la Costituzione e la giustizia? Perché nel 1996-2001 e nel 2006-2008 non avete fatto la legge sul conflitto d’interessi? Perché avete demonizzato i Girotondi, accusandoli di fare il gioco di B.? Perché non avete spento Rete4, priva di concessione, passando le frequenze a Europa7 che la concessione l’aveva vinta? Perché nel 1996-2001 avete depenalizzato l’abuso d’ufficio, abolito l’ergastolo, depotenziato i pentiti, chiuso le supercarceri del 41-bis a Pianosa e Asinara? Perché, negli otto anni in cui avete governato da soli, non avete mai cancellato una sola legge vergogna di B.? Perché le vostre assenze hanno garantito l’approvazione di molte leggi vergogna, dallo scudo fiscale in giù, che non sarebbero passate a causa delle assenze nel centrodestra? Perché nel 1999 una parte di voi salvò Dell’Utri dall’arresto? Perché nel 2006 i dalemiani chiesero a Confalonieri, Dell’Utri e Letta i voti per D’Alema al Quirinale? Perché nel 2006 faceste un indulto esteso ai reati di corruzione, finanziari, fiscali e al voto di scambio politico-mafioso? Perché nel 1998 e nel 2008 avete affossato i due governi Prodi? Perché nel 2011, anziché mandarci a votare, avete scelto di governare con B., salvandolo da sicura sconfitta, all’ombra di Monti? Perché preferite accordarvi al buio con B. per Marini, D’Alema, Amato sul Colle, anziché scegliere Rodotà e dialogare con i 5Stelle per il nuovo governo, come vi chiedono i vostri elettori? Tante domande, una sola risposta: o siete coglioni, o siete complici. Tertium non datur.

mercoledì 17 aprile 2013

Due piccioni con una Gaba - Marco Travaglio - Il F.Q. 17/4/2013

Da un mese e mezzo, cioè dalla sera delle elezioni, si attendeva che il primo partito, il Pd, dopo aver detto giustamente di voler dialogare con i 5Stelle, facesse loro la classica che non si può rifiutare: cioè il nome di un premier estraneo ai partiti, che fosse gradito sia al popolo grillino sia a quello del centrosinistra (due popoli molto meno distanti dei rispettivi vertici). Invece sono arrivate soltanto proposte che si devono rifiutare: votare la fiducia a un governo Bersani, uscire dall’aula tutti o in parte per abbassare il quorum al Senato, prestare alla causa qualche dissidente in libera uscita. Il festival delle occasioni mancate: Bersani che ha anteposto la sua persona agli interessi del Paese, insistendo su un’autocandidatura senza numeri e senza
speranze; e i grilli che alla seconda chiamata al Colle si sono lasciati frenare dal niet di Napolitano a un premier extra-partiti, rinunciando a fare i nomi che pure avevano pensato e fornendo un formidabile alibi al partito dell’inciucio, ansioso di affibbiare a loro la responsabilità (anzi l’irresponsabilità) dell’impasse. Il Corriere dell'Inciucio, col contorno di Sole 24 Ore, house organ arcoriani e banda larga Pdl, già esultavano per l’ineluttabilità del governissimo. Ma ieri la proposta che non si può (o almeno non si dovrebbe) rifiutare l’ha fatta Grillo: le “Quirinarie” hanno partorito un risultato spettacolare, con una Top Ten di persone perbene che al ballottaggio s’è ridotta al magnifico quartetto Gabanelli-Strada-Rodotà- Zagrebelsky. Vedremo se, dei quattro, qualcuno rinuncerà nelle prossime ore, dicendosi indisponibile a salire sul Colle in caso di elezione
e dunque rendendo vano il voto per sé. Ma, anche se la Gabanelli lo facesse, si passerebbe a Strada. E, se Strada lo facesse, si passerebbe a Rodotà. E poi, eventualmente, a Zagrebelsky. Quattro nomi, per motivi diversi, apprezzati da tutti gli italiani onesti (ben oltre il recinto di Pd, Sel e 5Stelle). Non perché non abbiano ciascuno le proprie idee, ma perché hanno dimostrato, nelle rispettive professioni, un’assoluta indipendenza
da ogni partito. Che è poi la vera imparzialità che si chiede a un capo dello Stato. Da non confondere con la neutralità, che è la virtù dei morti. A questo punto, a 24 ore dalla partenza della corsa al Quirinale, una sola cosa è certa: la Gabanelli (o Strada, o Rodotà, o Zagrebelsky) parte con 163 voti sicuri al primo scrutinio: quelli degli eletti di M5S. Se Pd e Sel vi aggiungessero subito i loro, il Presidente verrebbe eletto al primo colpo e alla luce del sole, senza inciuci né giochetti. E godrebbe di una popolarità e di una credibilità smisurate, anche superiori a quelle dei presidenti più amati del recente passato. Il centrosinistra farebbe una splendida figura dinanzi ai propri elettori, che han già dovuto inghiottire troppo fiele e non meritano l’ennesima frustrazione di un Amato, un Marini, un D’Alema, un Grasso, magari un Cassese. Isolerebbe Berlusconi, riducendolo finalmente all’irrilevanza. E ritroverebbe l’unità interna, che invece sarebbe compromessa se continuasse la guerra civile fra correnti. Ma soprattutto – ed è la vera novità di ieri – si prenderebbero due piccioni con una Milena. Nel senso che andrebbe a soluzione non solo il rebus del Quirinale, ma anche quello di Palazzo Chigi. Se Grillo non era ubriaco quando ha scritto il post sul suo
blog, la sua proposta a Bersani è chiara: tu vota Gabanelli e poi si può collaborare per il governo (“Cominciamo da lì. Poi vedremo: rimborsi elettorali, legge anticorruzione, incandidabilità di B. Magari troveremo una convergenza. Se non con lei, con i giovani del Pd”). E, se anche era ubriaco, è il caso di cogliere la palla al balzo prima che torni sobrio e rientri nel suo dorato isolamento. Milena o Gino for President e Stefano o Gustavo for premier: dove sarebbe l’errore?

