Non c’è analisi politica o sentenza giudiziaria che descriva la nostra classe dirigente meglio di un detto napoletano: “Fa il fesso per non andare in guerra”. Si riferisce all’usanza di fingersi scemi alla visita di leva per essere riformati. Poi, naturalmente, capitava che qualcuno venisse riformato perché era scemo davvero. Ecco, noi non sappiamo quanti politici o imprenditori o manager o funzionari o alti ufficiali siano scemi e quanti fingano di esserlo. Ma prendiamo atto che molti, moltissimi, fanno di tutto per sembrarlo. E, va detto a loro onore, ci riescono benissimo. L’altra sera Angelino Alfano, nientemeno che segretario del Pdl, vicepremier e ministro dell’Interno, doveva essere davvero orgoglioso della sua performance davanti al Senato e poi alla Camera, quando leggeva solenne e ieratico il rapporto Pansa che gli faceva fare la figura del fesso, tra un “aperte virgolette”, un “chiuse le virgolette” e un “aperte e chiuse le virgolette all’interno del virgolettato”. Manco si rendeva conto di essere la parodia di Alberto Sordi che, nel film Il vedovo, ripassa con i complici il piano per far precipitare la moglie nella tromba dell’ascensore, nella quale alla fine sprofonderà lui (“Volta foglio! Proseguiamo: paragrafo 21, volta pagina! Alt!”). Ora c’è pure il Procaccini espiatorio che racconta: fu il ministro a chiedermi di incontrare l’ambasciatore kazako e, dopo, gli riferii le sue richieste. Ma il premier Nipote non sente ragioni: “Alfano è totalmente estraneo”, dunque resta al suon posto. In fondo è per questo che andiamo a votare: perché venga fuori una maggioranza che esprima un governo che nomini dei ministri che non sappiano una mazza di quel che avviene nel loro ministero. Totalmente estranei. Sono lì apposta: per non sapere nulla. Dunque Jolie è assolto – si dice in linguaggio penalistico – per totale incapacità di intendere e volere. Di solito, il passo successivo è il ricovero in un’apposita comunità di recupero. Ma pure il governo può andar bene. Lo stesso dicasi per i politici Prima e Seconda Repubblica, destra e sinistra, che fino all’altroieri han fatto affari con Ligresti: chi l’avrebbe mai detto che era un poco di buono. In fondo don Salvatore già vent’anni fa entrava e usciva dalle patrie galere. In fondo le sue aziende colavano a picco da anni mentre i compensi della famiglia lievitavano (nel 2008-2010, 9 milioni a Jonella più laurea honoris causa all’Università di Torino in Economia aziendale, e in cosa se no?; 10 a Gioacchino Paolo; 3,4 a Giulia; 8 al manager Talarico; 15 al manager Marchionni). Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe tornato al gabbio. Pareva una così brava persona. E Tronchetti Provera? Sono sei anni che tutti sanno dello spionaggio ordito dalla Security Telecom del fedelissimo Tavaroli nell’ufficio accanto al suo, e tutti a domandarsi: chissà mai se Tronchetti lo sapeva. Qualcuno si sbilanciò a ribattezzarlo Tronchetti Dov’Era. Poi ieri arriva una sentenza, di primo grado per carità: forse sapeva. In un paese decente si leverebbe un coro di giubilo (anche da lui): meno male, vuol dire che almeno era un buon capo. Invece no. La comunità finanziaria è sgomenta: ma come, un top manager che sa qualcosa di quanto accade nella sua azienda? Dove andremo a finire. Quel che è certo invece da ieri – in attesa delle motivazioni – è che il generale Mori era sì un grande detective antimafia. Però prima catturava un boss e non gli perquisiva il covo; poi l’altro boss non lo catturava proprio. Ma sempre in buona fede (il fatto non costituisce reato: cioè è vero, ma senza dolo). Mica voleva favorire la mafia: semmai lo Stato, ammesso e che ci sia qualche differenza. Anche lui agiva a sua insaputa, mirabile emblema di una classe dirigente al di sotto di ogni sospetto. Alla fine però chi fa il fesso è furbo. Il vero fesso – scriveva Giuseppe Prezzolini – “è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo”.
