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lunedì 13 maggio 2013

Pronto Intervento Vaselina - Marco Travaglio - Il F.Q. 13/05/2013

Ieri il Pronto Intervento Vaselina (PIV) ha avuto il suo daffare per sminuire, minimizzare, indorare,edulcorare, sopire e troncare le scene eversive di sabato a Brescia, dove un noto delinquente condannato a 4 anni per frode fiscale, che è anche il leader del secondo partito di governo, ha arringato una piccola folla di fan esagitati minacciando la magistratura sotto gli occhi estasiati del vicepresidente del Consiglio nonché ministro dell’Interno, del ministro delle Riforme istituzionali e del ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Scene che anche in Mozambico avrebbero provocato, nell’ordine: l’intervento del capo dello Stato e del presidente del Consiglio, con immediata revoca delle deleghe ai tre gaglioffi e caduta del governo. Anche perchè la libera stampa non avrebbero dato tregua al premier, per sapere se condivida il gesto dei tre ministri e soprattutto se davvero si sia impegnato con B. a “riformare” la Giustizia e la Consulta come indicato, anzi intimato da B. Fortuna che in Italia, salvo rare eccezioni, la libera stampa non c’è. Ecco dunque all’opera le truppe scelte dei salivatori, vaselinisti, pompieri e anestesisti, addestrati a ingoiare e a far ingoiare qualunque rospo o pantegana, per convincere gli italiani che sabato a Brescia, in fondo, non è successo niente. Anzi, i contestatori devono scusarsi molto col Pdl per i fischi divisivi e gli slogan eversivi. Polito Lindo. Il quotidiano più ardito e marziale, nel descrivere la maschia prestazione di B., non è il Giornale di Sallusti (che si accontenta di un fiacco “Berlusconi: io resto qui”). Ma il Corriere della sera, che titola senz’alcuna virgoletta: “Berlusconi: non mi fermeranno”. Così qualcuno penserà che i giudici impegnati nei processi Mediaset e Ruby intendano “fermarlo”. Il virilissimo titolo è compensato da un editoriale del noto emolliente Antonio Polito, che riesce a scrivere restando serio: “Il discorso di Berlusconi è di forte sostegno al governo, nonostante la sentenza” Mediaset. Il titolo è già tutto un programma: “Il pagliaio”. La tesi è che purtroppo la politica italiana è minacciata dal rischio di “altri fuochi”, a causa della troppa “paglia lasciata in eredità dalla seconda Repubblica”. Per cui a mettere a repentaglio le istituzioni non sono gli attacchi eversivi di B. al terzo potere dello Stato, ma fenomeni di autocombustione che, “da entrambe le parti”, potrebbero riattizzare l’incendio. Del resto, spiega Polito Lindo, “è un diritto del Pdl quello di sventolare le sue bandiere, anche sulla giustizia”:che sarà mai. Ciò che “è inquietante e non tollerabile”, piuttosto, è “la riapparizione nelle piazze di gruppi di facinorosi” che osano contestare l’eversore che insulta la magistratura e non ne riconosce le sentenze (ma solo quelle a lui sfavorevoli). L’unico “errore” di B. è stato quello di “pretendere” che alla sua gazzarra “fosse presente anche Alfano”. Ma per fortuna        l’“Alfano e i ministri presenti se ne sono dimostrati consapevoli, andando sì ma senza mettersi troppo in mostra”. Ecco, sono andati a Brescia, ma quasi di nascosto, dunque meritano un encomio solenne per il loro “salutare autocontrollo”. Evidentemente Polito el Drito si aspettava che facessero anche un salto a Milano per orinare sul portone del Tribunale, invece se ne sono sobriamente astenuti, il che fa ben sperare per la tenuta del governo, che “è sempre bene ricordare che è l’unico che abbiamo” (di solito di governi ne abbiamo due o tre insieme: stavolta, invece, uno solo). Vaselina severgnina. Molto utile, per spegnere i fuochi nel pagliaio, anche lo scoop di Beppe Severgnini che intervista il direttore della Polizia Postale che gli annuncia in esclusiva mondiale l’imminente nascita di “un nuovo portale web della Polizia con finestre di dialogo, compresi i social network”. Strumento decisivo per stroncare sul nascere la minaccia della “violenza digitale” che “annuncia quella fisica”. Strepitosa l’ultima domanda: “Una cosa che la rende orgoglioso?”. E pure l’ultima risposta: “La soddisfazione di aver mosso i primi passi per la creazione di reti di cooperazione tra organismi che contrastano il cyber crime in tutto il mondo”. Con scappellamento a destra. È stato un caso. La Stampa ha meditato molto sulle parole per non dire quel che è accaduto a Brescia, poi ha optato per uno splendido “Pdl in piazza, un caso nel governo”. Così il lettore distratto può pensare a una casualità fortuita: per pura combinazione, senza mettersi d’accordo prima, B. e i suoi ministri si sono ritrovati nello stesso giorno alla stessa ora nella stessa piazza di Brescia. Guarda un po’, alle volte, i casi della vita. Nel puntuto editoriale, Marcello Sorgi spiega che il problema non è quel che B. ha detto dei magistrati, ma che le sue parole possano “indebolire l’equilibrio del governo” e soprattutto il fatto che “a dettare la linea sono ancora le frange estreme dei due schieramenti, contrarie a qualsiasi tregua o pacificazione orientate a riprendere appena possibile la guerra civile degli ultimi vent’anni”. Naturalmente Sorgi non spiega quale guerra civile si sia combattuta negli ultimi vent’anni, ma soprattutto quale “frangia estrema” del Pd (ormai estinto, e dunque sprovvisto di parola) sia paragonabile allo stato maggiore del Pdl, tutto in piazza a Brescia. Struggente l’esortazione finale a B. perchè “lasci al suo posto il ministro dell’Interno, senza coinvolgerlo nell’ennesima battaglia sulla giustizia”: Alfano ne risulta come un ficus, una pianta grassa che viene spostata da un luogo all’altro dal padrone di casa a seconda di dove batte il sole. Villa Arzilla. Fiacco nel titolo di apertura, il Giornale di Sallusti si riscatta nelle cronache grazie alla vivacità di Gabriele Villa, già responsabile delle pagine del golf, poi promosso alla cronaca dopo l’ottima prova fornita nel caso Boffo. Con uno scoop degno di miglior evidenza, il Villa rivela che prima del comizio, “proprio sotto il palco”, s’è svolta “una lunga, drammatica, estenuante trattativa tra gli uomini della scorta, le forze dell’ordine e lui, Silvio Berlusconi. Visto “il rischio altissimo di un attentato”, quelli “si sfozano in tutti i modi di convincere il cavaliere a indossare il giubbotto antiproiettile”, ma lui niente: “come sempre, non cede. Non si cura delle preoccupazioni”. E impavido “attacca a parlare, senza indugi, senza tentennamenti. Come sempre”. Nessuno sparo, per fortuna, a parte le cazzate sparate da lui medesimo. Alla fine però “la commozione per l’accoglienza e l’entusiasmo della folla prende il sopravvento”. E i suoi – rivela il Villa – “lo vedono sbiancare in volto. Ma fortunatamente è solo un calo di zuccheri. Il Cavaliere è pronto a rimontare in sella per nuove avventure”. Slurp. Un po’ statista un po’ no. “Lo statista Berlusconi veste da eversore”, titola l’Unità. Il giornale di Letta e di governo va capito: deve contemporaneamente sostenere il governo Berlusconi-Letta e fingere di attaccare Berlusconi per non perdere anche gli ultimi lettori. Dunque si produce in equilibrismi mai visti neppure al circo Togni. Sentite Claudio Sardo, il pensoso direttore affetto da inguaribile sindrome bipolare: “Di fronte a noi c’è il Berlusconi centauro. Per metà responsabile, per metà eversore. Un giorno veste i panni da statista, l’altro giorno esprime violenza istituzionale”. Ecco, resta da capire quando mai, nella sua vita, B. sia stato “statista” o “responsabile”. Ma Sardo lo vede così, forse in sogno. A questo punto un eventuale lettore, letto il titolo dell’editoriale (“Il punto di ripartenza”), si domanda: e allora, che si fa? Si continua a governare con quel tipaccio, eversore e violento? La risposta purtroppo non arriva. C’è invece un esilarante accenno alla “tenaglia Berlusconi-Grillo”. Ma certo, dimenticavamo: il Pd governa con B., Letta non dice una parola contro la marcia su Brescia, e la colpa di chi è? Dei 5Stelle, che vanno in piazza a contestare B. e vogliono sbatterlo fuori dal Parlamento. Che sia l’ultima volta. Anche Eugenio Scalfari ha le visioni: “Letta, parlando nella mattinata di ieri all’assemblea del Pd, aveva già manifestato il suo dissenso sulla presenza di ministri del suo governo all’iniziativa di Berlusconi”. Purtroppo quel fatto non è mai avvenuto: sia perchè l’“iniziativa di Berlusconi” (quanto soave pudore in quest’espressione!) si è svolta dopo le 18 e Letta ha parlato appunto “in mattinata”; sia perchè Letta non ha detto un monosillabo contro la marcia di Alfano, Lupi e Quagliariello su Brescia. Poi però Scalfari gliele canta chiare al governo: “Segnaliamo la necessità assoluta che mai più si ripetano fatti analoghi… Sarebbe intollerabile che questo ‘vulnus’ si ripetesse”. Per non trarre le conclusioni e non dire che non si può stare al governo con chi va in piazza contro la magistratura, Scalfari fa come i pretini da oratorio con i ragazzini che vanno a confessare una pugnetta: “Vabbè, ti assolvo, ma non farlo più”. Ecco: una volta passi, purchè sia l’unica (peccato che la stessa scena sia già accaduta un mese fa, per giunta davanti al Tribunale di Milano). Nemmeno una parola sul dettagliato programma contro la giustizia enunciato per un’ora dal Cainano sul palco di Brescia: Scalfari non l’ha sentito o, se l’ha sentito, preferisce sorvolare, se no poi la gente capisce che la piazzata dell’altroieri non è una fiammata solitaria, ma è solo l’antipasto di un’offensiva appena cominciata che nei prossimi mesi ci porterà fin dentro il finale de “Il Caimano”. Mirabile la chiusa scalfariana: “Il presidente Letta intervenga ancora (sic, ndr) con la massima ed esplicita chiarezza (ri-sic, ndr). Un aut aut è indispensabile se il governo vuole continuare a esistere con l’appoggio del Pd e della pubblica opinione democratica”. Chissà dove l’ha vista, Scalfari, tutta questa “pubblica opinione democratica” entusiasta per l’inciucio. Forse in un’altra visione. Ora si attende il terribile aut aut del tonitruante Letta per mettere in riga i tre ministri: pare che li abbia già severamente strapazzati stanotte, portandoli in camera sua sul letto a castello nell’abbazia di Spineto, per fare spogliatoio. Ucci ucci Sabbatucci. I migliori elementi del Pronto Intervento Vaselina li schiera il Messaggero. Anche per Giovanni Sabbatucci il guaio non è il fatto del giorno, cioè l’ennesimo bombardamento berlusconiano contro magistrati e Consulta, ma il fatto che le sue parole “complicano al vita al governo e fanno montare l’insofferenza non solo dei gruppi radicale e pentastellati, ma anche di un bel pezzo del popolo della sinistra, nell’editoriale, A pagina 2, come spesso si usa fare in nome del pluralismo, ecco due interviste contrapposte sui fatti di Brescia: una pro e l’altra invece pro. “Lupi: una bella manifestazione, le identità non vanno temute”. “Caldoro: non sono andato ma l’uso politico delle toghe c’è”. È la nuova par condicio della pompa, il neo-contraddittorio della saliva. Meraviglioso il retroscena a pagina 3: “La moral suasion del Colle: scontro frontale disinnescato”. Uno scoop mica da ridere, purtroppo senz’alcun riscontro fattuale, ma con molti riferimenti medianici e telepatici: “vero – similmente Napolitano avrebbe preferito che la manifestazione di Brescia fosse evitata”. Il Colle non ha mai detto nulla in proposito, ma “vero – similmente“ l’ha pensato, dunque è senz’altro così. In ogni caso, grazie alla fantomatica “moral suasion del Quirinale” (che però oppone il “no comment”), “il peggio è stato evitato, anche perchè il Pdl non ha esasperato i toni oltre misura”.E chissà qual è l’unità di misura dei toni esasperati e del peggio per i ventriloqui napolitani, se dire – come ha fatto B. – che i magistrati lo odiano ed emettono sentenze politiche per eliminarlo e che la Consulta è al servizio della sinistra è sintomo di “toni non esasperati”, anzi di un “peggio evitato”. Evidentemente il Pronto Intervento Vaselina si attendeva che B. e i suoi tre ministri sganciassero l’atomica sul Tribunale di Milano o lo bombardassero col napalm o vi sbarcassero con truppe aviotrasportate. In fondo, ci è andata di culo.

Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia


Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All'interno, la conferma dell'esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l'ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso.


MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti. Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra. Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.
Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.
SENATORE A VITA -  Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxiintanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta. L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segretotra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista. Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialistaClaudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.
MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza“fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.
(4/4 fine)


sabato 11 maggio 2013

Andreotti, potere e misteri/1. Gli sponsor vaticani portano il giovane Giulio in alto

Ai tempi di Pio XII era definito "il soldato del papa". Poi l'incontro con De Gasperi che gli chiede: "Ma lei non ha di meglio da fare?". E in pochi anni lo vuole come braccio destro nel governo. La prima base elettorale in Ciociaria, lo scandalo Wilma Montesi usato per tagliar fuori gli avversari. Poi la prima corrente nella Dc: "Primavera". E l'accordo (pesante) con il fanfaniano Salvo Lima

Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriori eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntiamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez



Nato a Roma sotto il segno del Capricorno, il 14 gennaio del 1919, al terzo piano di via dei Prefetti 18, a un passo dalla Camera dei Deputati, Giulio Andreotti inizia in salita. Il padre, maestro elementare, muore di pleurite quando Giulio ha due anni lasciando senza redditi e pensione la famiglia. Elementari alla “Gianturco”, liceo al Tasso dove studiano anche i figli del duce, Andreotti da ragazzo si mantiene lavorando come claqueur nei teatri romani. Deciso a diventare medico s’iscrive invece a giurisprudenza e si laurea con una tesi sulla “Personalità del delinquente nel diritto della Chiesa”. «Non scrivo la storia, mi accontento della cronaca», è una delle sue frasi più citate. Ma la sua vita, sempre sospesa tra la cronaca politica e quella giudiziaria, rappresenta il pezzo più ingombrante degli ultimi 70 anni di storia italiana. E’ stato per sette volte presidente del Consiglio. Per trentatré volte ministro. Ha retto per anni dicasteri importanti come quelli delle Finanze, della Difesa, degli Esteri, del Bilancio e del Tesoro. Tra il 1969 e l’84 ha visto il suo nome finire per 26 volte davanti alla commissione inquirente. Ma tutte le denunce sono state archiviate. Poi è stato processato. Per mafia a Palermo. Per omicidio a Perugia. Dall’accusa di omicidio l’hanno prima assolto, poi condannato e infine ancora assolto. Da quella di mafia l’hanno in parte assolto e in parte prescritto, ma solo uno degli oltre 35 collaboratori di giustizia che lo accusavano è stato indagato per calunnia. Non è un caso. Come non è un caso che i giudici siciliani nella loro sentenze abbiano utilizzato il secondo comma dell’articolo 530, una norma che, secondo gli esperti di diritto, equivale alla vecchia insufficienza di prove. Nel 1989 aveva detto: “Chi non vuole far sapere una cosa, in fondo non deve confidarla neanche a se stesso”. La sua biografia dimostra come questa sia stata l’unica legge che ha sempre rispettato.

IL SOLDATO DEL PAPA – L’Andreotti politico muove i primi passi subito dopo il liceo. Appena diciottenne entra a far parte della Fuci, la federazione degli universitari dell’azione cattolica. Qui trova come guida un giovane monsignore: Giovan Battista Montini, poi salito al Soglio pontificio con il nome di Papa Paolo VI. La Fuci, tollerata a fatica dal regime, era allora il centro dell’antifascismo culturale appoggiato dalla chiesa. Nel 1938, durante un convegno tenuto da Giorgio La Pira, Andreotti vede Adriano Ossicini prendere la parola per sostenere che compito del cristiano “é quello di combattere il fascismo con tutte le forze concrete”. Giulio, seduto in prima fila, rimane sbalordito e a fine intervento lo avvicina chiedendo: “Vorrei capire bene che cosa hai detto”. I due diventano amici. Cominciano a discutere sulla conciliabilità di marxismo e cristianesimo, a scriversi e a giocare a ping-pong: interminabili tornei cui partecipavano oltre a Ossicini, futuro capogruppo degli indipendenti di sinistra, Luciano Barca, futuro responsabile economico del Pci, e Franco Rodano, l’uomo che più di ogni altro spingerà Enrico Berlinguer verso il compromesso storico. Qualche mese dopo l’incontro con Ossicini, Andreotti conosce anche Alcide De Gasperi, perseguitato dai fascisti e ospitato dal Vaticano per evitargli il carcere. Non é un colpo di fulmine, ma poco ci manca. Giulio entra nella biblioteca della Santa Sede alla caccia di volumi che gli dovevano servire per una tesina sulla marina pontificia. Il bibliotecario, un uomo di mezza età dalla faccia ossuta, lo guarda storto e gli chiede: “Ma lei non ha di meglio da fare?”. Era De Gasperi. Sarà lui ad offrire a Andreotti la possibilità di collaborare con il “Popolo”, il giornale clandestino che sarebbe poi diventato l’organo ufficiale della Dc. Così nel 1940 Andreotti si trova catapultato alla testa della Fuci, diventandone però ufficialmente presidente solo nel febbraio del ‘42. Prende il posto di Aldo Moro che, più vecchio di tre anni, deve partire militare. Andreotti invece non va in guerra. Per insufficienza toracica è assegnato ai servizi sedentari e poi riesce a farsi trasferire in Vaticano come “guardia palatina”. In pratica è un soldato di Pio XII. Con Moro sotto le armi, Andreotti ha il campo libero.  Papa Eugenio Pacelli apprezza la sua pacatezza. Giulio può andare da lui senza appuntamento e restare nel suo studio per ore. Pio XII lo utilizza come un occhio sul mondo cattolico e gli chiede notizie sui ragazzacci della sinistra cristiana che intrattenevano segretamente rapporti con i pericolosi comunisti. Adesso per loro in Vaticano tira una gran brutta aria. Andreotti fin che può cerca di proteggerli, poi li abbandona al loro destino. Ormai ha quasi 25 anni. De Gasperi per coptazione gli affida incarichi sempre più importanti.  Prima lo mette al vertice dei “Gruppi di studio e propaganda della Dc”, poi lo fa nominare delegato al congresso nazionale della democrazia cristiana. Accanto a sé adesso Giulio ha un nuovo amico, Franco Evangelisti, destinato a diventare il suo braccio destro.

IL DOMENICANO VENUTO DA WASHINGTON – In Italia tutto sta cambiando. Il fascismo é sconfitto. Gli alleati sono sbarcati nella penisola. Sul finire della guerra l’Oss, l’antenata della Cia, aveva preso a finanziare segretamente, in funzione antifascista e anticomunista, la neonata Dc. Dopo i primi contatti con don Luigi Sturzo, l’ex leader dei popolari, un agente segreto americano aveva aperto un canale anche con De Gasperi. Con i fondi di Washington s’inaugura così a Roma il centro universitario Pro Deo, la cui direzione è affidata a un domenicano. Si chiama padre Felix. A. Morlion. Si devono a lui i rapporti sulla situazione italiana che a partire dal ’44 arrivano a Washington. Morlion é, di fatto, una spia. E come scriverà lui stesso accanto a sé “ad assisterlo nella pubblicità c’é un giovane mandatogli da De Gasperi di nome Giulio Andreotti”. Da quel momento gli americani cominceranno ad inviare fondi allo scudocrociato. Nel corso degli anni, secondo il Congresso Usa, arriveranno in Italia circa 100 milioni di dollari. Sempre i servizi segreti americani, come é pacificamente documentato dai dispacci dell’Oss, per risolvere la questione del fronte sud e riuscire finalmente a sbarcare in Italia, avevano preso accordi con Cosa Nostra. Nel ‘42 avevano trattano con Lucky Luciano organizzando uno sbarco di agenti prima e di truppe alleate poi nella Sicilia occupata dai nazisti. I primi mafiosi e i primi 007 arriveranno nell’isola nel gennaio e nel febbraio del ‘43. Dopo la liberazione gli amministratori locali legati al vecchio regime saranno sostituiti da uomini d’onore. A guerra finita molti di loro diventeranno democristiani e formeranno la base elettorale dei Dc seguaci di Bernardo Mattarella. La vicenda è fondamentale per comprendere i fenomeni successivi rappresentati da Vito Ciancimino e Salvo Lima (pupillo proprio di Mattarella). Nell’aprile del ‘45 gli anglo-americani dilagano nell’Italia settentrionale. E in maggio, con l’aiuto delle brigate partigiane, costringono i tedeschi a capitolare. L’Italia é finalmente libera. Il 2 giugno del 1946 Andreotti viene eletto deputato all’assemblea costituente. Un anno prima si era sposato con Livia Danese, figlia di un funzionario delle ferrovie. I rapporti con De Gasperi, presidente del consiglio dal ‘45 al ‘53, e gli americani sono sempre più intensi. Tanto che quando il 10 giugno del ‘47 De Gasperi, dopo un viaggio negli Usa, pone fine al periodo dei governi di “Unità antifascista”, Giulio Andreotti diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il suo grande sponsor, l’uomo che spinge per la nomina è Giovan Battista Montini. Andreotti ha 28 anni. Ricoprirà l’incarico fino al gennaio del 1954. Per conto di De Gasperi Andreotti svolge missioni delicate. Quando nel ‘48 il governo italiano si trova tra le mani il documento costitutivo del Cominform, l’ufficio d’informazione creato un anno prima dai paesi del blocco sovietico, Andreotti va a Parigi e consegna il carteggio al governo francese perché lo faccia pubblicare. Il rapporto sul Cominform provoca sdegno in Italia e assieme all’emozione causata dall’invasione sovietica della Cecoslovacchia contribuisce alla vittoria della Dc nelle elezioni del successivo 18 aprile.