lunedì 15 aprile 2013

Ma mi faccia il piacere - Marco Travaglio - Il F.Q. 15/4/2013

La parola all'esperto. “Politica e menzogna” (titolo dell'ultimo libro di Luciano ... Violante, ed. Einaudi). Il signore sì che se ne intende.
Gaffe? “Penso che Napolitano abbia il diritto alla sua vecchiaia, a fare il nonno. Lasciamolo andare, ha 87 anni. L'ha detto anche lui che vuole godersi la vecchiaia” (Roberta Lombardi, capogruppo M5S alla
Camera, 11.4). “Lombardi, nuova gaffe” (Corriere della sera, 12.4). “Raramente si era vista una così irritante miscela di arroganza, presunzione e insolenza. Una volta si diceva: come un elefante in una cristalleria. Un giorno si dirà: come una Lombardi in Parlamento” (Sebastiano Messina, 12.4). Giusto: Napolitano ha trent'anni, è un giovanotto di belle speranze e deve restare al Quirinale per altri 50 anni. Va
bene così?
C'è abuso e abuso. “L'impresentabile abuso edilizio della moralista Annunziata” (Libero, 12-4). Da non confondere con gli abusi edilizi di B., che invece sono presentabilissimi.
La fabbrica del piombo. “Il programma di Barca ricorda le Br” (Libero, 13-4). Anche Libero le
ricorda un po'. Solo che le Br sparavano pallottole, Libero spara cazzate.
La fabbrica del look. “Il piumino-chador di Grillo spopola tra i sicari della camorra. Il look del comico ha conquistato la mala di Napoli” (Libero, 10-4). Appunto.
La fabbrica del menga. “Gino Strada sposa le teorie di Mengele” (Il Giornale, 13-4). Anche il Giornale (vedi sopra).
Parla come Barca. “E' evidente che i partiti Stato-centrici e macchina dello Stato arcaica ed élites che li governano vanno d'accordo, producendo un equilibrio perverso, di sottosviluppo: una 'fratellanza siamese'
che porta al catoblepismo... La macchina dello Stato è estranea agli strumenti della democrazia deliberativa, che si vanno affinando. A tenerla in queste condizioni sono la coazione a ripetere e l'intenzionalità di un'élite estrattiva” (Fabrizio Barca, Corriere, 13-4). Come fioss'antani con scappellamento a sinistra.
Scelta cinica. “La scelta di Monti. Niente incarichi di partito” (Corriere della sera, 13.4). Ne ha solo fondato uno.
Basta sinistra. “Basta sinistra al Quirinale” (Vittorio Feltri, il Giornale, 13-4). “Al Quirinale meglio D’Alema, con lui tratti sempre. Lui e B. si conoscono bene, sanno come prendersi, ci hanno già provato con la Bicamerale” (Vittorio Feltri, il Fatto quotidiano, 23-3). Ah ecco.
Amorosi sensi. “Bersani è un piacentino concreto, come lo siamo noi” (Silvio Berlusconi, Corriere, 11-4). “Violante al Quirinale può guidare la pacificazione” (Fabrizio Cicchitto, Corriere, 11-4). “Se dovessi
scegliere a sinistra, per il Quirinale voterei Violante” (Ignazio La Russa, Radio2, 11-4). “Per il Quirinale mi piacerebbe una donna come la Bonino” (Mara Carfagna, 3-4). Sono soddisfazioni.
Bei tempi. “Napolitano: 'Ritrovare il coraggio del '76'” (l'Unità, prima pagina, 9-4). Ma soprattutto la prostata.
Larghe celle. “Certe campagne moralizzatrici distruggono la democrazia” (Giorgio Napolitano, 9-4). “Chiaromonte, un berlingueriano che seppe dire no alla svolta moralistica” (Emanuele Macaluso, il Foglio, 10-4). “Contro i moralizzatori a 5 Stelle. Modesta difesa dello spirito corruttibile” (Il Foglio, 10-4). Ora e
sempre, viva i ladri.
Il pollo di Renzi. “Matteo teme il mio successo” (Pierluigi Bersani, La Stampa, 5-4). E anche la sua folta capigliatura.
L'ideona. “L'idea dei saggi: modificare il Porcellum” (Corriere, 9-4). Perbacco, che originalità: senza i saggi non ci avrebbe mai pensato nessuno.
Aldo sgradimento. “Le primarie di Roma indicano che la lezione non è stata appresa. I militanti romani hanno plebiscitato, come d'abitudine, il candidato più a sinistra, Ignazio Marino. Che avrà parecchie difficoltà a intercettare moderati e cattolici” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 9-4). Insomma, se Marino avrà pochi voti alle elezioni, è perchè ha avuto troppi voti alle primarie. Unica soluzione: candidare alle elezioni chi le primarie le ha perse.

