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mercoledì 12 giugno 2013

Disinformati sui fatti - Marco Travaglio - Il F.Q. 12/6/2013

A furia di revisionismi e negazionismi sulla trattativa, finirà che dovremo dimostrare l’esistenza della mafia (su quella dello Stato è inutile perder tempo). È per questo che ci occupiamo spesso di alcuni minori del giornalismo, che parlano di tutto senza sapere nulla, come Claudio Cerasa: per dare un’idea di com’è ridotta l’informazione in Italia, e del perché. Ieri l’orecchiante del Foglio , non contento di essersi bevuto la scombiccherata autodifesa del generale Mori, è arrivato a scrivere che “la trattativa Stato-mafia è una boiata pazzesca”. E il guaio è che potrebbe persino essere in buona fede: gli hanno raccontato che la trattativa è “la
versione di un pm” (Ingroia, che per giunta “si è candidato alle elezioni”) e “di un pataccaro” (Ciancimino jr.), fortunatamente “fatta a pezzi” da Giovanni Fiandaca, “uno dei più autorevoli studiosi di diritto penale”. Dunque, a seguire il suo ragionamento (si fa per dire), se un pm si candida alle elezioni, le sue indagini precedenti sono patacche. Cioè: siccome Ferdinando Imposimato indagò sul caso Moro e poi fu eletto senatore, allora le Br sono innocenti e Moro non fu rapito né ucciso: anzi, pare sia ancora vivo. Purtroppo, a giudicare la fondatezza di un’indagine non sono né i Cerasa né i Fiandaca: è il Gup. E il gup Morosini ha confermato la fondatezza dell’indagine sulla trattativa, rinviando a giudizio tutti gli imputati. Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Il processo di Palermo non deve dimostrare la trattativa, già accertata da due sentenze definitive della Cassazione e da quella della Corte d’Assise di Firenze sul boss Tagliavia; bensì l’eventuale colpevolezza di 10 imputati. Ma tutto questo Cerasa non lo sa. È così disinformato sui fatti da scrivere che, siccome Mori e De Caprio del Ros sono stati assolti dall’accusa di aver favorito la mafia, può darsi che il covo di Riina l’abbiano perquisito, o che la colpa sia di Caselli che non gliel’ordinò. Non sa che persino Mori ammette il mancato blitz, ma soprattutto lo dice il Tribunale. L’ordine Caselli lo diede, poi lo revocò perché Mori e De Caprio chiesero un rinvio: ma “sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video-sorveglianza”, che invece fu subito ritirato; e “l’omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo” all’insaputa dei pm è “elemento certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare” dei due ufficiali. Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Quanto al papello – farfuglia – “è una fotocopia di cui non esistono accertamenti storici definitivi... portato da un testimone che si chiama Ciancimino”. E chi doveva portarlo, visto che il postino di Riina, Antonino Cinà, lo consegnò a lui? Il documento è una copia perché l’originale fu consegnato da don Vito agli uomini dello Stato, che lo fecero sparire. L’autenticità del documento non è una diceria di Ingroia e Ciancimino: è la conclusione cui è giunta la polizia Scientifica, che ha accertato la datazione della carta e del toner agli anni 90 e l’assenza di ogni possibilità di manomissione (tipo collage o Photoshop). Ma tutto questo Cerasa non lo sa: “La Scientifica ha sì periziato l’autenticità del papello ma senza riuscire a confermane l’autenticità”. Non è meraviglioso? C’è pure il “contropapello” scritto da Vito Ciancimino d’intesa con Provenzano per addolcire il papello di Riina (altra fotocopia autentica, con grafia di don Vito). Ma tutto questo Cerasa non lo sa. Resta poi da spiegare perché, quando Brusca parla per primo del papello nel '96, Mori corra dai giudici a confermare “la trattativa” (la chiama proprio così). E perché, se Riina non scrisse il papello e don Vito non lo consegnò a chi di dovere, i governi dal '93 a oggi lo realizzarono punto per punto, smantellando 41-bis, supercarceri, ergastolo, pentiti e depotenziando la custodia cautelare e il sequestro dei beni. Eppure, che si sappia, Riina, Provenzano e Ciancimino non hanno mai governato. Nostradamus, a quei tre, gli fa una pippa.

domenica 19 maggio 2013

Il Reticente della Repubblica - Marco Travaglio - Il F.Q. 19/05/2013.