ARCHIVI E MINI-ASSEGNI – Il giovane Andreotti, insomma, comincia da subito a imparare l’importanza degli archivi, dei servizi segreti e della stampa. De Gasperi gli affida in custodia l’elenco segreto degli intellettuali italiani che erano stati, finanziati dal Miniculpop, il ministero della cultura popolare fascista. Le potenzialità ricattatorie di quei documenti sono evidenti. Ma non basta. Andreotti, con l’ormai inseparabile Evangelisti, si occupa anche di propaganda elettorale. E’ un mago della politica clientelare a tutti i livelli letta, a suo dire, con l’ottica della carità cristiana. E’ lui per esempio a decidere a chi intestare buona parte delle migliaia di assegni da 2000 lire inviati come sussidio dalla presidenza del Consiglio nei primi anni della Repubblica a famiglie di elettori bisognosi. E sarà lui ad organizzare periodicamente ricevimenti per dipendenti pubblici sulla via della pensione che potranno tornare a casa vantandosi di essere stati “invitati da Andreotti”. Nasce così in Ciociaria la sua prima base elettorale. A Frosinone, la fabbrica di materassi Permaflex apre una propria succursale. La dirigerà, a partire da metà degli anni ’50 un ex fascista, il futuro capo della P2 Licio Gelli. La Permaflex gode dei finanziamenti della Cassa per il mezzogiorno. Sul finire degli anni ’60, Gelli consegnerà ai servizi segreti un appunto nel quale sostiene che fu Andreotti ad attivarsi per far arrivare i fondi pubblici alla sua impresa. Gelli, secondo il documento, si sarebbe sdebitato allungando al politico, tra il ‘56 e il ’60, mazzette per 20 milioni. Nel ’58 a Frosinone, Gelli diventerà amico anche di Giuseppe Ciarrapico, destinato a essere, negli anni 80 e 90, il più andreottiano di tutti gli imprenditori andreottiani. Nel 1983, la commissione inquirente, archivierà una denuncia presentata contro Andreotti per aver favorito la Permaflex in una gara per la fornitura di 40.000 materassi alla Nato. Fedele alla chiesa e agli americani Andreotti negli anni ’50 guarda a destra per allargare l’elettorato. Mentre in parlamento e sui giornali infuria la polemica sulla legge truffa (un premio di maggioranza del 15 per cento dei seggi che doveva essere garantito al partito che superasse il 50 per cento dei consensi), Andreotti tiene un comizio ad Arcinazzo in Ciociaria dove, equipaggiate di cestini merenda forniti dall’organizzazione, accorrono 5000 persone. Tra di loro c’é anche l’ex maresciallo d’Italia, il repubblichino  Rodolfo Graziani. Il maresciallo, che proprio ad Arcinazzo qualche mese prima aveva organizzato un campo di simpatizzanti missini (definito “paramilitare” dalla stampa), davanti ad Andreotti, dice “se qualcosa abbiamo ottenuto in questa valle, l’abbiamo avuto da quando De Gasperi é al governo”. I due al termine del discorso si abbracciano. Scoppia lo scandalo. Giulio é dunque un conservatore. E non solo in politica, dove si colloca decisamente più a destra di De Gasperi. Anche nel mondo della cultura. Nelle sue vesti di sottosegretario presidenza del Consiglio con delega alla Spettacolo e allo Sport, non si limita a ricostruire il cinema italiano, ma tenta anche di condizionarlo. Nel ‘52 manda una lettera a Vittorio De Sica in cui critica il pessimismo di “Umberto D”, la storia di un orfano, e gli chiede di far brillare “un raggio di sole in più”. Secondo i giornali ad Andreotti non piace il neorealismo perché “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Lui, come spesso é accaduto, negherà di aver pronunciato la frase.

SCANDALI E RICATTI – La sua abilità, i suoi contatti, la sua capacità di raccogliere decine di miglia di preferenze, la sua giovane età, gli attirano addosso odi e malumori. Anche nel suo partito molti lo vorrebbero fare fuori. L’occasione sembra arrivare nel ‘53, quando con De Gasperi malato, nella Dc si scatena la guerra per la successione. In pole position c’é l’ex segretario della Dc Attilio Piccioni, vice-presidente del Consiglio in carica. L’11 aprile del ’53, però, sulla spiaggia di Torvaianica viene trovata morta – senza né calze, né reggicalze – una ragazza poco più che ventenne: Wilma Montesi. Inizialmente si parla di disgrazia. Poi salta fuori una storia oscura, fatta di festini e cocaina, che sembra coinvolgere direttamente un figlio del vice-primo ministro. Emergono una serie di coperture politiche democristiane attivate per soffocare lo scandalo. Piccioni esce di scena distrutto. Ancor oggi non é chiaro chi abbia manovrato l’intera vicenda. Tutti gli storici sono comunque concordi nell’asserire che l’affaire fu utilizzato da correnti interne alla Dc per evitare che Piccioni succedesse a De Gasperi. Molti puntano il dito su Amintore Fanfani. Andreotti dal canto suo ha dimostrato di sapere benissimo come andarono realmente le cose. E nel  marzo del ‘74, quando si vedrà minacciato dal primo scandalo dei petroli, dirà in un’intervista all’amico giornalista Lino Jannuzzi: “Se veramente ci fosse qualcuno che mi vuole tirare dentro  […] ha sbagliato i suoi calcoli. Proprio in questo periodo stavo cercando di ricostruire come nacque veramente l’affare Montesi, e chi lo manovrò”. L’abitudine di andare a rivangare il passato e di minacciare, quando attaccato, rivelazioni clamorose sarà una costante della sua vita. All’epoca dello scandalo Montesi risale anche il primo grande mistero della storia della Repubblica. E’, infatti, il 1954 quando Fanfani diventato presidente del consiglio, nomina Andreotti ministro degli Interni in un governo destinato a durare, proprio a causa della vicenda Montesi, solo 23 giorni. Il 9 febbraio, 24 ore prima, che Fanfani rassegnasse le dimissioni Gaspare Pisciotta, l’assassino del bandito Salvatore Giuliano, viene ucciso in carcere da un caffè avvelenato. Con sé Pisciotta porta tutti i suoi segreti. Durante un processo aveva ammesso di aver ucciso Giuliano (smentendo così la versione ufficiale che voleva il bandito morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri), e aveva sostenuto di aver contrattato l’uccisione direttamente con il ministro siciliano degli Interni, Mario Scelba. La Dc, infatti, secondo Pisciotta, voleva morto il bandito perché Bernardo Mattarella e i deputati monarchici Alliata e Leone di Marchesano, lo avevano coperto ed erano stati mandanti di una serie di delitti politici da lui commessi. Dopo la morte di Pisciotta sarà proprio Scelba ad andare al governo tenendo per sé ad interim anche la carica di ministro degli Interni.  Il giovane Andreotti invece resta fuori. In giugno parte per gli Stati Uniti  e al ritorno fonda una corrente tutta sua. Si chiama “Primavera”. E’ collocata su posizioni di destra, ma ha seguito solo nel Lazio e nel mondo del Vaticano. Gli andreottiani, infatti, saranno,  per anni destinati ad essere una forza minoritaria della Dc, finché nel ’69 non viene stretto un accordo con il fanfaniano Salvo Lima, ex sindaco di Palermo, figlio di un uomo d’onore e citato 149 volte nelle conclusioni della commissione antimafia. Nel 1956 Carlo Alberto Dalla Chiesa, ancora colonnello,  aveva parlato per la prima volta di lui in un’intervista a Giorgio Bocca “La mafia non c’è”, aveva detto con amara ironia, “Ci sono solo delle strane combinazioni. Per esempio c’è un tale Salvatore Lima. Lo hanno votato in massa tutti i dipendenti dell’azienda tranviaria diretta da un amico di Vassallo. Non conosce Vassallo? Faceva il carrettiere, poi ha costruito mezza Palermo”.

(1/4 – continua)


lunedì 6 maggio 2013

Ciao Agnese...

"Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un`eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.

Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all`ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.

Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita.

Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta, sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia, l’Italia del domani.

Un caloroso abbraccio a voi tutti

Agnese Borsellino

martedì 30 aprile 2013

16 anni di leggi “cucite” addosso a Silvio Berlusconi

Marco Travaglio
Dal decreto salva-Milan alle rogatorie: 16 anni di leggi “cucite” addosso a Silvio Berlusconi. Con il cosiddetto “legittimo impedimento” sale a 37 il numero dei provvedimenti ad personam varati dal 1994, cioè dall’entrata in politica di Silvio Berlusconi, contando soltanto quelli di cui si sono giovati personalmente il premier o una delle sue aziende.

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi I, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le tangenti. Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina). Il pool di Milano si autoscioglie. Le proteste di piazza contro il “Salvaladri” inducono la Lega e An a ritirare il consenso al decreto e a costringere Berlusconi a lasciarlo decadere in Parlamento per manifesta incostituzionalità. Subito dopo vengono arrestati Paolo Berlusconi, il capo dei servizi fiscali della Fininvest Salvatore Sciascia e il consulente del gruppo Massimo Maria Berruti, accusato di aver depistato le indagini subito dopo un colloquio con Berlusconi.

2. Legge Tremonti (1994). Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassa del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”.La neonata società Mediaset (che contiene le tv Fininvest scorporate dal resto del gruppo in vista della quotazione in Borsa) utilizza la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità interviene il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

3. Legge Maccanico (1997). In base alla sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994, la legge Mammì che consente alla Fininvest di possedere tre reti tv sull’analogico terrestre è incostituzionale: la terza, presumibilmente Rete4, dev’essere spenta ed eventualmente passare sul satellite, entro il 28 agosto 1996. Ma il ministro delle Poste e telecomunicazioni del governo Prodi I, Antonio Maccanico, concede una proroga fino al 31 dicembre 1996 in attesa della legge “di sistema”. A fine anno, nulla di fatto per la riforma e nuova proroga di altri sei mesi. Il 24 luglio 1997, ecco finalmente la legge Maccanico: gli editori di tv, come stabilito dalla Consulta, non potranno detenere più del 20% delle frequenze nazionali disponibili, dunque una rete Mediaset è di troppo. Ma a far rispettare il tetto dovrà provvedere la nuova Authority per le comunicazioni (Agcom), che potrà entrare in azione solo quando esisterà in Italia “un congruo sviluppo dell’utenza dei programmi televisivi via satellite o via cavo”. Che significhi “congruo sviluppo” nessuno lo sa, così Rete4 potrà seguitare a trasmettere sine die in barba alla Consulta.