giovedì 11 aprile 2013

E noi, chi ci garantisce? - Marco Travaglio - Il F.Q. 11/04/2013

Nella non sempre nobile, anzi quasi sempre ignobile, battaglia per il Quirinale, in questi primi 67 anni di storia repubblicana, s’è visto di tutto. Pugnali, veleni, franchi tiratori e franchissimi traditori, inciuci, lacrime, sangue, merda. Ma non s’era ancora visto un presidente della Repubblica scelto da chi ha perso le elezioni. Ma, siccome c’è sempre una prima volta, pare che sia proprio questo lo scenario che la sorte potrebbe riservarci di qui a una settimana, quando le Camere riunite cominceranno a votare per il nuovo capo dello Stato. Quaranta e rotti giorni fa gli elettori hanno issato sul podio tre partiti minoritari, in quest’ordine: Pd, M5S, Pdl. Ora il leader del primo, che ha perso 3,5 milioni di voti in cinque anni, ha deciso di chiedere al terzo, che ne ha persi 6,5, di concordare insieme una rosa di nomi fra i quali eleggere un nuovo capo dello Stato “condiviso”. Un modo elegante per riconoscere al terzo partito il diritto di veto sui nomi sgraditi al suo capo, il noto B. Il tutto è avvenuto di nascosto, tra il lusco e il brusco, in una location predisposta da Denis Verdini (quello che ha più processi che capelli in testa, ed è un noto capellone), in una stanzetta attigua alla presidenza della commissione Trasporti della Camera, al quinto piano di Montecitorio. Roba da far venire la nostalgia dello streaming. Ber&Ber erano affiancati dai rispettivi vice, Enrico Letta e Angelino Alfano, che però a un certo punto sono usciti in corridoio perché il tête- à- tête non avesse testimoni e nulla trapelasse della “rosa”. Ma non servono microspie né palle di vetro per immaginarla, tanto la conoscono tutti a memoria: Severino, Bonino, Cancellieri, Finocchiaro, Marini, Amato, Violante, D’Alema, Grasso e – secondo alcuni – pure De Rita. A prescindere dall’età e dal sesso, il minimo comune denominatore è che B. si fida di loro, avendone sperimentata l’assoluta affidabilità nei momenti difficili. Siccome però non si può dire, ecco le formule politichesi alla vaselina: “personalità non divisive”, “soluzioni condivise”, “figure di garanzia”. Non divisive da B. Condivise con B. Di garanzia per B. Contro chi e cosa? Contro i giudici e i processi. Insomma, garanzia fa rima con amnistia. Perciò sono esclusi tutti i personaggi della società civile, da Zagrebelsky a Rodotà, pericolosamente sbilanciati dalla parte della Costituzione. Non va bene neppure Prodi: divisivo, non condiviso e non di garanzia perché non ha mai trattato con B. Pare di leggere l’ultimo pizzino mafioso: “Mai al potere comici e froci”. Per nobilitare l’ignobile operazione, c’è chi ha colto al balzo il monito di Napolitano a un nuovo compromesso storico, come se si potessero paragonare Moro e Berlinguer con B&B, ma soprattutto due situazioni storiche totalmente diverse: 35 anni fa si trattava di includere un partito popolare di massa come il Pci nell’area di governo dopo 30 anni di conventio ad escludendum; qui di mantenere nella stanza dei bottoni un vecchio puttaniere che non ne è mai uscito, avendo governato 11 anni su 19. Restano poi da chiarire un paio di particolari. 1) Che senso ha ripetere ogni due per tre, come fa Bersani, “mai al governo con Berlusconi” e poi fargli scegliere il capo dello Stato? Se B. – giustamente – non deve neppure toccare un governo che può durare anche mezza giornata, a maggior ragione dovrebbe restare a debita distanza dal Presidente, che durerà certamente sette anni. 2) Che senso ha insistere col dialogo con i 5Stelle (che, detto per inciso, sono passati da zero voti a 8 e più milioni) per il governo e tagliarli fuori dal Quirinale? Piaccia o no, sono gli unici che han scelto un metodo trasparente per scegliere il proprio candidato al Colle: la consultazione online tra i loro iscritti. Si spera che esca un nome che piaccia anche agli elettori del Pd e metta in imbarazzo gli eletti. Un presidente che garantisca la Costituzione e la legalità. Quindi non B. Ma tutti noi.

venerdì 5 aprile 2013

Doppiogrillismo - Marco Travaglio - Il F.Q. 05/04/2013.