L’altroieri il ministro degli Esteri britannico ha ordinato al Coroner che indaga sull’assassinio di Aleksandr Litvinenko, l’ex agente Kgb avvelenato a Londra 7 anni fa con un tè al polonio, di insabbiare l’inchiesta che puntava ai servizi segreti russi e di coprire col segreto di Stato il ruolo di quelli britannici. Il gentile omaggio al regime di Mosca segue di pochi giorni il vertice Cameron-Putin. E tanti saluti alla famiglia Litvinenko, che non avrà mai giustizia per non disturbare la politica e gli affari. In Italia questo – grazie alla Costituzione che tutela l’indipendenza della magistratura “da ogni altro potere” e l’azione penale obbligatoria – non può accadere. Almeno sulla carta. Ma sempre più spesso si tenta di farne una prassi: con leggi incostituzionali, attacchi e processi disciplinari ai magistrati che doverosamente ignorano la (presunta) “ragion di Stato”, e sempre più frequenti “moniti” del presidente della Repubblica, autoproclamatosi capo della magistratura grazie alla complicità dei politici col culo sporco e dei giuristi di corte. Ora Napolitano è stato citato come teste dai pm di Palermo per spiegare cosa voleva Mancino quando tempestava di telefonate il Colle chiedendo interventi indebiti (in parte ottenuti) sulle indagini sulla trattativa; e cosa intendeva dire il suo consigliere D’Ambrosio un anno fa, quando gli ricordò per iscritto di aver confidato a lui (“lei sa”) e “anche ad altri” le “ipotesi” e i “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fingere da scudo per indicibili accordi”. Siccome D’Ambrosio è morto, la cosa più naturale è che Napolitano riferisca tutto ciò che sa al processo che si apre il 27 maggio per far luce sulla trattativa Stato-mafia, costata la vita a Borsellino, cinque uomini di scorta e dieci cittadini di Firenze e Milano. Ma ecco subito trapelare sulla stampa corazziera le solite esalazioni quirinalesche senza testo né firma, che esprimono “sorpresa” (Repubblica ) e “stupore” per le “ferite riaperte” (il Corriere, che aggiunge un irresistibile tocco di surrealismo, deplorando un fantomatico “insopportabile e quasi ossessivo fronte politico- mediatico schierato contro il Colle”). Si ripete il copione già visto dopo le intercettazioni Mancino-D’Ambrosio-Napolitano, col bombardamento mediatico e istituzionale (conflitto alla Consulta) contro la Procura di Palermo. Allora si raccontava la frottola del Presidente che non può essere indagato né intercettato (infatti non lo era) in base a fantomatiche “prerogative”. Ora si favoleggia di un suo presunto diritto a non testimoniare, negando addirittura il dovere dei pm di citarlo. Il favolista più zelante è l’ormai irriconoscibile Michele Ainis, che sul Corriere si esercita in una memorabile arrampicata sulle specchiere del Quirinale. A suo dire, il processo per accertare la verità sulla trattativa è una guerra e citare 176 testi equivale a “sparare 176 colpi di pistola, ma anche di cannone”, perché nella lista ci sono diversi papaveri: Napolitano, Ciampi, Grasso e il Pg della Cassazione, Ciani. Il che sarebbe “una rivalsa se non proprio una vendetta” dei pm contro il Colle. Parrebbe “il trionfo del principio di eguaglianza” (sancito dalla Costituzione), invece è “la mortificazione del principio di ragionevolezza” (ignoto alla Costituzione, ma anche alla ragionevolezza stessa: se si processa la trattativa Stato-mafia, è ragionevole che fra gli imputati e i testi siedano anche uomini dello Stato, tantopiù se ancora un anno fa si scambiavano strani messaggi sul tema). La “ragionevolezza” alla Ainis ricorda tanto il modello inglese: il governo ordina agl’inquirenti di non disturbare il manovratore e quelli eseguono. Ainis sa bene che il codice prevede espressamente “la testimonianza del presidente della Repubblica” (art. 205 Cpp), fissandone il luogo (il Quirinale). Dunque il Presidente, come ogni cittadino, ha l’obbligo di rispondere e dire la verità, altrimenti è reticenza o falsa testimonianza. Ma subito – strologando da sé o leggendo nel pensiero dell’amato Colle – Ainis si domanda che accadrebbe “se Napolitano rifiutasse di testimoniare”. E si risponde che può farlo, e senza commettere reati. Quest’esenzione da un dovere primario non è scritta da nessuna parte, ma lui la deduce così: siccome il Presidente dev’essere sentito nel suo ufficio, se non apre la porta i giudici non possono costringerlo con l’accompagnamento coattivo. Insomma, il suo dovere di deporre sarebbe “volontario” e “non obbligatorio”. È l’ennesima perla di diritto creativo, anzi dadaista, che fa il paio con quella (poi avallata dalla Consulta) del Presidente inascoltabile anche se parla con un indagato intercettato. E trascura l’aspetto morale, ancor più grave di quello giuridico, di un capo di Stato che rifiuta di fare chiarezza sugli “accordi indicibili” con la mafia confidatigli dal suo consigliere. Senza contare il principio di “leale collaborazione fra poteri dello Stato” sempre monitato quando fa comodo. Ainis comunque invita la Corte a cancellare Napolitano dalla lista testi dei pm per evitare l’“ennesimo tamponamento tra politica e giustizia” e “agevolare il traffico”. Ma forse voleva dire i traffici. Secondo Ainis, poi, “non era mai successo che un presidente della Repubblica fosse convocato”. Falso: Napolitano è stato ammesso come teste al processo Borsellino in corso a Caltanissetta. E nessuno ha obiettato nulla. Si spera che Napolitano si guardi dagli amici come Ainis (peraltro in buona compagnia dei giureconsulti Nitto Palma, Gasparri, Brunetta, Santanchè, Napoli, Gelmini, Cicchitto). Se davvero rifiuterà di testimoniare, si caccerà in guai ancora peggiori: la gente penserà che non solo ha tentato di salvare da un’inchiesta l’amico Mancino; ma ha pure qualcosa di grave da nascondere sulla trattativa ai tempi delle stragi. Già, perché – con buona pace di Ainis che invita i giudici a “mettersi l’animo in pace” – ci sono decine di famiglie in lutto e milioni di italiani che non avranno pace finché non otterranno verità e giustizia.