4. D’Alema salva-Rete4 (1999).
La neonata Agcom si mette all’opera solo nel 1998, presenta il nuovo piano per le frequenze tv e bandisce la gara per rilasciare le 8 concessioni televisive nazionali. Rete4, essendo “eccedente” rispetto alla Maccanico, perde la concessione; al suo posto la vince Europa7 di Francesco Di Stefano. Ma il governo D’Alema, nel 1999, concede a Rete4 una “abilitazione provvisoria” a seguitare a trasmettere senza concessione, così per dieci anni Europa7 si vedrà negare le frequenze a cui ha diritto per legge.

5. Gip-Gup (1999). Berlusconi e Previti, imputati per corruzione di giudici romani (processi Mondadori, Sme-Ariosto e Imi-Sir), vogliono liberarsi del gip milanese Alessandro Rossato, che ha firmato gli arresti dei magistrati corrotti e degli avvocati Fininvest Pacifico e Acampora, ma ha pure disposto l’arresto di Previti (arresto bloccato dalla Camera, a maggioranza Ulivo). Ora spetta a Rossato, in veste di Gup, condurre le udienze preliminari dei tre processi e decidere sulle richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla procura di Milano. Udienze che iniziano nel 1999. Su proposta dell’on. avv. Guido Calvi, legale di Massimo D’Alema, il centrosinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà più seguire l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che ovviamente non conosce la carte e perderà un sacco di tempo. Così le udienze preliminari Imi-Sir e Sme, già iniziate dinanzi a Rossato, proseguono sotto la sua gestione e si chiuderanno a fine anno con i rinvii a giudizio degli imputati. Invece quella per Mondadori, non ancora iniziata, passa subito a un altro giudice, Rosario Lupo, che proscioglie tutti gli imputati per insufficienza di prove (poi, su ricorso della Procura, la Corte d’appello li rinvierà a giudizio tutti, tranne uno: Silvio Berlusconi, dichiarato prescritto grazie alle atte-nuanti generiche).

6. Rogatorie (2001). Nel 2001 Berlusconi torna a Palazzo Chigi e fa subito approvare una legge che cancella le prove giunte dall’estero per rogatoria ai magistrati italiani, comprese ovviamente quelle che dimostrano le corruzioni dei giudici romani da parte di Previti & C. Da mesi i legali suoi e di Previti chiedono al tribunale di Milano di cestinare quei bonifici bancari svizzeri perché mancano i numeri di pagina, o perché si tratta di fotocopie senza timbro di conformità, o perchè sono stati inoltrati direttamente dai giudici elvetici a quelli italiani senza passare per il ministero della Giustizia. Il Tribunale ha sempre respinto quelle istanze. Che ora diventano legge dello Stato. Con la scusa di ratificare la convenzione italo-svizzera del 1998 per la reciproca assistenza giudiziaria (dimenticata dal centrosinistra per tre anni), il 3 ottobre 2001 la Cdl vara la legge 367 che stabilisce l’inutilizzabilità di tutti gli atti trasmessi da giudici stranieri che non siano “in originale” o “autenticati con apposito timbro, che siano giunti via fax, o via mail o brevi manu o in fotocopia o con qualche vizio di forma. Anche se l’imputato non ha mai eccepito sulla loro autenticità, vanno cestinati. Poi, per fortuna, i tribunali scoprono che la legge contraddice tutte le convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e tutte le prassi seguite da decenni in tutta Europa. E, siccome quelle prevalgono sulle leggi nazionali, disapplicano la legge sulle rogatorie, che resterà lettera morta.

7. Falso in bilancio (2002). Siccome Berlusconi ha cinque processi in corso per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la sua maggioranza approva la legge-delega numero 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 con i decreti delegati che: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le quotate e 4 e mezzo per le non quotate; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso nel bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5% del risultato d’esercizio, l’1% del patrimonio netto, il 10% delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie (“il fatto non è più previsto dalla legge come reato), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione-lampo.

8. Mandato di cattura europeo (2001).
Unico fra quelli dell’Unione europea, il governo Berlusconi II rifiuta di ratificare il “mandato di cattura europeo”, ma solo relativamente ai reati finanziari e contro la Pubblica amministrazione. Secondo “Newsweek”, Berlusconi “teme di essere arrestato dai giudici spagnoli” per l’inchiesta su Telecinco. L’Italia otterrà di poter recepire la norma comunitaria soltanto dal 2004.

9. Il governo sposta il giudice (2001). Il 31 dicembre, mentre gli italiani festeggiano il Capodanno, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, su richiesta dei difensori di Previti, nega contro ogni prassi la proroga in Tribunale al giudice Guido Brambilla, membro del collegio che conduce il processo Sme-Ariosto, e dispone la sua “immediata presa di possesso” presso il Tribunale di sorveglianza dov’è stato trasferito da qualche mese, senza poter completare i dibattimenti già avviati. Così il processo Sme dovrebbe ripartire da zero dinanzi a un nuovo collegio. Ma poi interviene il presidente della Corte d’appello con una nuova “applicazione” di Brambilla in Tribunale fino a fine anno.

10. Cirami (2002). I difensori di Previti e Berlusconi chiedono alla Cassazione di spostare i loro processi a Brescia perché, sostengono, a Milano l’intero Tribunale è viziato da inguaribile prevenzione contro di loro. E, per oliare meglio il meccanismo, reintroducono il vecchio concetto di “legittima suspicione” per motivi di ordine pubblico, vigente un tempo, quando i processi scomodi traslocavano nei “porti delle nebbie” per riposarvi in pace. E’ la legge Cirami n. 248, approvata definitivamente il 5 novembre 2002. Ma nemmeno questa funziona: la Cassazione, nel gennaio 2003, respinge la richiesta di trasloco: il Tribunale di Milano è sereno e imparziale.

11. Lodo Maccanico-Schifani (2003). Le sentenze Sme e Mondadori si avvicinano. Su proposta del senatore della Margherita Antonio Maccanico, il 18 giugno 2003 la Cdl approva la legge 140, primo firmatario Renato Schifani, che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del senato, del Consiglio e della Corte costituzionale. I processi a Berlusconi si bloccano in attesa che la Consulta esamini le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal Tribunale di Milano. E ripartono nel gennaio 2004, quando la Corte boccia il “lodo”.

12. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Cdl vara la legge ex Cirielli (misconosciuta dal suo stesso proponente), che riduce la prescrizione per gli incensurati e trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli). La legge porta i reati prescritti da 100 a 150 mila all’anno, decima i capi di imputazione del processo Mediaset (la frode fiscale passa da 15 a 7 anni e mezzo) e annienta il processo Mills (la corruzione anche giudiziaria si prescrive non più in 15, ma in 10 anni).

13. Condono fiscale (2002).
La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale. Berlusconi giura che non ne faranno uso né lui né le sue aziende. Invece Mediaset ne approfitta subito per sanare le evasioni di 197 milioni di euro contestate dall’Agenzia delle entrate pagandone appena 35. Anche Berlusconi usa il condono per cancellare con appena 1800 euro un’evasione di 301 miliardi di lire contestata dai pm di Milano.

14. Condono per i coimputati (2003). Col decreto 143 del 24 giugno 2003, presunta “interpretazione autentica” del condono, il governo ci infila anche coloro che hanno “concorso a commettere i reati”, anche se non hanno firmato la dichiarazione fraudolenta. Cioè il governo Berlusconi salva anche i 9 coimputati del premier, accusati nel processo Mediaset di averlo aiutato a evadere con fatture false o gonfiate.

15. Pecorella (2006). Salvato dalla prescrizione nel processo Sme, grazie alle attenuanti generiche, Berlusconi teme che in appello gli vengano revocate, con conseguente condanna. Così il suo avvocato Gaetano Pecorella, presidente della commissione Giustizia della Camera, fa approvare nel dicembre 2005 la legge che abolisce l’appello, ma solo quando lo interpone il pm contro assoluzioni o prescrizioni. In caso di condanna in primo grado, invece, l’imputato potrà ancora appellare. Il presidente Ciampi respinge la Pecorella in quanto incostituzionale. Berlusconi allunga di un mese la scadenza della legislatura per ripresentarla uguale e la fa riapprovare (legge n.46) nel gennaio 2006. Ciampi stavolta è costretto a firmarla. Ma poi la Consulta la boccia in quanto incostituzionale.

16. Frattini (2002). Il 28 febbraio 2002 la Cdl approva la legge Frattini sul conflitto d’interessi: chi possiede aziende e va al governo, ma di quelle aziende è soltanto il “mero proprietario”, non è in conflitto d’interessi e non è costretto a cederle. Unica conseguenza per il premier:deve lasciare la presidenza del Milan.

17.Gasparri-1(2003). In base alla nuova sentenza della Consulta del 2002, entro il 31 dicembre 2003 Rete4 deve essere spenta e passare sul satellite. Il 5 dicembre la Cdl approva la legge Gasparri sulle tv: Rete4 può seguitare a trasmettere “ancorché priva di titolo abilitativo”, cioè anche se non ha più la concessione dal 1999; il tetto antitrust del 20% sul totale delle reti non va più calcolato sulle 10 emittenti nazionali, ma su 15 (compresa Telemarket). Dunque Mediaset può tenersi le sue tre tv. Quanto al tetto pubblicitario del 20%, viene addirittura alzato grazie al trucco del “Sic”, che include un panel talmente ampio di situazioni da sfiorare l’infinito. Confalonieri calcola che Mediaset potrà espandere i ricavi di 1-2 miliardi di euro l’anno. Ma il 16 dicembre Ciampi rispedisce la legge al mittente: è incostituzionale.

18. Berlusconi salva-Rete4. che garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.

19. Gasparri-2 (2004). La nuova legge approvata il 29 aprile 2004, molto simile a quella bocciata dal Quirinale, assicura che Rete4 non sfora il tetto antitrust perché entro il 30 aprile il 50% degli italiani capteranno il segnale del digitale terrestre garantirà loro centinaia di nuovi canali. Poi però si scopre che, a quella data, solo il 18% della popolazione riceve il segnale digitale. Ma poi l’Agcom dà un’interpretazione estensiva della norma: basta che in un certo luogo arrivi il segnale digitale di una sola emittente, per considerare quel luogo totalmente digitalizzato. Rete4 è salva, Europa 7 è ancora senza frequenze.

20. Decoder di Stato (2004). Per gonfiare l’area del digitale, la finanziaria per il 2005 varata nel dicembre 2004 prevede un contributo pubblico di 150 euro nel 2004 e di 70 nel 2005 per chi acquista il decoder per la nuova tecnologia televisiva. Fra i prin-cipali distributori di decoder c’è Paolo Berlusconi, fratello di Silvio,titolare di Solaris (che commercializza decoder Amstrad).