Abbiamo scritto più volte come la pensiamo sull’occasione che sta perdendo il movimento 5 Stelle di giocarsi il poker d’assi che i partiti e gli elettori gli hanno messo in mano. Nessuno può chiedere ai pentastelluti di appoggiare un governo Bersani né di mettersi d’accordo col Pd, dopo aver promesso tutt’altro in campagna elettorale. E qui ha ragione Grillo. Ma non si vede perché M5S, per proporre un premier e una squadra di ministri fuori dai partiti da offrire a chi ci sta, debba aspettare l’incarico da Napolitano (che non glielo darà mai, specie dopo che Bersani ha fallito pur avendo la maggioranza almeno alla Camera grazie al premio-porcellum). E qui Grillo sbaglia. Anche perché, se non abbiamo capito male, è questo il percorso scelto per il Quirinale: interpellare online gli iscritti per conoscere il loro candidato preferito e poi votarlo con 163 voti sicuri nelle Camere riunite dal 18 aprile, nella speranza che altri partiti o parlamentari sciolti si associno (piano A). Se ciò non avvenisse e il candidato a 5Stelle restasse al palo dei 163 voti, si riproporrebbe il dilemma già sorto con l’elezione dei presidenti delle Camere: votare scheda bianca (piano B), o accodarsi al candidato meno peggiore proposto dagli altri (piano C), o concordare con qualcuno degli altri (si spera non con B.) un presidente accettabile (piano D)? La decisione, se vale sempre quel che scrisse Grillo per i vertici delle Camere, verrà presa a maggioranza dai gruppi parlamentari: e sarebbe saggio, se sfumasse il piano A, optare per il D. Tutto ciò premesso, è francamente insopportabile il trattamento doppiopesista che politici e media continuano a riservare al M5S rispetto agli altri partiti. Se Grillo ripete le cose che dice da sette anni su Pdl e Pdmenoelle, è Hitler reincarnato che emana diktat antidemocratici, editti, epurazioni e ostracismi, ovviamente per “fare soldi” da quel “miliardario” che è, e perché sotto sotto fa il gioco di Berlusconi (anzi, ha fatto un “patto” con lui, come scrive impudentemente l’Unità). Se invece Renzi propone un patto di governo con B., se Bersani vuole incontrare B. per accordarsi sul Quirinale, se il Pd non vuole nemmeno Prodi al Colle perché “divide” (da B., s’intende), va tutto bene. Tre giorni fa il Fatto, e poi il Corriere, e persino Repubblica (in una micronotizia di 18 righe a pag. 18), rivelano la lettera di un sedicente “uomo d’onore della famiglia di Alcamo” che anticipa il piano stragista “degli amici romani di Matteo” Messina Denaro contro i pm Nino Di Matteo e Nico Gozzo per impedire “un governo di comici e froci”. Cioè un governo con Grillo e una parte della sinistra, sul modello siciliano della giunta Crocetta. Gli inquirenti ritengono serissima la minaccia, perché l’anonimo conosce alla perfezione gli spostamenti dei due magistrati e i punti deboli della loro sorveglianza, con particolari noti solo a chi li abbia pedinati per lungo tempo. Bene, anzi male: non solo nessun’autorità di Stato e di governo pronuncia un monosillabo per dare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino. Ma nessuno scrive e nessuno commenta il diktat di Cosa Nostra contro il governo di “comici e froci”. Ogni giorno si riempiono pagine e spazi tv su Grillo e i “grillini”; ma, quando un mafioso scrive che gli amici romani di Cosa Nostra non li vogliono al governo, tutti tacciono. Immaginate se la lettera dicesse “non vogliamo al governo il Pd”, o “Monti” o (ipotetica del terzo tipo) “Berlusconi”: sarebbe il titolo di apertura di tutti i giornali e tg. Gli stessi che dipingono gli eletti di 5 Stelle come un branco di zotici analfabeti, ma se il presidente del Senato Piero Grasso definisce la Costituzione figlia delle culture “liberale, socialista e monarchica”, ignaro della XIII disposizione finale che esiliava i Savoia, tutti zitti. Grillo ha torto marcio quando insulta i giornalisti. I quali però ce la mettono tutta per dargli ragione.