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giovedì 18 luglio 2013
sabato 13 luglio 2013
Mediaset Premier - Marco Travaglio - Il F.Q. 13/7/2013
Ingiustamente sputacchiati dalla piazza, i partiti sanno ancora regalarci momenti di autentica leggenda. Quelli del Pdl tremano al pensiero di essere guidati, dal 1° agosto, da un evasore fiscale che li riceve a casa sua e non può mettere piede in Parlamento. E non s’accorgono che è esattamente quel che accade da vent’anni.
Intanto il Pd, da quando ha deciso di liberarsi del complesso di B., va in mille pezzi a causa di un processo a B., mentre nel partito di B. non si muove foglia. Siccome poi i Democratici sono dei geni, lanciano la nuova campagna di tesseramento proprio nel giorno in cui i loro elettori vorrebbero impalarli per la chiusura delle Camere in segno di lutto nazionale per il processo a B. Col risultato di perdere anche i pochi tesserati superstiti e di prendersi pure carrettate di insulti via web. Specie da quando s’è scoperto che chi s’iscrive al Pd riceverà pure, come pena accessoria, l’abbonamento gratuito all’Unità: un accanimento davvero impietoso contro quella brava gente. Ma c’è qualcosa di ancor più comico dei due partiti: i giornali dei due partiti, anzi del partito unico Pdmenoellepiùelle. Sull’Unità, il direttore Sardo spiega che, siccome chi s’iscrive al Pd si abbona automaticamente all’Unità con la formula delle televendite con batteria di pentole antiaderenti
in omaggio, questa è la prova che “gli organi di partito non esistono più” e dunque l’Unità non lo è più (però i soldi pubblici come giornale di partito continua a prenderli). E, per elettrizzare vieppiù i lettori rimasti, Macaluso spiega: “Che il gruppo parlamentare Pdl abbia chiesto una sospensione della seduta della Camera per dare sfogo a sentimenti e risentimenti in un partito che si identifica in una persona che rischia di non poter più mettere piede in Parlamento, è comprensibile”. A questo punto, scavalcati a destra, gli house organ Pdl devono inventarsi qualcosa di più hard. E naturalmente ci riescono: dalla leccata al padrone passano a leccare i leccatori del padrone. Un cunnilingus al cubo. Sul Foglio, lunga slinguata a Sallusti: “Come sono diventato un Pitone” (nel senso di fidanzato della Pitonessa Santanchè). Affetto da encefalite letargica volontaria, il Sallusti fa di tutto per rimuovere la sua precedente vita di giornalista in un giornale vero, il Corriere. E si flagella per aver partecipato alla pubblicazione “dell’avviso di garanzia che fece cadere il primo governo Berlusconi” nel '94 (era un invito a comparire e non fece cadere nessun governo, rovesciato da
Bossi contro la riforma delle pensioni). S’è persino fatto l’idea che il Corriere sia “di sinistra” e “organo della Procura di Milano”, a sua volta in mano al “Pci” (che non esisteva più da 5 anni): ma “ero giovane, non avevo gli strumenti per capire” (aveva solo 37 anni: un bebè), mentre “Mieli capiva benissimo”. Ma ora “sono rinsavito”. Anche se non rinuncia ad attaccare brutalmente il Cainano, osando l’inosabile. Una volta, per dire, B. lo chiamò inferocito al Giornale: “Avete scritto che non so nuotare, è un’infamia, non è vero!”. Del resto basta leggerlo, il suo Giornale, per respirarvi subito una balsamica aria di libertà. Esempio: il commissario Zuzzurlo elogia un grande giornalista che l’altra sera a Ballarò “ha fatto un ragionamento” e, udite udite, “ha messo in fila i fatti” inchiodando Mieli alla terribile realtà: “Il Corriere è la voce delle Procure” (Ostellino, Battista, Galli della Loggia, Panebianco: tutti portavoce dei pm). E chi è l’eroe? Ma il Pitone, naturalmente: il direttore del commissario Zuzzurlo. In un’altra pagina tal Massimiliano Parente scrive: “Il Fatto Quotidiano è il Porno Quotidiano e Travaglio lo Schicchi del giornalismo. Per cui la Boccassini sarebbe una grandissima regista porno”. Lo portano via. Ps. Su Libero è partita la grande campagna per
graziare il Cainano: “Ci sta anche Letta: Napolitano gli ha prospettato la soluzione estrema per salvare il governo e il premier ha preso atto”. È l’ultima offerta speciale Mediaset Premier.
sabato 29 giugno 2013
Un ministro da cacciare - Marco Travaglio - Il F.Q. 29/06/2013.