21. Salva-decoder (2003). Il digitale terrestre è un affarone per Mediaset, che vi trasmette partite di calcio a pagamento, ma teme il mercato nero delle tessere taroccate: prontamente, il 15 gennaio 2003, il governo che ha depenalizzato il falso in bilancio porta fino a 3 anni con 30 milioni di multa la pena massima per smart card fasulle per le pay tv.

22. Salva-Milan (2002). Col decreto 282/2002, convertito in legge il 18 febbraio, il governo Berlusconi consente alle società di calcio, quasi tutte indebitatissime, di ammortizzare sui bilanci 2002 e spalmare nei dieci anni successivi la svalutazione dei cartellini dei giocatori. Il Milan risparmia 242 milioni di euro.

23. Salva-diritti tv (2006).
Forza Italia blocca il ddl, appoggiato da tutti gli altri partiti di destra e di sinistra, per modificare il sistema di vendita dei diritti tv del calcio in senso “collettivo” per non penalizzare le società minori privilegiando le maggiori. Il sistema resta dunque “soggettivo”, a tutto vantaggio dei maggiori club: Juventus, Inter e naturalmente Milan.

24. Tassa di successione (2001). Il 28 giugno 2001 il governo Berlusconi abolisce la tas-sa di successione per i patrimoni superiori ai 350 milioni di lire (fino a quella cifra l’imposta era già stata abrogata dall’Ulivo). Per combinazione, il premier ha cinque figli e beni stimati in 25mila miliardi di lire.

25. Autoriduzione fiscale (2004). Nel 2003, secondo “Forbes”, Berlusconi è il 45° uomo più ricco del mondo con un patrimonio personale di 5,9 miliardi di dollari. Nel 2005 balza al 25° posto con 12 miliardi. Così, quando a fine 2004 il suo governo abbassa le aliquote fiscali per i redditi dei più abbienti, “L’espresso” calcola che Berlusconi risparmierà 764.154 euro all’anno.

26. Plusvalenze esentasse (2003). Nel 2003 Tremonti vara una riforma fiscale che detassa le plusvalenze da partecipazione. La riforma viene subito utilizzata dal premier nell’aprile 2005 quando cede il 16,88% di Mediaset detenuto da Fininvest per 2,2 miliardi di euro, risparmiando 340 milioni di tasse.

27. Villa abusiva con condono (2004).
Il 6 maggio 2004, mentre «La Nuova Sardegna» svela gli abusi edilizi a Villa Certosa, Berlusconi fa approvare due decreti. Il primo stabilisce l’approvazione del piano nazionale antiterrorismo e contiene anche un piano (segretato) per la sicurezza di Villa La Certosa. Il secondo individua la residenza di Berlusconi in Sardegna come «sede alternativa di massima sicurezza per l’incolumità del presidente del Consiglio e per la continuità dell’azione di governo». Ed estende il beneficio anche a tutte le altre residenze del premier e famiglia sparse per l’Italia. Così si bloccano le indagini sugli abusi edilizi nella sua villa in Costa Smeralda. Poi nel 2005 il ministro dell’Interno Pisanu toglie il segreto. Ma ormai è tardi. La legge n. 208 del 2004, varata in tutta fretta dal governo Berlusconi, estende il condono edilizio del 2003 anche alle zone protette: come quella in cui sorge la sua villa. Prontamente la Idra Immobiliare, proprietaria delle residenze private del cavaliere presenta dieci diverse richieste di condono edilizio. E riesce a sanare tutto per la modica cifra di 300mila euro. Nel 2008 il Tribunale di Tempio Pausania chiude il procedimento per gli abusi edilizi perché in gran parte condonati grazie a un decreto voluto dal mero proprietario della villa.

28. Ad Mediolanum (2005). Nonostante le resistenze del ministro del Welfare, Roberto Maroni, Forza Italia impone una serie di norme favorevoli alle compagnie assicurative nella riforma della previdenza integrativa e complementare (dl 252/2005), fra cui lo spostamento di 14 miliardi di euro verso le assicurazioni, alcune norme che forniscono fiscalmente la previdenza integrativa individuale (a beneficio anche di Mediolanum, di proprietà di Berlusconi e Doris) e soprattutto lo slittamento della normativa al 2008 per assecondare gli interessi della potente lobby degli assicuratori (di cui Mediolanum è una delle capofila). Intanto, nel gennaio del 2004, le Poste Italiane con un appalto senza gara hanno concesso a Mediolanum l’utilizzo dei 16mila sportelli postali sparsi in tutta Italia.

29. Ad Mondadori-1 (2005). Il 9 giugno 2005 il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti stipula un accordo con le Poste Spa per il servizio «Postescuola»: consegna e ordinazione – per telefono e on line – dei libri di testo destinati agli alunni della scuola secondaria. Le case editrici non consegneranno i loro volumi direttamente, ma tramite la Mondolibri Bol, una società posseduta al 50 per cento da Arnoldo Mondadori Editore Spa, di cui è mero proprietario Berlusconi. L’Antitrust esamina il caso, ma pur accertando l’indubbio vantaggio per le casse Mondadori, non può censurare l’iniziativa perché a firmare l’accordo non è stato il premier, ma la Moratti.

30. Ad Mondadori-2 (2005). L’8 febbraio 2005 scatta l’operazione “E-book”, per il cui avvio il governo stanzia 3 milioni. E a chi affidano la sperimentazione i ministri Moratti (Istruzione) e Stanca (Innovazione)? A Mondadori e Ibm: la prima è di Berlusconi, la seconda ha avuto come vicepresidente Stanca fino al 2001.

31. Indulto (2006).
Nel luglio 2006 centrosinistra e centrodestra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la Pubblica amministrazione (che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla), compresa la corruzione giudiziaria, altrimenti Previti resterebbe agli arresti domiciliari. Una nuova legge ad personam che regala anche al Cavaliere un “bonus” di tre anni da spendere nel caso in cui fosse condannato in via definitiva.

32. Lodo Alfano (2008).
Nel luglio 2008, alla vigilia della sentenza nel processo Berlusconi-Mills, il Pdl tornato al governo approva il lodo Alfano che sospende sine die i processi ai presidenti della Repubblica, della Camera, del Senato e del Consiglio. Soprattutto del Consiglio. Nell’ottobre 2009 la Consulta boccerà anche quello in quanto incostituzionale.

33. Più Iva per Sky (2008). Il 28 novembre 2008 il governo raddoppia l’Iva a Sky, la pay-tv di Rupert Murdoch, principale concorrente di Mediaset, portandola dal 10 al 20%.

34. Meno spot per Sky (2009). Il 17 dicembre 2009 il governo Berlusconi vara il decreto Romani che obbliga Sky a scendere entro il 2013 dal 18 al 12% di affollamento orario di spot.

35. Più azioni proprie (2009).
La maggioranza aumento dal 10 al 20% la quota di azioni proprie che ogni società può acquistare e detenere in portafoglio. La norma viene subito utilizzata dalla Fininvest per aumentare il controllo su Mediaset.

36. Ad listam (2010). Visto che le liste del Pdl sono state presentate fuori tempo massimo nel Lazio e senza timbri di autenticazione a Milano, il governo vara un decreto “interpretativo” che stravolge la legge elettorale, sanando ex post le illegalità commesse per costringere il Tar a riammetterle. Ma non si accorge che, nel Lazio, la legge elettorale è regionale e non può essere modificata da un decreto del governo centrale. Così il Tar ribadisce che la lista è fuorilegge, dunque esclusa.

37. Illegittimo impedimento (2010).
Non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, Berlusconi fa approvare il 10 marzo 2010 una legge che rende automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di 6 mesi, prorogabili fino a 18. Basterà una certificazione della Presidenza del Consiglio e i giudici dovranno fermarsi, senza poter controllare se l’impedimento sia effettivo e legittimo. Il tutto in attesa della soluzione finale, cioè delle nuove leggi ad personam che porteranno il totale a quota 40: “processo breve”, anti-intercettazioni e lodo Alfano-bis costituzionale. Cioè incostituzionale.

Marco Travaglio.

mercoledì 24 aprile 2013

LICIO GELLI E IL PIANO DI RINASCITA: LE COSE FATTE, LE COSE DA FARE



a cura di MARCO TRAVAGLIO

Il “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica Propaganda 2 (P2), scritto
probabilmente nel 1976 dal maestro venerabile Licio Gelli insieme ad alcuni
“consulenti” esterni, fu sequestrato nel 1982 all’aeroporto di Fiumicino nel
doppiofondo della valigia di Maria Grazia Gelli, la figlia, che rientrava in Italia da
Nizza. 
Lo ripubblichiamo quasi integralmente: gli unici tagli, indicati dai puntini di
sospensione fra parentesi, riguardano le parti meno interessanti e più legate ai
problemi dell’Italia degli anni '70. Le parti sottolineate e in grassetto sono commenti ai
punti del Piano che sono già stati realizzati. 
* * *
PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA
PREMESSA
1) L'aggettivo democratico sta a significare che sono esclusi dal presente piano
ogni movente od intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema
2) Il piano tende invece a rivitalizzare il sistema attraverso la sollecitazione di tutti
gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti
politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori.
3) Il piano si articola in una sommaria indicazione di obiettivi, nella elaborazione
di procedimenti - anche alternativi - di attuazione ed infine nell'elencazione di
programmi a breve, medio e lungo termine.
4) Va anche rilevato, per chiarezza, che i programmi a medio e lungo termine
prevedono alcuni ritocchi alla Costituzione - successivi al restauro delle istituzioni
fondamentali.

OBIETTIVI
1) Nell'ordine vanno indicati:

a) i partiti politici democratici, dal PSI al PRI, dal PSDI alla DC al PLI (con riserva di verificare la
Destra Nazionale)
b) la stampa, escludendo ogni operazione editoriale, che va sollecitata al livello di giornalisti
attraverso una selezione che tocchi soprattutto: Corriere della Sera, Giorno, Giornale, Stampa,
Resto del Carlino, Messaggero, Tempo, Roma, Mattino, Gazzetta del Mezzogiorno, Giornale di
Sicilia per i quotidiani; e per i periodici: Europeo, Espresso, Panorama, Epoca, Oggi, Gente,
Famiglia Cristiana. La RAI-TV va dimenticata;
c) i sindacati, sia confederali CISL e UIL, sia autonomi, nella ricerca di un punto di leva per
ricondurli alla loro naturale funzione anche al prezzo di una scissione e successiva costituzione
di una libera associazione dei lavoratori;
d) il Governo, che va ristrutturato nella organizzazione ministeriale e nella qualità degli uomini da
preporre ai singoli dicasteri;
e) la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa
applicazione delle leggi;
f) il Parlamento, la cui efficienza è subordinata al successo dell'operazione sui partiti politici, la stampa e i sindacati.

2) Partiti politici, stampa e sindacati costituiscono oggetto di sollecitazioni possibili sul piano della
manovra di tipo economico-finanziario.
La disponibilità di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi sembra sufficiente a permettere ad uomini
di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al loro controllo.