sabato 18 maggio 2013

L’ora della verità - Marco Travaglio - Il F. Q. - 18/05/2013

Dunque, al processo di Norimberga che si apre a Palermo il 27 maggio contro i traditori dello Stato che vent’anni fa trattavano con Cosa Nostra mentre questa sterminava magistrati, agenti di scorta e cittadini comuni, siederà sul banco dei testimoni anche Giorgio Napolitano. La notizia della sua citazione nella lista testi della Procura di Palermo susciterà le solite polemiche, vista la pretesa di intoccabilità che ha trasformato – complici giuristi di corte e sentenze di Corte – il Presidente della Repubblica in un monarca assoluto, peraltro ignoto alla Costituzione. Ma, per quanti sforzi facciano i corazzieri della penna e dell’ugola, difficilmente troveranno obiezioni al suo dovere di dire la verità in un processo e al diritto di una Procura di citarlo (è già teste a Caltanissetta al processo Borsellino). Le intercettazioni fra lui e Mancino, distrutte per ordine della Consulta proprio nel giorno del suo reinsediamento, non c’entrano nulla. C’entrano quelle, regolarmente depositate agli atti del processo, fra il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio e lo stesso Mancino, che premeva sul Quirinale per allontanare da sé e da Palermo l’amaro calice delle indagini; e ne otteneva udienza e soddisfazione. D’Ambrosio è morto e non potrà parlare. Ma Napolitano sì: dopo aver assicurato di non aver nulla da nascondere né da temere, anzi di pretendere tutta la verità, potrà finalmente spiegare il tramestio telefonico ed epistolare tra un indagato e la massima carica dello Stato. E potrà anche chiarire un altro mistero, raccontato dal Fatto nell’ottobre scorso, in beata solitudine. Nella lettera di dimissioni (poi respinte) che D’Ambrosio gli aveva inviato il 18 giugno 2012 dopo le polemiche sulle sue telefonate con Mancino, il consigliere ricordava la sua lunga collaborazione con Falcone e aggiungeva: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che in quelle poche pagine non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi di cui ho detto anche ad altri – quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi. Non le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche a fare indagini, come oltre 30 anni fa”. Purtroppo, nel libro Giovanni Falcone un eroe solo, dei misteriosi “episodi 1989-’93” che l’avevano “preoccupato” e “fatto riflettere”, D’Ambrosio dice poco o nulla. Ma, nella lettera al Presidente, scrive che le sue “ipotesi” Napolitano le conosce (“lei sa”), e non solo lui (“ho detto anche ad altri”). Ipotesi legate alla trattativa Stato-mafia, al punto di indurlo a sospettare di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Perciò rivolgemmo a Napolitano alcune domande. 1) Da chi D’Ambrosio temeva di essere stato usato come “scriba”? Non certo da Falcone, dunque dai politici sopra di lui in quel periodo, al governo (premier Andreotti) e in Parlamento (presidenti delle Camere, Napolitano e Spadolini). Ma anche dopo (“protagonisti e comprimari” sentiti in Antimafia). 2) Chi fra quei politici, lo usò come “scudo per indicibili accordi”? 3) A quali “altri” il consigliere confidò i suoi sospetti? 4) E perché, quando fu sentito due volte come teste dai pm di Palermo, non li mise al corrente e anzi negò di sapere qualcosa, se davvero voleva persino “tornare a indagare”? 5) Quando D’Ambrosio gli espose le sue ipotesi e gliele mise per iscritto, Napolitano gli chiese spiegazioni, dettagli, nomi e cognomi? 6) Se lo fece, perché non informò la Procura? Se non lo fece, fu perché non gliene importava niente, o per altri motivi? E quali? A noi il Presidente non ha mai risposto. Ora dovrà rispondere ai giudici. Giurando di dire tutta la verità, nient’altro che la verità.

lunedì 22 aprile 2013

Napolitano e Mancino: distrutte le intercettazioni


di Redazione livesicilia.it - 22 aprile 2013

PALERMO- Il gip di Palermo, Riccardo Ricciardi, ha distrutto le intercettazioni delle conversazioni telefoniche tra il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e l'ex ministro Nicola Mancino, registrate nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
La distruzione dei file audio è avvenuta, questa mattina, nel carcere Ucciardone, dove si trova il server in cui i file erano conservati. Alle operazioni ha partecipato il tecnico della Rcs, la società che gestisce gli impianti di intercettazioni per conto della Procura di Palermo.