Il governo Letta, in appena due mesi di vita, ha perso per strada prima il sottosegretario (Biancofiore) e poi il ministro (Idem) delle Pari Opportunità. La prima per una scemenza sui gay, la seconda per una serie di pasticci edilizi e fiscali. Ma non è detto che chi resta sia meglio di chi se n’è andato, anzi quando si sente parlare il ministro della Difesa Mario Mauro viene la nostalgia non solo della Idem, ma perfino della Biancofiore. E non solo per le fesserie che continua a dire sugli F-35 (“amare la pace significa armare la pace”). Ma soprattutto quando, non si sa bene a che titolo, parla di giustizia. L’altra sera l’ex berlusconiano ora montiano ma sempre ciellino era ospite di Porta a Porta, comodamente assiso accanto alle neoalleate Paola De Micheli (Pd) e Daniela Santanchè (Pdl: indichiamo i partiti di appartenenza perché ormai è impossibile distinguerli). Il tema erano i processi di B., di cui nessuno degli ospiti sapeva assolutamente nulla, dunque ne parlavano tutti, aiutati da servizi che parevano scritti da Ghedini (uno definiva “mostruoso” il risarcimento inflitto alla Fininvest per avere scippato la Mondadori e confondeva l’attuale valore in Borsa del gruppo di Segrate con quello di un’azienda che da 22 anni dà utili a chi la scippò al legittimo proprietario). Vespa, in pieno conflitto d’interessi in quanto autore Mondadori, sosteneva il suo editore col decisivo argomento che la sentenza sul Lodo – scritta del giudice Vittorio Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest – è regolare perché gli altri due giudici che non la scrissero non furono corrotti (Previti, si sa, ha il braccino corto e lascia sempre le cose a metà). Mauro la chiama “leale collaborazione fra poteri”: o la magistratura collabora insabbiando i reati dei politici, oppure restituiamo ai politici la licenza di delinquere. Altrimenti “facciamo del male al Paese e ogni cittadino, anche il più fragile, urla il suo sdegno perché non si sente certo nelle mani della nostra giustizia”. Senza contare che rischiamo “di non entrare in Europa”: non perché abbiamo il record europeo di corruzione, evasione e mafia, ma perché i magistrati perseguono politici corrotti, evasori e mafiosi. A quelle parole deliranti c’era magari da attendersi qualche pigolio della De Micheli (che però s’è appena sposata col paggetto Confalonieri a reggerle il velo). Invece niente, tant’è che Mauro e la Santanchè si felicitavano per la rocciosa “coesione della maggioranza sulla giustizia”. Mauro concludeva che “in questi anni la giustizia è stata spesso subordinata alla lotta politica”. Amen. Ora, che un vecchio sodale di galantuomini come B. e Formigoni la pensi così, è più che comprensibile. Ma, siccome rappresenta il governo, delle due l’una: o il premier Letta (Enrico) condivide i suoi deliri sul ritorno all’immunità, e allora dovrebbe confessare i patti occulti che ancora non ci ha detto; oppure non li condivide, e allora sarebbe cosa buona e giusta se prendesse il suo ministro e lo accompagnasse alla porta. Completavano il quadro il solito inutile vendoliano, tale Stefano, che vorrebbe “separare la vicende giudiziarie da quelle politiche” e Massimo Franco del Corriere , “sconcertato perché il risarcimento deciso dal tribunale è diverso da quello deciso in appello e da quello chiesto dal Pg della Cassazione e perché il Tribunale ha condannato B. nel caso Ruby a una pena superiore a quella chiesta dai pm” (a suo avviso i tre gradi di giudizio servono a fotocopiare tre volte le richieste dei pm, così poi i Franco accusano i magistrati di corporativismo e i giudici di appiattirsi sui pm e chiedono la separazione delle carriere). A quel punto toccava al cosiddetto ministro Mauro dare un po’ d’aria alla bocca: “Io non credo al racconto criminale della vita di eminenti