Governo, Magistratura e Parlamento rappresentano invece obiettivi successivi, accedibili soltanto dopo il buon esito della prima operazione, anche se le due fasi sono necessariamente destinate a subire intersezioni e interferenze reciproche, come si vedrà in dettaglio in sede di elaborazione dei procedimenti

3) Primario obiettivo e indispensabile presupposto dell'operazione è la costituzione di un club (di natura rotariana per l'eterogeneità dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori livelli, operatori, imprenditoriali e finanziari, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori e magistrati nonché pochissimi e selezionati uomini politici, che non superi il numero di 30 o 40 unità.
     Gli uomini che ne fanno parte debbono essere omogenei per modo di sentire, disinteresse, onestà e rigore morale, tali cioè da costituire un vero e proprio comitato di garanti rispetto ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante è stabilire subito un collegamento valido con la massoneria internazionale. 

PROCEDIMENTI
1) Nei confronti del mondo politico occorre:

a) selezionare gli uomini - anzitutto - ai quali può essere affidato il compito di promuovere la rivitalizzazione di ciascuna rispettiva parte politica (Per il PSI, ad esempio, Mancini, Mariani e Craxi; per il PRI: Visentini e Bandiera; per il PSDI: Orlandi e Amidei; per la DC: Andreotti, Piccoli, Forlani, Gullotti e Bisaglia; per il PLI:
Cottone e Quilleri; per la Destra Nazionale (eventualmente: Covelli);
b) in secondo luogo valutare se le attuali formazioni politiche sono in grado di avere ancora la necessaria credibilità esterna per ridiventare validi strumenti di azione politica;
c) in caso di risposta affermativa, affidare ai prescelti gli strumenti finanziari sufficienti - con i dovuti controlli - a permettere loro di acquisire il predominio nei rispettivi partiti;
d) in caso di risposta negativa usare gli strumenti finanziari stessi per l'immediata nascita di due movimenti: l'uno, sulla sinistra (a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l'altro sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali, e democratici della Destra Nazionale). Tali movimenti dovrebbero essere fondati da altrettanti clubs promotori composti da uomini politici ed esponenti della società civile
in proporzione reciproca da 1 a 3 ove i primi rappresentino l'anello di congiunzione con le attuali parti ed i secondi quello di collegamento con il mondo reale. Tutti i promotori debbono essere inattaccabili per rigore morale, capacità, onestà e tendenzialmente disponibili per un'azione politica pragmatistica, con rinuncia alle consuete e fruste chiavi ideologiche. Altrimenti il rigetto da parte della pubblica opinione è da ritenere
inevitabile.
Il panorama politico, dal 1976 a oggi, è completamente cambiato. Ma 
sostituendo i vecchi nomi e alle vecchie sigle con quelli nuovi, si scoprono
assonanze impressionanti. A cominciare dalla nuova struttura snodata in
tanti “clubs promotori composti da uomini politici e rappresentanti della
società civile”: l’idea ispiratrice della “nuova” Forza Italia ai suoi albori,
fra il 1993 e il 1994. Unica differenza: Gelli richiedeva a tutti i promotori
di essere “inattaccabili per rigore morale, capacità e onestà”: Forza
Italia nacque invece per iniziativa di personaggi del calibro di Marcello
Dell’Utri, Silvio Berlusconi, Filippo Alberto Rapisarda, Cesare Previti. E
si infarcì via via di pregiudicati, condannati, inquisiti. Senza per questo
suscitare alcuna “crisi di rigetto da parte della pubblica opinione”, come
invece paventava vent’anni prima l’ingenuo Licio.

2) Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l'impiego degli strumenti finanziari non può, in questa fase, essere previsto nominatim. Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro. L'azione dovrà essere condotta a macchia d'olio, o, meglio, a catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l'ambiente. Ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di “simpatizzare” per gli esponenti politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d. In un secondo tempo occorrerà:

a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;

Nel 1989, grazie ad alcune sentenze in odor di corruzione, Silvio Berlusconi
acquisisce per l’appunto “alcuni settimanali di battaglia”: prima tutti quelli della
Mondadori (Espresso, Panorama ed Epoca, con l’aggiunta di La Repubblica e dei
quotidiani locali Finegil), poi, dopo l’accordo di spartizione con il gruppo
Caracciolo-De Benedetti, rimane in possesso di Panorama ed Epoca. Dei giornalisti
“acquisiti” alla causa nelle redazioni dei giornali “indipendenti”, s’è ormai perduto
il conto. Alcuni, della Rai o della carta stampata, per maggiore sicurezza vengono
doppiamente stipendiati dal Cavaliere in cambio di apposite rubriche sui suoi
numerosi organi di stampa.

b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;
c) coordinare molte TV via cavo con l'agenzia per la stampa locale;
Nel 1978 Berlusconi fonda Telemilano, rete condominiale di Milano 2, che
trasmette via cavo. Ben presto la trasformerà in Canale5, via etere. Poi, in palese
violazione della legge, realizza il progetto gelliano di “coordinare molte tv”
creando un network nazionale per trasmettere programmi identici in
contemporanea su tutto il territorio nazionale e gettando le basi per il monopolio
totale del mercato televisivo commerciale, che completerà con l’acquisto di Italia1
da Rusconi e di Rete4 da Mondadori.

d) dissolvere la RAI-TV in nome della libertà di antenna ex art.21 Costit.
I primi passi verso il “dissolvimento della Rai” vengono mossi dalla nuova
dirigenza Rai, insediata dalla Casa delle Libertà nel 2002: cancellazione de “Il
Fatto” di Enzo Biagi e di “Sciuscià edizione straordinaria” di Michele Santoro, i
due programmi di informazione più seguiti dal pubblico e più redditizi dal punto
di vista pubblicitario; sottrazione alla Rai di un’altra fondamentale fonte di
sostentamento come i diritti televisivi sul campionato di calcio (trattativa gestita da
tre uomini di Berlusconi: il direttore generale Rai Agostino Saccà, il ministro delle
Telecomunicazioni Maurizio Gasparri e il nuovo presidente della Lega nazionale
calcio Adriano Galliani, dirigente Fininvest e vicepresidente del Milan
berlusconiano); minacce del ministro Gasparri di abrogare il canone dell Rai;
altolà dello stesso Gasparri a un affare molto vantaggioso per la tv di Stato: la
cessione della maggioranza di Raiway a una corporation americana in cambio di
800 miliardi di vecchie lire.

3) Per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è [fra] la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della CISL e maggioritari dell'UIL, per poi agevolare la fusione con gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all'interno dell'attuale trimurti.
Gli scopi reali da ottenere sono:
a) restaurazione della libertà individuale nelle fabbriche e aziende in genere per consentire l'elezione dei consigli di fabbrica con effettive garanzie di segretezza del voto;
b) ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assente di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative.  Sotto tale profilo, la via della scissione e della successiva integrazione con gli autonomi sembra preferibile anche ai fini dell'incidenza positiva sulla pubblica opinione di un fenomeno clamoroso come la costituzione di un vero sindacato che agiti la bandiera della libertà di lavoro e della tutela economica dei lavoratori. Anche in termini di costo è da prevedere un impiego di strumenti finanziari di entità inferiori all'altra ipotesi.
Anche la “scissione” del fronte sindacale è cosa fatta: da una parte
Uil e Cisl firmano nella primavera 2002 il “patto per il lavoro” con
il governo Berlusconi, accettando la modifica dell’articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori (che consente il reintegro giudiziario dei
lavoratori licenziati senza giusta causa nelle aziende con più di 15
dipendenti), dall’altra la Cgil di Sergio Cofferati, che rifiuta di
siglare l’accordo e indìce uno sciopero generale in difesa dei diritti
violati.

 4) Governo, Magistratura e Parlamento

   E' evidente che si tratta di obiettivi nei confronti dei quali i procedimenti divengono alternativi in varia misura a seconda delle circostanze.
   E' comunque intuitivo che, ove non si verifichi la favorevole circostanza di cui in prosieguo, i tempi brevi sono - salvo che per la Magistratura - da escludere essendo i procedimenti subordinati allo sviluppo di quelli relativi ai partiti, alla stampa ed ai sindacati, con la riserva di una più rapida azione nei confronti del Parlamento ai cui componenti è facile estendere lo stesso modus operandi già previsto per i partiti politici.
  Per la Magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di magistratura indipendente della Ass.Naz.Mag.) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate.
   E' sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed
elaborare una intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso
strumento, già operativo nell'interno del corpo anche ai fini di taluni rapidi
aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di
elemento di equilibrio della società e non già di evasione.
Dopo la scoperta degli elenchi della loggia P2, nel 1981 a Castiglion Fibocchi,
emergerà che diversi magistrati aderenti a Magistratur indipendente erano iscritti
al sodalizio gelliano. Verranno tutti sottoposti a procedimento disciplinare e quasi
tutti censurati con sanzioni di varia gravità. Oggi, anche nei confronti della
magistratura, il governo Berlusconi gioca al “divide et impera” e trova udienza
proprio nel settore più retrivo di Magistratura indipendente, critico verso la scelta
della stragrande maggioranza delle toghe di scioperare contro la “riforma”
dell’ordinamento giudiziario annunciata dal guardasigilli Roberto Castelli.

   Qualora invece le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al Governo di un uomo politico (o di una équipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di “ripresa democratica” è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il
programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti.   In termini di tempo ciò significherebbe la possibilità di ridurre a 6 mesi ed anche meno il tempo di intervento, qualora sussista il presupposto della disponibilità dei mezzi finanziari.
Le felici “circostanze” che Gelli non osava neppure sperare (vedi l’uso
dell’ipotetica de terzo tipo) si sono invece verificate appieno da 1994 in avanti:
l’”ascesa al governo di un uomo politico (o di una équipe) in sintonia con lo spirito
del club”, nonché “la disponibilità dei mezzi finanziari”. Così è tutto più semplice e
più rapido. 

PROGRAMMI Per programmi s'intende la scelta, in scala di priorità, delle numerose operazioni da compiere in forma di:
a) azioni di comportamento politico ed economico;
b) atti amministrativi (di Governo);
atti legislativi; necessari a ribaltare – concomitanza con quelli descritti in materia di procedimenti - l'attuale tendenza al disfacimento delle istituzioni e, con essa, alla disottemperanza della Costituzione i cui organi non funzionano più secondo gli schemi originali. Si tratta, in sostanza, di "registrare" - come nella stampa in tricromia - le funzioni di ciascuna istituzione e di ogni organo relativo in modo che i rispettivi confini siano esattamente delimitati e scompaiano le attuali aree di sovrapposizione da cui derivano confusione e indebolimento dello Stato. (…)  Detti programmi possono essere resi esecutivi - occorrendo - con normativa d'urgenza (decreti legge).
a) Emergenza a breve termine. Il programma urgente comprende, al pari degli altri, provvedimenti istituzionali (rivolti cioè a "registrare" le istituzioni) e provvedimenti di indole economico-sociale.
    a1) Ordinamento giudiziario: le modifiche più urgenti investono:
              - la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati;
La responsabilità civile dei giudici, dopo una luna campagna di
attacco alla magistratura, diventa legge in seguito all’apposito
referendum per la cosiddetta “giustizia giusta” celebrato nel 1987,
per volere di Marco Pannella e Bettino Craxi, all’indomani dei primi
scandali di “tangentopoli” (caso Zampini a Torino, caso Teardo a
Savona, casi Calvi, Sindona, P2 e Natali a Milano ecc.).