venerdì 29 marzo 2013

Italiano Celentano - Marco Travaglio - Il F.Q. 29/3/2013

Naturalmente Celentano è liberissimo di pensare – e di scrivere su Repubblica – che un giornalista deve “fermare la lingua”, “azzerare il passato” e “soprassedere”, rinunciando a dire ciò che sa del nuovo presidente del Senato, perché siamo in un “momento così delicato”. Se invece non lo fa, anzi insiste a raccontare in perfetta solitudine la biografia della seconda carica dello Stato, non è perché il mestiere di giornalista consiste appunto nel dare notizie vere e documentate; ma “per sminuire l’ascesa di Grasso alla presidenza del Senato” e per “appesantire l’aria”. A suo dire, “Travaglio deve aver pensato: perché lasciare intatta la credibilità del nuovo presidente del Senato, che potrebbe fare qualcosa di buono e dopo noi ci intristiamo?”. Ora, se queste scemenze appartenessero solo al nostro amico Adriano, che purtroppo s’informa poco e nulla sa di Grasso né del perché è arrivato fin lì, anche se potrebbe con poco sforzo informarsi, pazienza. In fondo dev’essere dura per un grande artista nazionalpopolare restare confinato troppo a lungo nel campetto degli outsider: due anni all’opposizione, con le battaglie per i referendum del 2011, poi per i nuovi sindaci, poi per 5Stelle, sono forse troppi per lui. È ora di tirare i remi in barca, rientrare nei ranghi e tornare all’ovile. All’insegna dello scurdammoce ‘o passato “in tutti i settori, anche nel campo della giustizia” (ma sì, regaliamo a B. una bella amnistia o un bel salvacondotto e non parliamo più della sua ineleggibilità, come fanno Flores d’Arcais e centinaia di migliaia di cittadini, perché “è una stronzata”, “una cazzata”, “una scorrettezza elettorale”, bisognava pensarci prima; e pazienza se Flores ci aveva pensato fin dal ‘94, quando Celentano votava B.). Ma Italiano Celentano dà voce alla pancia di molti cittadini che, complici il suicidio di Bersani e certe mattane autistiche di Grillo e dei 5Stelle, si sono già spaventati del cambiamento che un mese fa hanno innescato nelle urne. E ora vivono le stesse paure che li attanagliarono a fine 2011 quando, esaurita rapidamente l’euforia per le dimissioni di Berlusconi, si aggrapparono acriticamente alla zattera dei tecnici. E tremavano se qualcuno, in perfetta solitudine, scriveva che era meglio andare a votare subito, che forse SuperMario Monti e i suoi supertecnici non erano quei geniali salvatori della patria che stampa e tv unificate accreditavano, anche perché la maggioranza l’aveva sempre il centrodestra, almeno in Parlamento, non certo nel Paese. Per qualche mese restammo soli a scrivere queste cose, beccandoci le letteracce di molti lettori. Oggi sparare su SuperMario e i supertecnici che non han salvato niente e nessuno è come picchiare un bambino che fa la cacca sul vasetto: troppo facile, anche perché lo fanno tutti. Anzi i supertecnici si sparano fra loro sul caso dei marò che sparavano ai pescatori scambiandoli per pirati: un po’ come molti soloni della politica e dell’informazione che speravano nei tecnici  scambiandoli per Cavour, De Gasperi ed Einaudi. Gira e rigira, si torna sempre all’Abc di questo oggetto misterioso (per molti) che si chiama democrazia: gli elettori votano, chi vince governa, chi perde si oppone, la stampa e la magistratura controllano, i cittadini vigilano, gli intellettuali pensano e aiutano gli altri a pensare. E non c’è emergenza che possa indurre un giornale o un programma libero a “fermare la lingua”, “azzerare il passato” e “soprassedere”. Sarebbe un tradimento del nostro mestiere e dei nostri lettori, oltreché un piccolo ulteriore arretramento dalla nostra democrazia. E poi lo fanno già in troppi. Chi vuole giornalisti cantori che suonano la viola del pensiero sotto il balcone dei potenti può cambiare giornale, e canale. Noi continueremo a raccontare e a criticare chi lo merita. E, se è il caso, a disturbare i manovratori.

venerdì 22 marzo 2013

Servizio Pubblico - "Decide Grillo" - 21/03/2013

Ospiti: l'onorevole Giuseppe Civati del Partito democratico, 
Lara Comi, eurodeputato del Popolo della libertà, 
il critico d'arte Vittorio Sgarbi. 


www.serviziopubblico.it

giovedì 21 marzo 2013

I portasilenzio - Marco Travaglio - Il F.Q. 21/03/2013.