venerdì 8 marzo 2013

La Norimberga italiana - Marco Travaglio - Il F.Q. 08/03/13

Ieri è stato un gran giorno per la Giustizia in Italia: il gup di Palermo Piergiorgio Morosini ha deciso che il processo sulla trattativa Stato-mafia si farà. E a carico di tutti gli imputati per i quali la Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio: sei per lo Stato (Mannino non c’è perché ha scelto il rito abbreviato) e cinque per la mafia (il sesto, Provenzano, sarà giudicato se e quando le sue condizioni di salute lo permetteranno). E a giudicarli non sarà un semplice Tribunale, ma la Corte d’Assise: il reato più grave, infatti, è quello contestato a Provenzano, che deve ancora rispondere del delitto Lima, al quale sono appesi per connessione i reati di tutti gli altri imputati: la “minaccia a corpo dello Stato” contestata a tutti tranne uno, l’ex ministro Mancino, che risponde di falsa testimonianza. Dunque, per la prima volta nella storia, uomini di Stato e di mafia compariranno nella stessa aula, dinanzi a due giudici togati e a sei giudici popolari estratti a sorte fra i cittadini italiani. Così la sentenza sarà fino in fondo “in
nome del popolo italiano”. Per la Procura di Palermo, in particolare per i pm Ingroia, Di Matteo, Sava, Delbene e Tartaglia che hanno condotto le indagini, è un successo pieno, il massimo riconoscimento della bontà del loro lavoro. Un lavoro ostacolato da depistaggi e interferenze istituzionali, ricatti, omertà, amnesie, bugie, attacchi politici trasversali, campagne giornalistiche di ogni colore, ostilità e veleni perfino dai vertici della Cassazione, del Csm e dell’Anm. Un coro belante, anzi ringhiante che ha affratellato tutti i poteri contro la ricerca della verità, con pochissime eccezioni di cui il Fatto si onora di far parte, al fianco dei parenti delle vittime che da 21 anni chiedono Giustizia. Ci sarà tempo per discutere gli aspetti giuridici di quello che s’annuncia come il processo del secolo, la Norimberga della Prima e della Seconda Repubblica, perché riguarda le trame del biennio orribile 1992-'94 che orientarono il passaggio di regime col solito sistema del Gattopardo. Trame che impedirono all’Italia di rinnovarsi, come tanti avevano sperato avvenisse dopo Mani Pulite e la Primavera di Palermo seguita alle stragi. Trame che riconsegnarono lo Stato e i suoi governi sotto il ri- catto di Cosa Nostra, dopo il venir meno del patto di
convivenza-connivenza che aveva retto dal dopoguerra alla sentenza del maxiprocesso in Cassazione il 30 gennaio '92. In attesa di sapere se esistono le prove per condannare gli imputati per i reati a loro ascritti (il Gup le ha giudicate sufficienti per giustificare un processo, il che non è poco), abbiamo le prove che la trattativa Stato-mafia ci fu, e servì a salvare la pelle a tanti politici terrorizzati dal delitto Lima al costo di sacrificare la vita di Borsellino, della scorta, dei cittadini caduti a Milano e Firenze. I fatti sono certi (anche se nessuno li racconta): il processo dovrà stabilire se sono anche reati. Mancano, come sempre, i mandanti più alti, anche se la tresca Mancino-Quirinale di un anno fa la dice lunga sul livello di consapevolezza di quel che avvenne e dev’essere coperto. Il gup Morosini cita le fonti di prova, tra cui la sentenza definitiva di Firenze sulle stragi del '93, che spazza via tutte le tartuferie sulla “presunta trattativa” e mette nero su bianco che sulla trattativa (senz’aggettivi dubitativi) “non possono
esservi dubbi di sorta”. È qui l’estrema attualità dei fatti di 20 anni fa che inquinano tutt'oggi la politica, e seguiteranno ad avvelenarla finché l’ultimo traditore che trattò o coprì resterà nelle istituzioni. Quello che si apre a Palermo è anche il processo a una vecchia politica che non vogliamo vedere mai più: la politica del doppio gioco, del dire una cosa e fare il contrario, del combattere Cosa Nostra non per sconfiggerla, ma per contenerla e all’occorrenza usarla. Ora che quel doppio Stato, anzi quello Stato doppio è alla sbarra con i suoi degni compari mafiosi, deve farsi avanti l’altro Stato: quello dei magistrati e dei cittadini onesti.

giovedì 7 marzo 2013

Mannino, “fuorionda” sulla trattativa: “Hanno capito tutto, stavolta ci fottono”


In un bar di Roma, una cronista del "Fatto" ascolta un colloquio riservato tra l'ex ministro e l'europarlamentare Udc Gargani. "Massimo Ciancimino ha detto la verità". Nelle parole del politico siciliano, la preoccupazione che emerga il ruolo della sinistra Dc e di Ciriaco De Mita nelle pressioni per ammorbidire il carcere duro per i boss di Cosa nostra nel 1992-1993.

Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli. Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola. Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando. E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo. Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perché hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perché questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità. Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”. Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”. E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”. Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale. Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone.
Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio. Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili. Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio. Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”. Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini. Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico. Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili. Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita. Già so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino). Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio. Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando, il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo. Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Lo stesso che vede già indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita. Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”. Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita. Il pm replica: “Perché ricordo, ricordo diversamente”. “Giudice – ribatte De Mita – se lei ha la presunzione della verità delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”. Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ‘91 al 28 giugno ‘92. Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”.
Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinché non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti. Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale. Ecco perché appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc. Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes. Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo. Vengo convocata dai pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa. Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino. Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani. Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo. Obietto che sono una giornalista, oltreché la depositaria della notizia. Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori. Cosa che ho appena fatto.