             - il divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari;
La proposta, già rilanciata da Vittorio Feltri nel 1994-’95 dalle
colonne de Il Giornale dopo la sua conversione al partito antigiudici, 
è uno dei punti qualificanti del disegno di legge Alfano
contro le intercettazioni e per il bavaglio alla stampa: vietato
nominare i magistrati e addirittura mostrarne il volto in televisione.

               - la normativa per l'accesso in carriera (esami psico- attitudinali preliminari);
Il sistema di accesso alla magistratura e di progressione in carriera
dei magistrati viene pesantemente ridisegnato dalla riforma
dell’ordinamento giudiziario Castelli presentata nel 2002 dalla Casa
delle Libertà: scuola di formazione e carriera dei magistrati
sottratte al Csm e affidate a una Corte di Cassazione pesantemente
“riformata” per aumentarvi l’influenza del governo e della
maggioranza parlamentare. Per le progressioni in carriera del
singolo magistrato, sarà fondamentale il giudizio dei nuovi consigli
giudiziari, uno per ogni corte d’appello, formati non soltanto da
magistrati, ma anche da avvocati e rappresentanti delle regioni (cioè
dei partiti). 

               - la modifica delle norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza dei reati di eversione –      
                  anche tentata - nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme  
                  sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di persona e di violenza in generale.
Il progetto gelliano invocava norme più rigide contro l’eversione e la
grande criminalità. Da questo punto di vista, la maggioranza
berlusconiana si discosta dagli insegnamenti del Maestro
Venerabile, a causa dei guai giudiziari dei suoi leader, e soprattutto
dopo l’appello (luglio 2002) del capomafia Leoluca Bagarella a
imprecisati referenti politici affinché rispettino i patti a suo tempo
sottoscritti con Cosa Nostra.

    a2) Ordinamento del Governo
            1- legge sulla Presidenza del Consiglio e sui Ministeri (Cost.art.95) per determinare competenze e
                numero (ridotto, con eliminazione o quasi dei Sottosegretari);
Nemmeno su questo fronte, più che ragionevole, Berlusconi 
prende esempio dal Maestro: il suo governo, aggirando la legge 
Bassanini che riduceva e riorganizzavai ministeri, moltiplica le 
poltrone fino al caso ridicolo del ministero al Nulla
affidato per 17 giorni ad Aldo Brancher nel tentativo di 
sottrarlo alla giustizia. 

            2- legge sulla programmazione globale (Costit.art.41) incentrata su un Ministero dell'economia che
                 ingloba le attuali strutture di incentivazione (Cassa Mezz. – PP.SS - Medicredito - Industria -
                 Agricoltura), sul CNEL rivitalizzato quale punto d'incontro delle forze sociali sindacali,
                 imprenditoriali e culturali e su procedure d'incontro con il Parlamento e le Regioni;
            3- riforma dell'amministrazione.(Costit. articoli 28-97 e 98) fondata sulla teoria dell'atto pubblico non
                amministrativo, sulla netta separazione della responsabilità politica da quella amministrativa che
                diviene personale (istituzione dei Segretari Generali di Ministero) e sulla sostituzione del principio
                del silenzio-rifiuto con quello del silenzio-consenso;
            4- definizione della riserva di legge nei limiti voluti e richiesti espressamente dalla Costituzione e
                 individuazioni delle aree di normativa secondaria (regolamentare) in ispecie di quelle regionali che
                 debbono essere obbligatoriamente limitate nell'ambito delle leggi cornice.
   
    a3) Ordinamento del Parlamento: 
1) ripartizione di fatto, di competenze fra le due Camere (funzione politica alla CD e funzione economica al
    SR);
2) modifica (già in corso) dei rispettivi Regolamenti per ridare forza al principio del rapporto (Cost. art.64)
    fra maggioranza-Governo, da un lato, e opposizione, dall'altro, in luogo della attuale tendenza
    assemblearistica.
3) adozione del principio delle sessioni temporali in funzione di esecuzione del programma governativo.

a) Provvedimenti economico-sociali; 
    b1) abolizione della validità legale dei titoli di studio (per sfollare le università e dare il tempo di elaborare
          una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione);
    b2) adozione di un orario unico nazionale di 7 ore e 30' effettive (dalle 8,30 alle 17) salvi i turni necessari
          per gli impianti a ritmo di 24 ore, obbligatorio per tutte le attività pubbliche e private;
    b3) eliminazione delle festività infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno - Natale - Capodanno e
          Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;
    b4) obbligo di attuare in ogni azienda ed organo di Stato i turni di festività - anche per sorteggio - in tutti i
           periodi dell'anno, sia per annualizzare l'attività dell'industria turistica, sia per evitare la "sindrome
           estiva" che blocca le attività produttive;
    b5) revisione della riforma tributaria nelle seguenti direzioni:
        1- revisione delle aliquote per i lavoratori. dipendenti aggiornandole al tasso di svalutazione 1973-76;
        2- nettizzazione all'origine di tutti gli stipendi e i salari della P. A. (onde evitare gli enormi costi delle
             relative partite di giro);
        3- inasprimento delle aliquote sui redditi professionali e sulle rendite;
        4- abbattimento delle aliquote per donazioni e contributi a fondazioni scientifiche e culturali riconosciute,  
            allo scopo di sollecitare indirettamente la ricerca pura ed il relativo impiego di intellettualità;
Il secondo governo Berlusconi abolisce tout court la tassa sulle
donazioni, aggiungendovi l’abrogazione dell’imposta di
successione per i redditi superiori ai 700 milioni di vecchie lire
(al di sotto, avevano già provveduto i governi dell’Ulivo).

        5- alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammortamenti, investimenti e garanzie, per sollecitare l'autofinanziamento premiando il reinvestimento del profitto;
La legge Tremonti del 1994, rinnovata nel 2002, defiscalizza gli
oneri reinvestiti. E, grazie a un’interpretazione ad hoc fornita
dallo stesso governo Berlusconi, consente a Mediaset di
risparmiare 242 miliardi di vecchie lire per l’acquisto di un
magazzino di vecchi film americani. 

        6- reciprocità fra Stato e dichiarante nell'obbligo di mutuo acquisto ai valori dichiarati ed accertati;
    b6) abolizione della nominatività dei titoli azionari per ridare fiato al mercato azionario e sollecitare meglio
          l'autofinanziamento delle aziende produttive;
    b7) eliminazione delle partite di giro fra aziende di Stato ed istituti finanziari di mano pubblica in sede di
          giro conti reciproci che si risolvono – nel gioco degli interessi - in passività inutili dello stesso Stato;
    b8) concessione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali dall'estero;
Il secondo governo Berlusconi, con il decreto Tremonti numero
350 del 25 settembre 2001, detto anche “scudo fiscale”, consente
a chiunque di far rientrare i capitali illegalmente esportati
(anche se illegalmente accumulati come profitti di reato), con
l’ulteriore garanzia dell’anonimato. Unico fastidio: il pagamento
di una irrisoria imposta: il 2.5% sull’importo complessivo. Una
norma che non solo i magistrati, ma financo l’ex ministro del
Bilancio, il pluripregiudicato Paolo Cirino Pomicino, giudicano
un oggettivo favore ai riciclatori di denaro sporco. Lo scudo
verrà replicato nel 2002 e nel 2009 (quando l’imposta “salirà” al
5%)

(….)

 c) Pregiudiziale è che oggi ogni attività secondo quanto sub a) e b) trovi protagonista e gestore un Governo deciso ad essere non già autoritario bensì soltanto autorevole e deciso a fare rispettare le leggi esistenti.
 Così è evidente che le forze dell'ordine possono essere mobilitate per ripulire il Paese dai teppisti ordinari e pseudo politici e dalle relative centrali direttive soltanto alla condizione che la Magistratura li processi e condanni rapidamente inviandoli in carceri ove scontino la pena senza fomentare nuove rivolte o condurre una vita comoda.
L’insistenza sui reati di strada e sull’esigenza di “ripulire” le città sarà alla base
del “pacchetto sicurezza” annunciato per quasi due anni dal governo D’Alema nel
1999-2000 e poi approvato a fatica dal governo Amato nel 2001. E poi, soprattutto,
dallo slogan “città più sicure” e “tolleranza zero” propagandati dalla Casa dellelibertà nella campagna elettorale del 2001, nonché nell’impegno assunto da
Berlusconi neo-premier di “ridurre i reati del 30 per cento” (non si sa se compresi
o esclusi i suoi), anche con l’impiego massiccio di cosiddetti “poliziotti di
quartiere”. Da notare le analogie fra la “vita comoda” che secondo Gelli
toccherebbe a troppi detenuti (non a lui, comunque) e la sparata del ministro
Castelli nell’agosto 2002 su imprecisate carceri “grand hotel”.

Sotto tale profilo, sembra necessario che alle forze di P.S. sia restituita la facoltà di interrogatorio d'urgenza degli arrestati in presenza dei reati di eversione e tentata eversione dell'ordinamento, nonché di violenza e resistenza alle forze dell'ordine, di violazione della legge sull'ordine pubblico, di sequestro di persona, di rapina a mano armata e di violenza in generale.
La riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario prevede, fra l’altro, lo
sganciamento della polizia giudiziaria dal controllo-coordinamento del pubblico
ministero, dando così mano libera alle forze dell’ordine (dipendenti dall’esecutivo)
nella fase delle indagini, senza alcuna possibilità di imparziale controllo di legalità
da parte della magistratura. Ma le norme generali annunciate e/o adottate con lo
scopo di mandare in fumo i processi a carico del premier e dei suoi amici rischiano
seriamente di vanificare anche i propositi di giudizi più rapidi e di pene più severe
ed effettive nei confronti della criminalità “comune”. 

 d) Altro punto chiave è l'immediata costituzione di una agenzia per il coordinamento della stampa locale (da acquisire con operazioni successive nel tempo) e della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del Paese.
Abbiamo già notato le prodigiose analogie fra i desiderata di Gelli e
la genesi della Fininvest fino al monopolio totale, prima delle sole emittenti
commerciali e infine, con l’ascesa in politica del suo proprietario, anche delle reti
della concorrenza, cioè del servizio pubblico Rai.

 E' inoltre opportuno acquisire uno o due periodici da contrapporre a Panorama, Espresso, Europeo sulla formula viva "Settimanale".
Anche su questo fronte, abbiamo già visto che anziché contrapporre qualcosa a
“Panorama”, Berlusconi decide di appropriarsene insieme al resto della
Mondadori.