Nel ‘94, per metter fine alla cacofonia dei suoi ministri che parevano usciti da Prova d’orchestra di Fellini, il Cainano nominò portavoce del suo primo governo Giuliano Ferrara. Che, come ministro dei Rapporti col Parlamento, aveva già instaurato col Parlamento i peggiori rapporti della storia repubblicana. L’uomo giusto al posto giusto. Anche come portavoce comunque non fu niente male: appena aprì bocca, accusò Borrelli di parlare “come un capomandamento mafioso” innescando una guerra termonucleare col Quirinale (c’era Scalfaro, non Mister Monito) e con la magistratura. Assediato da tutti i fronti, B. tolse la voce al portavoce, sospirando: “Qui ci vorrebbe un portasilenzi”. Da allora Ferrara portò solo se stesso, che comunque era già un bell’impegno. Qualcosa di simile, mutatis mutandis, accade da due giorni al M5S, dopo la geniale trovata di Casaleggio di spedire a Roma due noti blogger, Messora e Martinelli, come portavoce dei gruppi parlamentari. Messora è noto per le sue posizioni complottiste, espresse con foga in alcuni programmi tv, soprattutto L’ultima parola di Paragone. Martinelli è noto in rete per aver seguito come inviato, per i blog di Grillo e Di Pietro, alcuni processi dimenticati dalla stampa di regime (tipo Dell’Utri). Ma il blogger è per sua natura un cane sciolto, un solista dall’individualità molto spiccata, perché deve districarsi nella web-jungla con una trovata originale al giorno. Altrimenti sparisce. Una figura totalmente incompatibile con quella del portavoce, che deve annullare la propria personalità fino a diventare lo specchio dell’immagine altrui, il megafono delle decisioni altrui. In questo caso, dei gruppi di M5S alla Camera e al Senato. Ma soprattutto il portavoce dei gruppi parlamentari deve confrontarsi ogni giorno con la stampa parlamentare, che lavora prevalentemente per giornali e tv. Con i molti difetti e i pochi pregi ben noti, ma che non spetta a un portavoce stigmatizzare. Il tragicomico equivoco ha subito prodotto effetti esilaranti. Martinelli ha esordito mettendo in guardia i 5Stelle dall’“ingenuità” che li porta a “cadere nelle trappole di chi vuole sputtanarli”. Senonché subito dopo è caduto nella trappola da lui stesso fabbricata, dichiarando a La Zanzara (ottima idea, andare a La Zanzara) che l’euro fu “la mossa massonica di un gruppo di banchieri”. Il che, per carità, può anche essere, ma non pare il primo punto all’ordine del giorno di M5S, che chiede al Parlamento di varare subito i tagli alla casta e qualche misura per il rilancio dell’economia. Messora intanto spiegava di essere lì per costruire un “team” che “armonizzi le posizioni” dopo “il casino”. Il guaio è che al casino ha subito contribuito lui: anziché spiegare ai capigruppo che non si convoca una conferenza stampa senza domande, ha insultato su Facebook i giornalisti “pseudo- omuncoli” e “spala-merda”. Che, per carità, esistono: l’assalto quotidiano ai grilli per strappar loro un sì alla solita domanda che raccoglie solo no, “Voterete la fiducia al governo Bersani?”, è un caso di stalking umiliante che tradisce il servaggio di molti cronisti al regime dei partiti. Ma non spetta a un portavoce denunciarlo: il suo compito è rispondere a tutti, anche a chi non gli garba, magari per comunicare le iniziative che sono la vera forza di M5S: spulciare, chieder conto di tutto, costringere i partiti a seguirlo su terreni mai praticati come la sobrietà, i risparmi, la guerra ai privilegi, ai conflitti d’interessi, l’ineleggibilità dei condannati, la difesa dei deboli, dell’ambiente e degli altri beni comuni. Invece i nostri eroi fanno gli offesi perché “parlavamo a titolo personale” e i giornalisti non li hanno capiti (ma un portavoce non parla mai a titolo personale o, se vuole farlo, si dimette da portavoce). Il risultato è da ammazzarsi dalle risate: i portavoce, da ieri, sono in silenzio stampa.