da Il Fatto Quotidiano del 10 marzo 2012

mercoledì 13 febbraio 2013

Diteci la verità - Marco Travaglio - Il F.Q. 13/2/2013


L’estate scorsa, commemorando a Palermo il ventennale della strage di Capaci, Mario Monti dichiarò: “Nessuna ragion di Stato può giustificare ritardi nella ricerca della verità: i pezzi mancanti vanno cercati fino in fondo”. Poi però fece l’opposto. Lui e il Pdl, il Pd e il Centro che lo sostengono. L’altro giorno, nel tentativo disperato di influenzare la camera di consiglio della Corte d’appello di Milano sul sequestro Abu Omar, il governo ha sollevato un conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Cassazione, che a settembre aveva annullato il proscioglimento dell’ex capo del Sismi Pollari e del vice Mancini, accusandola di
avere aggirato il segreto di Stato posto dai governi di destra e di sinistra e di avere così leso le “attribuzioni costituzionali” della Presidenza del Consiglio. Dove siano nella Costituzione le “attribuzioni” che autorizzano un governo a far sequestrare, deportare e torturare un cittadino egiziano, non è dato sapere. Nella supercazzola della solita Avvocatura dello Stato, si legge che “il presidente del Consiglio rivendica l’integrità delle proprie attribuzioni costituzionali nell’esercizio dell’attività politica volta alla tutela della sicurezza dello Stato che, in relazione al caso di specie, si è concretata nell’apposizione del segreto di Stato con riferimento ai rapporti tra Servizi italiani e la Cia nonché agli interna corporis del Servizio, anche in ordine al fatto storico del sequestro di Abu Omar”. Il tutto, si capisce, a “tutela dei supremi valori dell’esistenza, integrità, essenza dello Stato democratico”. Par di sognare: per esistere, lo Stato consente alla Cia e ai servizi italiani di sequestrare un capo religioso islamico, peraltro sotto inchiesta alla Procura di Milano e, quando i colpevoli vengono scoperti, tenta di salvarli col segreto di Stato. Per fortuna i giudici non si sono lasciati intimidire e, nell’appello-bis, hanno condannato Pollari e Mancini. Ma ancora una volta il governo si schiera contro la verità e la legalità, e nessuno dei partiti che l’appoggiano, neanche quello che tappezza il Paese di manifesti per un’“Italia giusta”, dice una parola. È il replay di quanto è accaduto sulla trattativa Stato-mafia, con le interferenze del Quirinale nelle indagini su richiesta di Mancino, subito coperte da governo e maggioranza. Tant’è che Di Pietro è stato espulso dal centrosinistra per averle criticate e Ingroia s’è visto negare ogni tentativo di dialogo per averle smascherate. Ieri, sentito come teste al processo, il sottosegretario ai Servizi
Gianni De Gennaro ha dichiarato di non ricordare “pericoli di attentati a Mannino” nel '92 dopo il delitto Lima, né allarmi sul ritiro del 41-bis ai mafiosi nel '93. Deve avere una memoria davvero labile, perché i pericoli per Mannino e altri politici li svelarono prima un rapporto del capo della polizia Parisi il 16.3.92
e poi lo stesso Mannino in un’intervista all’Espresso l’8.7.92. Quanto alle manovre contro il 41-bis, le denunciò proprio De Gennaro, capo della Dia, il 10.8.93: “L’eventuale revocaì anche parziale del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”. Un mese dopo lo Sco rivelò che le stragi miravano “a una sorta di trattativa con lo Stato per la soluzione dei principali problemi che affliggono Cosa Nostra: il carcerario e il pentitismo”. Vent’anni dopo le stragi e dieci dopo il sequestro Abu Omar, lo Stato deve scegliere: o rivendica le trattative con la mafia, le complicità nelle stragi e nei sequestri che copre da sempre, se ne assume tutte le responsabilità ed evita che a pagare per quei delitti e quelle bugie siano soltanto gli uomini dei servizi che eseguirono ordini infami; oppure i suoi rappresentanti la smettono di lacrimare in favore di telecamera agli anniversari invocando “tutta la verità”. “Il miglior disinfettante – diceva il giurista americano Louis Brandeis – è la luce del sole e il miglior poliziotto è la luce elettrica”.

mercoledì 6 febbraio 2013

martedì 5 febbraio 2013

Camorra, “Cosentino disse che Fi avrebbe cambiato norma collaboratori” - F.Q.



di Redazione Il Fatto Quotidiano



E' il pentito Dario De Simone a raccontare e ricostruire come l'ex coordinatore regionale
del Pdl fece balenare una sorta di trattativa. Il parlamentare uscente, che non è stato
ricandidato dopo un vero e proprio psicodramma alle prossime elezioni, è imputato per
le presunte collusioni con i clan casalesi con il quale il politico del casertano avrebbe
stretto un patto per garantirsi il sostegno elettorale.