MEDIO E LUNGO TERMINE

 Nel presupposto dell'attuazione di un programma di emergenza a breve termine come sopra definito, rimane da tratteggiare per sommi capi un programma a medio e lungo termine con l'avvertenza che, mentre per quanto riguarda i problemi istituzionali è possibile fin d'ora formulare ipotesi concrete, in materia di interventi economico-sociali, salvo per quel che attiene pochissimi grandi temi, è necessario rinviare nel tempo
l'elencazione di problemi e relativi rimedi.
    a) Provvedimenti istituzionali 
        a1) Ordinamento giudiziario

  I. Unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione - articoli 107 e 112 ove il P.M. è distinto dai
     Giudici);
Anche la bozza Boato per la riforma del paragrafo “Magistratura” della 
seconda parte della Costituzione, approvata nell’ottobre 1998 dalla Commissione
Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema con il sì di tutti i partiti del Polo e
dell’Ulivo (eccetto Rifondazione), stabiliva un pm staccato dal giudice avviando un
processo di separazione de facto delle carriere fra requirenti e giudicanti. Le
successive bozze di riforma preparate dal relatore del comitato “Garanzie” della
Bicamerale, il verde Marco Boato, piacquero molto a Licio Gelli. Il quale,
intervistato da chi scrive nell’aprile 1998, dichiarò entusiasta: “Il mio Piano di
rinascita? Vedo che vent’anni dopo questa Bicamerale la sta copiando pezzo per
pezzo con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il
copyright…”. Fallita la Bicamerale, la separazione delle carriere è stata ripresa da
Alfano nella sua riforma della magistratura presentata nel 2009 e non ancora
approvata dal Parlamento.

  II. Responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del P.M. (modifica costituzionale);
Anche la bozza Boato prevede che la responsabilità dell’attività delle Procure
ricada sul Guardasigilli e sul Parlamento, cioè sul potere politico. Nella proposta di
nuovo articolo 128 della Costituzione si legge infatti che “il ministro della Giustizia
riferisce annualmente al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei
mezzi di indagine” da parte dei pubblici ministeri. Il che significa che governo e
Parlamento potranno votare e intervenire nel caso in cui non condividano
un’inchiesta o uno strumento investigativo. 

  III. Istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti,
        con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed eliminando le attuali due fasi  
        d'istruzione;
Il Piano ricalca a grandi linee i principi ispiratori del nuovo Codice di procedura
penale, ricalcato sul modello “accusatorio” anglosassone che dopo anni di dibattito
entrerà in vigore nel 1989 con le firme di Giuliano Vassalli e Giandomenico
Pisapia, in luogo del modello “inquisitorio” scelto a suo tempo da Alfredo Rocco.

  IV. Riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento
        (modifica costituzionale);
Anche la bozza Boato, pur senza stabilire esplicitamente la responsabilità del Csm
davanti al Parlamento, aumenta a dismisura le possibilità di interferenza delle
Camere nell’organo di autogoverno dei giudici: soprattutto accrescendovi il
numero dei membri “laici”, cioè eletti dal Parlamento (che passano da 10 a 12), a
scapito dei togati, eletti dai magistrati (che scendono da 20 a 18). Non passa invece
in Bicamerale la proposta di Forza Italia, condivisa anche da Boato, che prevedeva
addirittura una ripartizione fifty-fifty: 15 laici e 15 togati. 

V. Riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei
     magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante,
     ridurre a giudicante la funzione pretorile;
La “selezione per merito delle promozioni dei magistrati”, come abbiamo visto, è
in cima alla riforma berlusconiana dell’ordinamento giudiziario. La separazione
delle carriere, vecchio sogno di Gelli e poi di Craxi, ritorna surrettiziamente nella
bozza Boato del 1998: l’articolo 117 distingue i giudici b”soggetti soltanto alla
legge” e i pm “indipendenti da ogni altro potere” e coperti dalle “garanzie previste
per loro dalle norme dell’ordinamento giudiziario” (norme ordinarie, che dunque
possono cambiare in qualsiasi momento). Non solo: la stessa bozza Boato,
all’articolo 120, degrada la magistratura da potere dello Stato a semplice ”ordine”.
E subito dopo sdoppia il Csm in due sezioni: una per i pm e una per i giudici. 
Difficilissimo, per non dire impossibile, passare da una carriera all’altra: l’articolo
124 le separa rigidamente, consentendo il passaggio soltanto dopo aver sostenuto
un “concorso riservato” e, addirittura, aver cambiato distretto (cioè regione). La
separazione delle carriere e dei Csm ritorna, stavolta esplicitamente, nel
programma elettorale di Forza Italia del 2001, del 2006 e del 2008 (Pdl), nonché
nella controriforma della giustizia Alfano del 2009.

V. Esperimento di elezione di magistrati (Costit. art.106) fra avvocati con 25 anni di funzioni in possesso di  
     particolari requisiti morali;
La bozza Boato recepiva anche questa proposta, regalando agli avvocati con 25
anni di anzianità il libero accesso agli “altri gradi della giurisdizione”, oltre a
quelli onorari già attualmente accessibili: in pratica, gli avvocati avrebbero potuto
diventare procuratore capo, procuratore generale, presidente di Tribunale, di
Corte d’Assise, di Corte d’appello e di Cassazione. E senza neppure il fastidio di
cambiare distretto e sostenere un concorso riservato (limitazioni, queste ultime,
stabilite per giudici e pm). Un pm palermitano che volesse fare il giudice non
avrebbe potuto, se non trasferendosi a Catania. Il difensore di Totò Riina a
Palermo, invece, avrebbe potuto diventare Procuratore capo di Palermo. Anche
perché Boato, a differenza di Gelli, non richiede “particolari requisiti morali”.
S’accontenta dell’anzianità.

    a2) Ordinamento del Governo
  I. Modifica della Costituzione per stabilire che il Presidente del Consiglio è eletto dalla Camera all'inizio di
     ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso le elezioni del successore;
Norma molto simile alla legge “anti-ribaltone”, caldeggiata dal 
Polo e varata dall’Ulivo nella legislatura 1996-2001.

  II. Modifica della Costituzione per stabilire che i Ministri perdono la qualità di parlamentari.
Proposta lanciata nel 1992 dal segretario della Dc Arnaldo Forlani e accolta dal
partito (che costrinse i suoi iscritti a scegliere fra l’incarico di ministri e il 
mandato parlamentare), poi però rimasta senza seguito.

  III. Revisioni della legge sulla contabilità dello Stato e di quella sul bilancio dello Stato (per modificarne la  
        natura da competenza in cassa);
  IV. Revisione della legge sulla finanza locale (…)
  V. Riforma della legge comunale e provinciale per sopprimere le provincie e ridefinire i compiti dei Comuni dettando nuove norme sui controlli finanziari;

     a3) Ordinamento del Parlamento
  I. Nuove leggi elettorali, per la Camera, di tipo misto (uninominale e proporzionale secondo il modello  
     tedesco) riducendo il numero dei deputati a 450 e, per il Senato, di rappresentanza di 2° grado,
     regionale, degli interessi economici, sociali e culturali, diminuendo a 250 il numero dei senatori ed
     elevando da 5 a 25 quello dei senatori a vita di nomina presidenziale, con aumento delle categorie relative  
     (ex parlamentari - ex magistrati - ex funzionari e imprenditori pubblici - ex militari ecc.);
  II. Modifica della Costituzione per dare alla Camera preminenza politica (nomina del Primo Ministro) ed al  
      Senato preponderanza economica (esame del bilancio);
  III. Stabilire norme per effettuare in uno stesso giorno ogni 4 anni le elezioni nazionali, regionali e comunali
       (modifica costituzionale);
  IV. Stabilire che i decreti-legge sono inemendabili:
    a4) Ordinamento di altri organi istituzionali

1) Corte Costituzionale: sancire l'incompatibilità successiva dei giudici a cariche elettive ed in enti pubblici;
    sancire il divieto di sentenze cosiddette attive (che trasformano la Corte in organo legislativo di fatto);

2) Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l'ineleggibilità ed eliminare il semestre
    bianco (modifica costituzionale);

3) Regioni: modifica della Costituzione per ridurre il numero e determinarne i confini secondo criteri
    geoeconomici più che storici.


Provvedimenti economico sociali

b1) Nuova legislazione antiurbanesimo subordinando il diritto di residenza alla
dimostrazione di possedere un posto di lavoro ed un reddito sufficiente (per evitare che
saltino le finanze dei grandi Comuni);

b2) nuova legislazione urbanistica favorendo le città satelliti e trasformando la scienza
urbanistica da edilizia in scienza dei trasporti veloci suburbani;
Anche alle città-satellite provvede Berlusconi, con Milano 2 e Milano 3.

b3) nuova legislazione sulla stampa in senso protettivo della dignità del cittadino (sul modello inglese) e stabilendo l'obbligo di pubblicare ogni anno i bilanci nonché le retribuzioni dei giornalisti; 

b4) unificazione di tutti gli istituti ed enti previdenziali ed assistenziali in un unico ente di sicurezza sociale da gestire con formule di tipo assicurativo allo scopo di ridurre i costi attuali;

b5) disciplinare e moralizzare il settore pensionistico (…)

b6) dare attuazione agli articoli 39 e 40 della Costituzione regolando la vita dei
sindacati e limitando il diritto di sciopero nel senso di:
    1) introdurre l'obbligo di preavviso dopo avere esperito il concordato;
    2) escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;
pubbliche amministrazioni in genere) ovvero garantirne il corretto svolgimento;
    3) limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la
libertà di lavoro;

b7) nuova legislazione sulla partecipazione dei lavoratori alla proprietà azionaria delle imprese e sulla gestione (modello tedesco)

b8) nuova legislazione sull'assetto del territorio (ecologia, difesa del suolo, disciplina
delle acque, rimboscamento, insediamenti umani);

b9) legislazione antimonopolio (modello USA);
Nemmeno Gelli poteva prevedere l’incredibile monopolio televisivo berlusconiano:
almeno a questo suggerimento, dunque, il Cavaliere e i suoi tanti amici si sono
sempre ben guardati di dare seguito. Per l’oligopolio Fininvest-Mediaset, una legge
antitrust sarebbe letale.

b10) nuova legislazione bancaria (modello francese);

b11) riforma della scuola (selezione meritocratica - borse di studio ai non abbienti - scuole di Stato normale e politecnica sul modello francese);

b12) riforma ospedaliera e sanitaria sul modello tedesco

c) Stampa - Abolire tutte le provvidenze agevolative dirette a sanare i bilanci deficitari con onere del pubblico erario ed abolire il monopolio RAI - TV.
(…)
Fatto (almeno per la seconda parte).
* * *
Gli autori del Piano di rinascita democratica dimostrano comunque un grave deficit di
fantasia e lungimiranza: nessun accenno alla depenalizzazione del falso in bilancio,
alla cancellazione delle rogatorie, al legittimo sospetto, ai lodi e agli scudi per alte
cariche e ministri. Chiunque cedesse alla tentazione di paragonare il Piano gelliano al
programma del Popolo delle Libertà e alle opere dei tre governi Berlusconi
meriterebbe una querela per diffamazione. Da parte di Licio Gelli. 



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