martedì 19 marzo 2013

Dizionario dell’inciucio - Marco Travaglio - Il F.Q. 19/03/2013


I 5 Stelle che han votato Grasso contro Schifani sapevano bene chi è Schifani e hanno scelto il meno peggio, cioè Grasso. Ma non avevano la più pallida idea di chi è Grasso, e questo è un bel problema. Specie per chi dice di informarsi sul web per sfuggire alla propaganda di regime. Se l’avessero fatto davvero, avrebbero scoperto che il dualismo Schifani-Grasso era finto. Schifani è sempre piaciuto al Pd, che infatti 5 anni fa non gli candidò nessuno contro, votò scheda bianca e mandò la Finocchiaro a baciarlo sulla guancia. Quando poi il sottoscritto raccontò in tv chi è Schifani, i primi ad attaccarmi furono Finocchiaro, Violante, Gentiloni, il direttore di Rai3 Ruffini e Repubblica . Schifani era il pontiere dell’inciucio Pdl-Pd. Così come Grasso che, per evitare attacchi politici, s’è sempre tenuto a debita distanza dalle indagini più scomode su mafia e politica, mentre altri pm pagavano e pagano prezzi indicibili per le loro indagini. Nessuno l’ha scritto, nei soffietti al nuovo presidente del Senato: ma Grasso, quando arrivò alla Procura di Palermo nel 2000, si ritrovò Schifani indagato per mafia e lo fece subito archiviare (l’indagine fu riaperta dopo la sua dipartita). Così, un colpo al cerchio e uno alla botte, divenne il cocco del Pdl (che lo impose alla Pna, estromettendo per legge Caselli), del Centro (che voleva candidarlo) e del Pd (che l’ha candidato). Ma ciò che conta in politica non è la verità, bensì la sua percezione: perciò sabato era difficile per i grilli siculi non votare un personaggio da tutti dipinto come un cavaliere senza macchia e senza paura. Anche stavolta i media di regime ce la mettono tutta per fare il gioco dei partiti, con il sapiente dosaggio di mezze verità e mezze bugie e il dizionario doppiopesista delle grandi occasioni. Leninismo. La regola base della democrazia è che si decide a maggioranza e chi perde si adegua o esce (salvo poche questioni che interpellano la coscienza individuale). Così ha fatto M5S sui presidenti delle Camere, decidendo a maggioranza per la scheda bianca. Ma, siccome non piace al Pd, la minoranza diventa democratica e la maggioranza antidemocratica. “Leninista”, dice Bersani, senza spiegare con quale metodo democratico è passato in 48 ore dall’offerta delle due Camere a Monti e M5S, al duo Franceschini-Finocchiaro, al duo Boldrini- Grasso. Dissenso. Da che mondo è mondo il parlamentare che approfitta del segreto dell’urna per impallinare il suo partito è un “franco tiratore”. Ma, se è di M5S, la sua è una sana manifestazione di dissenso contro la pretesa di Grillo di telecomandarlo. Indipendenza. Per vent’anni, se uno passava da destra a sinistra era un “ribaltonista”, mentre se passava da sinistra a destra era un “responsabile”. Ora, se un grillino porta acqua al Pd è un bravo ragazzo fiero della sua indipendenza; se resta fedele al suo movimento e ai suoi elettori, è un servo del dittatore Grillo. Scouting. Quando B. avvicinava uno a uno gli oppositori per portarli con sé, era “mercato delle vacche”, “compravendita”, “voto di scambio”. Se Bersani sguinzaglia gli sherpa ad avvicinare i grillini uno a uno, è “scouting” e odora di lavanda. Epurazione. Se Pd, Pdl, Udc, Lega espellono un dirigente che ha violato le regole, è legalità. Se lo fa M5S, è “epurazione”. Rivolta. Ci avevano raccontato che Adolf Grillo e Hermann Casaleggio lavano il cervello al popolo del web e censurano sul blog i commenti critici (un po’ incompatibili col lavaggio del cervello). Ora scopriamo che c’è la “rivolta del web” pro-dissenzienti. Ma anche, dal sondaggio di Mannheimer sul Corriere , che il 70% degli elettori M5S è contro l’inciucio col Pd. Gentili tromboni, potreste gentilmente mettervi d’accordo con voi stessi e poi farci sapere come stanno le cose, possibilmente chiamandole col loro nome?

lunedì 18 marzo 2013

Si fa presto a dire nuovo - Marco Travaglio - Il F.Q.18/03/2013.