‘‘Cosentino nel corso di alcuni incontri prima delle elezioni del 1994 disse che con la
vittoria di Forza Italia c’era una speranza che si sarebbe potuta modificare la normativa
sui collaboratori di giustizia”. E’ il pentito Dario De Simone  a raccontare e ricostruire
come l’ex coordinatore regionale del Pdl Nicola Cosentino fece balenare una sorta di
trattativa. Il parlamentare uscente, che non è stato ricandidato dopo un vero e proprio
psicodramma alle prossime elezioni, è imputato per le presunte collusioni con i clan
casalesi con il quale il politico del casertano avrebbe stretto un patto per garantirsi il
sostegno elettorale in tutte le competizioni alle quali ha partecipato. Deponendo al
processo, davanti al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, De Simone rivela:
”Incontrai tre-quattro volte Nicola Cosentino sia prima che dopo le elezioni regionali del
1995, quando pur non essendo latitante alloggiavo e dormivo in case diverse perché
sapevo dell’imminenza del maxi-blitz Spartacus. I nostri incontri, sempre casuali, sono
avvenuti la domenica pomeriggio quando io mi recavo a Trentola Ducenta a casa di mio
suocero mentre lui si recava dal padre della moglie; le due abitazioni erano confinanti,
affacciavano infatti sullo stesso cortile. Nel corso degli incontri mi chiese l’appoggio alle
Regionali; così mi impegnai, tramite i miei uomini sul territorio, a farlo eleggere nei
comuni di mia competenza, ovvero Aversa, Teverola, Trentola, San Marcellino e
Gricignano. Nella sola Trentola ottenne 700 preferenze”. De Simone, sicario accusato di
89 omicidi poi collaboratore dal febbraio del 1996 dopo l’arresto avvenuto il 29 gennaio
del 1996 nell’ambito dell’operazione denominata “Spartacus” ha ricordato “che il clan si
rivolgeva spesso alla famiglia Cosentino, così come ai Passarelli (proprietari negli anni ’90 dello zuccherificio Ipam, ndr) per cambiare gli assegni ricevuti dagli imprenditori sottoposti ad estorsione”. Molti anche i “non ricordo” pronunciati dal teste, tanto che il pm della Dda
Alessandro Milita è stato costretto a contestargli le dichiarazioni già rese nel corso del
primo interrogatorio del settembre ’96. De Simone ha così confermato che Cosentino
“era a nostra disposizione”, affermando però durante il controesame dell’avvocato
Stefano Montone che “Cosentino non fece promesse per l’appoggio alle elezioni né fece
qualcosa per il clan”. De Simone ha poi ricordato come Cosentino gli avesse parlato di
Lorenzo Diana (ex parlamentare del Partito Democratico, grande accusatore di
Cosentino) e Renato Natale come “due persone che davano fastidio in quanto erano in
contatto con Luciano Violante (presidente della commissione Antimafia dal ’92 al ’94,
ndr), che insisteva perché le forze dell’ordine non dessero tregua ai Casalesi”. “Ma lei ha minacciato qualcuno a cui chiese il voto per Cosentino?” ha chiesto l’avvocato del
deputato, Stefano Montone. “No, mai nessuno”, ha risposto il pentito. Il collaboratore di
giustizia ha anche riferito di aver incontrato Cosentino dopo il blitz Spartacus: “Mi disse
che non si poteva condannare una persona solo sulla base della deposizione di Carmine
Schiavone, all’epoca unico pentito. Lui mi disse anche che se avesse vinto Forza Italia la legislazione sui pentiti avrebbe subito delle modifiche”. Dopo la deposizione di De Simone,
è stata la volta di Carmine Schiavone, cugino del boss: ” Conosco la famiglia di Nicola
Cosentino, una volta lui è venuto sulla mia calcestruzzi per chiedere i voti. Sono a
conoscenza, inoltre, di un appalto che l’onorevole ha fatto ottenere a Sebastiano Corvino
per la costruzione dell’istituto Ragioneria a Casal di Principe” ha  raccontato. “Presi il
calcestruzzo per fornire Corvino – prosegue – poi in parte quel cemento venne usato per
edificare la sacrestia della chiesa di San Nicola di don Peppe Diana (ucciso per il suo
impegno nel marzo del 1994, ndr). Don Peppe portava parecchi voti, a volte parlava
contro la camorra, ma parlava anche con me perché io ero un moderato. Lo invitai a non schierarsi troppo , pero’ veniva protetto da noi perché era mio parente”.

sabato 2 febbraio 2013

Il Gip prende tempo sulla distruzione delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano


Di Dario Caputo | 01.02.2013 13:12 CET
www.ibtimes.com



Torna in auge il problema delle conversazioni intercettate tra Nicola Mancino e il Presidente Napolitano finite nelle indagini sulla Trattativa Stato-Mafia nel periodo delle stragi. Quelle conversazioni, secondo la sentenza della Consulta, vanno distrutte perché "Il Presidente della Repubblica, in quanto supremo garante dell'equilibrio dei poteri dello Stato, non è mai intercettabile". Molti però ricordano che il Capo dello Stato c'è finito casualmente in quelle intercettazioni visto che il vero indagato era Mancino. Ora tutto questo materiale potrebbe essere già distrutto il 5 febbraio. I magistrati inquirenti hanno presentato l'istanza al magistrato competente ma ora è il giudice che deve decidere. Ricordiamo che il giudice per le indagini preliminari non è vincolato dalla sentenza della Consulta. Il perito che dovrebbe attuare la decisione di quest'ultima è stato già convocato però ora il giudice si è preso qualche giorno di tempo per decidere. Se lo riterrà opportuno potrà anche sollevare una nuova questione di costituzionalità. La Consulta però ha già vietato qualsiasi utilizzo e valutazione di quel materiale. Stando a tutto questo il giudice, dopo aver ascoltato segretamente i contenuti delle telefonate, deve verificare se questi possono mettere in discussione valori superiori come la tutela della vita, della libertà personale e la sicurezza dello Stato. Il giudice in questione però potrebbe rilevare che, oltre a questi alti valori, ce ne sono anche di altri che andrebbero comunque tutelati come il diritto di difesa da parte di altri imputati. Sembra perciò riaprirsi la diatriba. Comunque entro martedì si dovrebbe arrivare ad una decisione finale che metta la parola fine a tutta questa lunga querelle. Su quel verdetto ritorna anche l'ex pm di Palermo Antonio Ingroia intervenendo questa mattina ad Omnibus su La7. "Non ho avuto torto: la Consulta mi ha dato torto, ma io ho ragione". L'ex pm ritorna anche sulla questione che si sollevò a suo tempo legata al fatto che quella della Corte Costituzionale fu una sentenza politica. "Intendiamoci, non nel modo in cui lo direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione di diritto e Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c'è dubbio che il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla Procura di Palermo. Per la Consulta bisognava seguirne un'altra e scegliendo è prevalsa quella politica, detto tra virgolette, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto fosse previsto fino a prima di questa sentenza". Concludendo il suo intervento Ingroia aggiunge che "ritengo anche impropria la scelta della Consulta di farlo in sede di conflitto di attribuzione, quando bisogna invece dire chi ha ragione e chi torto a legislazione vigente".



Brusca: 'Destinatario papello era Mancino'


01 Febbraio 2013 -  17:07  -  www.ansa.it 


"Il destinatario del papello era Nicola Mancino". A ribadire che l'elenco con le richieste della mafia allo Stato fosse l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino é stato il pentito Giovanni Brusca interrogato a Rebibbia nell'ambito dell'udienza preliminare sulla trattativa Stato-mafia.

Brusca e Mancino sono imputati, assieme a politici, boss ed ex ufficiali dell'Arma. Il collaboratore è accusato di violenza o minaccia a Corpo politico dello Stato, l'ex ministro di falsa testimonianza. Brusca ha datato la consegna del papello agli ufficiali del Ros tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio.

MANCINO, MAI RICHIESTE PER MINOR CONTRASTO - "Non ho mai ricevuto alcuna richiesta" per un "alleggerimento del contrasto dello Stato nella lotta alla mafia". E' quanto afferma Nicola Mancino in relazioni alle dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca che lo ha indicato come il destinatario del papello.

venerdì 1 febbraio 2013

Falconi e avvoltoi/2 - Marco Travaglio - Il F.Q.-01/02/13

Due giorni dopo il battibecco Boccassini-Ingroia sulla memoria di Falcone, tutti hanno 
già dimenticato chi ha  cominciato: la Boccassini, col suo “vergognati” a Ingroia per un 
paragone mai fatto fra se stesso a Falcone. Non  è la prima volta che la valorosa pm 
perde la trebisonda appena sente nominare l’amico ucciso. Il 25 maggio '92,  
commemorandolo al Palagiustizia di Milano subito dopo Capaci, puntò il dito su un 
esterrefatto Gherardo  Colombo: “Anche tu diffidavi di Giovanni, perché sei andato al 
suo funerale?”. E ricordò che, a lei, Falcone telefonava ogni giorno e le aveva confidato
“l’ultima ingiustizia subita proprio dai pm milanesi, che gli avevano mandato una 
rogatoria senza allegati. Giovanni mi telefonò: ‘Che amarezza, non si fidano del direttore 
degli Affari penali’”. In realtà il pool Mani Pulite di Falcone si fidava: non si fidava di 
altri dirigenti del ministero, tipo Filippo Verde, poi coinvolto nell’inchiesta Toghe 
Sporche della stessa Boccassini per rapporti finanziari con Previti  & C. 
Oggi tutti criticano Ingroia per avere ricordato ciò che pensava Borsellino di lui e della 
Boccassini, perché il giudice non può smentire né confermare. Ma nel '92 la Boccassini 
fece la stessa cosa, svelando confidenze di Falcone senz’altro vere, che però Falcone 
non poteva smentire né confermare. Ma in fondo è una fortuna che quel “vergognati” 
sia toccato a Ingroia. Immaginiamo se un qualunque pm, a tre settimane dalle elezioni, 
avesse urlato “vergognati” a Berlusconi, Bersani, o Monti. Sarebbe finito sotto ispezione 
e processo disciplinare, tv e giornali sarebbero pieni di politici, editorialisti, Csm e Anm 
strepitanti contro i pm che fanno politica e interferiscono nel voto. Invece niente, 
silenzio di tomba. Anzi, la prova della politicizzazione dei pm è proprio Ingroia, pm in 
aspettativa, e non il pm che l’ha insultato con la toga addosso. La macchina del fango è, 
come sempre, trasversale. Severgnini Casco d’Argento va dalla Bignardi e di chi parla? 
Di Ingroia, che “chiama la sua lista Rivoluzione civile come se le altre fossero incivili” 
(potrebbe aggiungere che il Pd si chiama Democratico come se gli altri fossero tirannici, 
ma non l’aggiunge: “Renzi e Letta mi han chiesto di candidarmi”, povera stella). 
Panorama accusa Ingroia di avere “sprecato milioni di risorse dello Stato” per indagare 
sulla trattativa Stato-mafia (avrebbe dovuto  pagare di tasca sua). Il mèchato di Libero 
lo accusa di “minacciare la Boccassini” e svela – intimo com’era di Borsellino – che 
l’amico Paolo lo chiamava “gobbetto comunista”. Repubblica intervista Grasso che, 
essendo candidato del Pd, gli insegna a “non usare il ruolo di pm a fini politici”. 
Poi fa attaccare Ingroia da un noto eroe dell’antimafia: Micciché, quello che voleva  
togliere i nomi di Falcone e Borsellino dall’aeroporto Punta Raisi perché allontanano i 
turisti. Il Corriere ricorda che “Falcone non partecipava a convegni di folle osannanti” 
(è una balla, Falcone andava persino alle Feste dell’Unità e al Costanzo Show, ma fa lo 
stesso). La Pravdina del Pd, la fu Unità, con tutto quel che succede nel mondo e a 
Siena, apre la prima pagina col titolo “Ingroia, scontro su Falcone”, lo accusa di “antimafia elettorale” e di essere “un magistrato in prima linea” (si ri-vergogni). Staino fa dire a 
Berlusconi: “Ma cosa vuole questo Ingroia da noi? Tratta la Boccassini peggio di come la 
tratto io... si candida in Lombardia per aiutarci a vincere... che si è messo in testa?”.
Ma sì, dai, Ingroia è pagato da B. (e pazienza se in Lombardia Ingroia appoggia 
Ambrosoli mentre l’alleato Monti candida Albertini). Poi finalmente, a pag. 11, un 
luminoso esempio da seguire: Ottaviano Del Turco. Per chi non l’avesse ancora capito: 
nel paese governato da ladri, affaristi e mignotte, il problema è Ingroia. 
Invece di nominare Falcone invano, vada a rubare come tutti gli altri.