Gli innegabili aspetti positivi dell’elezione di Laura Boldrini e di Piero Grasso a presidenti di Camera e Senato li ha elencati ieri il nostro direttore Antonio Padellaro. Ma il coro di Exultet, con sottofondo di trombe e tromboni, che ha accompagnato la doppia votazione di sabato rischia di occultarne le ombre, che pure ci sono e vanno segnalate. A costo di passare per bastiancontrari. 1) È comprensibile che alcuni senatori di 5Stelle, pare di provenienza siciliana, non se la siano sentita di contribuire, astenendosi, al ritorno di Schifani (tutt'oggi indagato per mafia a Palermo, sia pure con una richiesta di archiviazione dei pm pendente dinanzi al gip) alla presidenza del Senato. E abbiano dunque votato per Piero Grasso, evitando il peggio per la seconda carica dello Stato. Ma il metodo seguito non è stato dei più trasparenti: siccome tutti i candidati M5S si erano impegnati con gli elettori ad attenersi alle decisioni democraticamente assunte a maggioranza dai gruppi parlamentari, chi s’è dissociato dall’astensione decisa dal gruppo del Senato avrebbe dovuto dichiararlo e motivarlo apertamente, anziché rifugiarsi nel voto segreto. E precisare che lo strappo alla regola vale soltanto questa volta, in via eccezionale, trattandosi delle presidenze dei due rami del Parlamento, e non si ripeterà più. 2) Grillo, non essendo presente in Parlamento, deve rassegnarsi: i parlamentari di M5S saranno continuamente chiamati a votare sul tamburo, spesso con pochi secondi per riflettere, quasi sempre col ricatto incombente di dover scegliere il “meno peggio” per sfuggire all’accusa del “tanto peggio tanto meglio”, e neppure se volessero potranno consigliarsi continuamente con lui (che sta a Genova) e col guru Casaleggio (che sta a Milano). È la normale dialettica democratica, che però nasconde un grave pericolo per un movimento fragile e inesperto come 5 Stelle: la continua disunione dei gruppi parlamentari che, se non si atterranno alle regole che si sono dati, si condanneranno all'irrilevanza  vanificando lo strepitoso successo elettorale appena ottenuto. La regola non può essere che quella di decidere a maggioranza nei gruppi e poi di attenersi, tutti, scrupolosamente a quel che si è deciso. Anche quando il voto è segreto. Le eventuali eccezioni e deroghe vanno stabilite in anticipo, e solo per le questioni che interrogano le sfere più profonde della coscienza umana. Nelle prossime settimane il ricatto del “meno peggio” si ripeterà per la presidenza della Repubblica, per la fiducia al governo, per i presidenti delle commissioni di garanzia. Ogni qualvolta si fronteggerà un candidato berlusconiano e uno del centro o del centrosinistra, ci sarà sempre qualcuno che salta su a dire: piuttosto che Berlusconi, meglio D’Alema; piuttosto che Gianni Letta, meglio Enrico; piuttosto che Cicchitto, meglio Casini. Se ciascuno votasse come gli gira, sarebbe la morte del Movimento, che si ridurrebbe a ruota di scorta dei vecchi partiti, tradendo le aspettative dei milioni di elettori che l’hanno votato per spazzarli via o costringerli a rinnovarsi dalle fondamenta. Il che potrà avvenire solo se M5S, pur non rinunciando a fare politica, manterrà la sua alterità e sfuggirà a qualsiasi compromesso al ribasso, senza lasciarsi influenzare dai pressing dei partiti e dai media di regime. 3) Grasso e la Boldrini hanno storie diverse, non assimilabili in un unico, acritico plauso alla loro provenienza dalla mitica “società civile”. La Boldrini, per il suo impegno all’Onu in favore dei migranti, è una figura cristallina e super partes, mai compromessa con i giochetti della bottega politica. Grasso invece alle sirene della politica è stato sempre sensibilissimo, come dimostra la sua controversa carriera di magistrato antimafia: da procuratore di Palermo si sbarazzò dei pm più impegnati nelle indagini su mafia e politica e sulla trattativa Stato-mafia e trascurò filoni d’inchiesta che avrebbero potuto far emergere responsabilità istituzionali con una decina d’anni di anticipo; poi incassò la gratitudine del centrodestra, che di fatto lo nominò procuratore nazionale antimafia con tre leggi contra personam (incostituzionali) che eliminarono il suo concorrente Caselli; infine incassò la gratitudine del centrosinistra con la cooptazione nelle liste del Pd, dopo aver flirtato col Centro di Casini ed essersi guadagnato gli applausi del Pdl proponendo la medaglia al valore antimafia nientemeno che per Berlusconi. Solo la faccia del suo avversario Schifani può nascondere questi e altri altarini. 4) Il centrosinistra ha prevalso d’un soffio alle ultime elezioni col risultato più miserevole mai ottenuto da un vincitore nella storia della Repubblica: meno di un terzo dei votanti. Con che faccia Bersani e Vendola, nonostante le parole di apertura agli altri schieramenti per una distribuzione più equa delle presidenze delle Camere, se le sono accaparrate entrambe? Un minimo di decenza, oltrechè di spirito democratico, avrebbe dovuto indurli a rinunciare all’arroganza e all’ingordigia da poltrone, e a votare, senza mercanteggiare nulla in cambio, il candidato di 5 Stelle (o di un’altra coalizione) al vertice della Camera o del Senato. 5) A prescindere dai meriti e dai demeriti individuali, sia la Boldrini sia Grasso sono parlamentari esclusivamente grazie a quel Porcellum che i loro rispettivi partiti, Sel e Pd, contestano a parole e sfruttano nei fatti. Nessun elettore li ha scelti: sono stati cooptati nelle liste del centrosinistra dagli apparati, all’insaputa degli elettori, non avendo partecipato neppure alle primarie per i candidati. L’altroieri Vendola e Bersani li hanno estratti dal cilindro all’ultimo momento, senz’alcuna consultazione dei rispettivi gruppi, per dare una verniciata di nuovo alle vecchie logiche spartitorie che sarebbero subito saltate agli occhi se a incarnarle fossero stati i Franceschini e le Finocchiaro. Ma la sostanza non cambia. La Boldrini poi rappresenta un partito del 3% e ora presiede la Camera grazie a un altro meccanismo perverso del Porcellum: il mostruoso premio di maggioranza del 55% dei seggi assegnato allo schieramento che arriva primo, anche se non rappresenta nemmeno un terzo dei votanti. Grasso è presidente del Senato per conto di una coalizione minoritaria, con l’aggiunta decisiva di alcuni franchi tiratori del Centro e di 5 Stelle. Quanto di meno nuovo e trasparente si possa immaginare.

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