giovedì 31 gennaio 2013

Falconi e avvoltoi - Marco Travaglio

Conosco Antonio Ingroia da 15 anni e non l’ho mai sentito paragonarsi a Falcone o a 
Borsellino. Semplicemente gli ho sentito ricordare due dati storici: nel 1988, 
neomagistrato, fu “uditore” di Falcone; poi nell’89 andò a lavorare alla Procura 
di Marsala guidata da Borsellino, di cui fu uno degli allievi prediletti. Nemmeno l’altro 
giorno Ingroia s’è paragonato a Falcone. S’è limitato a ricordare un altro fatto storico: 
appena Falcone si avvicinò alla politica (e di parecchio), andando a lavorare al ministero 
della Giustizia retto da Martelli nel governo Andreotti, fu bersagliato da feroci attacchi, 
anche da parte di colleghi, molto simili a quelli hanno investito l’Ingroia politico. 
Dunque non si comprende (se non con l’emozione di un lutto mai rimarginato per la 
scomparsa di una persona molto cara) l’uscita di Ilda Boccassini che intima addirittura 
a Ingroia di “vergognarsi” perché avrebbe “paragonato la sua piccola figura di magistrato 
a quella di Falcone” distante da lui “milioni di anni luce”. Siccome Ingroia non s’è mai 
paragonato a Falcone, la Boccassini dovrebbe scusarsi con lui per gl’insulti che, oltre a 
interferire pesantemente nella campagna elettorale, si fondano su un dato falso. 
Ciascuno è libero di ritenere un magistrato migliore o peggiore di un altro, ma non di 
raccontare bugie. Specie se indossa la toga. E soprattutto se si rivolge a uno dei tre o 
quattro magistrati che in questi 20 anni più si sono battuti per scoprire chi uccise Falcone 
e Borsellino. Roberto Saviano tiene a ricordare che “Falcone non fece mai politica”: 
ma neppure questo è vero. Roberto è troppo giovane per sapere ciò che, in un’intervista 
per MicroMega, Maria Falcone mi confermò qualche anno fa: nel ' 91 suo fratello decise 
di usare il dissidio fra Craxi e Martelli per imprimere una svolta alla lotta alla mafia 
dall’interno del governo Andreotti, pur sapendo benissimo di quale sistema facevano o 
avevano fatto parte quei politici. Difficile immaginare una scelta più politica di quella. 
Ora però sarebbe il caso che tutti –politici, magistrati e giornalisti –siglassero una 
moratoria su Falcone e Borsellino, per evitare di tirarli ancora in ballo in campagna 
elettorale. Tutti, però: non solo qualcuno. Anche chi, l’estate scorsa, usò i due giudici 
morti per contrapporli ai vivi: cioè a Ingroia e Di Matteo, rei di avere partecipato alla 
festa del Fatto, mentre “Falcone e Borsellino parlavano solo con le sentenze”. 
Plateale menzogna, visto che entrambi furono protagonisti di centinaia di dibattiti 
pubblici, feste del Msi e dell’Unità, programmi tv, libri, articoli. Queste assurde 
polemiche dividono e disorientano il fronte della legalità, regalando munizioni a chi non 
chiede di meglio per sporchi interessi di bottega. Ma vien da domandarsi perché né la 
Boccassini né la Falcone aprirono bocca due anni fa, quando Alfano, ministro della 
Giustizia di Berlusconi, si appropriò di Falcone per attribuirgli financo la paternità della 
controriforma della giustizia. Né mai fiatarono ogni volta che politici collusi o ignavi 
sfilarono in passerella a Palermo negli anniversari delle stragi, salvo poi tradire la 
memoria dei due martiri trattando con la mafia, o tacendo sulle trattative, o depistando 
le indagini sulle trattative. Chissà poi dov’erano le alte e basse toghe che ora si stracciano 
le vesti per la candidatura di Ingroia quando entrarono in politica Violante, Ayala, 
Casson, Maritati, Mantovano, Nitto Palma, Cirami, Carrara, Finocchiaro, Carofiglio, 
Della Monica, Tenaglia, Ferranti, Caliendo, Centaro, Papa, Lo Moro, su su fino a 
Scalfaro. E dove spariscono quando si tratta di dedicare a Grasso le critiche riservate 
a Ingroia. Se poi Ingroia deve espiare la colpa di aver indagato su mafia e politica, di 
aver fatto condannare Contrada, Dell’Utri, Inzerillo, Gorgone e di aver mandato alla 
sbarra chi trattò con i boss che avevano appena assassinato Falcone e Borsellino, lo 
dicano. Così almeno è tutto più chiaro.

venerdì 30 novembre 2012

Lezioni di Mafia 1992 (Rai 2)


Caricato da MarkMatrix1079 in data 18/gen/2012
"Lezioni di Mafia" è stata una trasmissione andata in onda su Rai 2 nel giugno 1992, proprio a cavallo tra la strage di Capaci 23/051992 dove perse la vita Giovanni Falcone e quella di Via D'Amelio 19/07/1992 dove perse la vita Paolo Borsellino, io avevo 13 anni e ho fatto solo in tempo a registrare le prime 2 puntate, in me c'è ancora un vivo e triste ricordo, a Noi Tutti la Speranza di una Giustizia Vera, di uno Stato Autentico, di Istituzioni Libere e di Fraternità Tra i Popoli.......





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