uomini politici, da Andreotti a Berlusconi”. Cioè lui non riconosce le sentenze definitive che dichiarano Andreotti mafioso fino al 1980 e B. corruttore di giudici e testimoni, falsificatore di bilanci e frodatore fiscale, nonché falso testimone sulla P2 e finanziatore illegale di Craxi, capo di un’azienda che compra finanzieri e accumula fondi neri, né tantomeno a quelle provvisorie sulla Puttanopoli di Arcore. Poi passava direttamente alle bugie: “Mi chiedo perché tutte le vicende giudiziarie di B. sono nate nel 1994 dopo che entrò in politica”. Naturalmente non è vero niente, anzi è vero l’opposto: già processato per falsa testimonianza nel 1989 e salvato dall’amnistia, B. e il suo gruppo furono oggetto di indagini a Milano fin dal ’92 e proprio per scamparvi (oltreché per salvarsi dai debiti e dal fallimento) il Cavaliere entrò in politica nel ’94. Infine il ministro Mauro impartiva agli astanti un’imperdibile lezione di diritto costituzionale: “Se il problema è l’equilibrio dei poteri, tirar fuori questo Paese dal guado, discutere un diverso modello costituzionale, come possiamo pensare che sia privo di equilibrio sul tema giustizia?”. E per lui l’equilibrio fra i poteri si conquista con l’“immunità parlamentare”, che merita “un’appassionata difesa”: infatti ha scoperto che “i padri costituenti diedero la “totale indipendenza alla magistratura perché l’Italia usciva dal fascismo”, ma oggi bisogna “garantire anche la politica”, rendendola immune da indagini.
venerdì 24 maggio 2013
Nanucapione - Marco Travaglio - Il F.Q. - 23/05/2013.
La scena ricorda quelle dei film di Er Monnezza. Esterno notte, strada
buia alla periferia di Roma illuminata dai fuocherelli delle mignotte.
Ne arriva una nuova e viene subito
scacciata dalle veterane: “‘A bbella, qua ce stamo noi, questa è zona
nostra”. E la novizia deve sloggiare. È quel che sostengono anche i
servi di B. sparsi nel Pdl, nel Pd e sui giornali, impegnatissimi a
difendere la sua permanenza abusiva in Parlamento col decisivo argomento
che lui sta lì da vent’anni, non importa se illegalmente in base alla
legge 361 del 1957: quella è zona sua. È una nuova versione di quella
che in diritto si chiama “usucapione”: se uno s’impossessa di un bene
non suo, dopo vent’anni ne diventa proprietario. Ora, siccome dal ’94
centrodestra e centrosinistra si sono dati il cambio nel dichiararlo
eleggibile anche se non lo era, B. dopo vent’anni ha acquisito il seggio
per nanucapione. Michele Ainis, giurista, riconosce sul Corriere che in
effetti la legge “proibisce l’elezione dei titolari di concessioni
(come le frequenze tv) da parte dello Stato” e la ragione è “evidente
anche a un bambino: disinnescare i conflitti d’interesse”. Quindi B.
vende le tv o lascia il Senato? Eh no, troppo semplice: visto che dal
‘94 “ha prevalso un’interpretazione formale o formalistica” (i nuovi
sinonimi di “illegale”), può restare lì in eterno: “C’è un che
difanciullesco nella pretesa di riscrivere il passato usando la legge
come una macchina del tempo… Dicono i 5Stelle: su B. fin qui avete
sbagliato, perché mai perseverare nell’errore? Risposta: perché nel
diritto parlamentare ogni errore reiterato si trasforma in verità”.
Errare è umano, perseverare è legge. Solennissima corbelleria: da anni
le Camere immunizzano i propri membri dai processi per diffamazione con
la scusa dell’insindacabilità delle opinioni espresse dal parlamentare
nell’esercizio delle funzioni; ma non si contano le sentenze della
Consulta che ribaltano quei voti fuorilegge e autorizzano i giudici a
procedere. Ma per i giuristi alla Ainis il rispetto delle leggi
dello Stato non è un valore: è una bizzarra pretesa dei 5Stelle. I
quali, appena arrivati, sono ancora dei ragazzini. Ma si spera che
diventino presto uomini di mondo. Come diceva Giolitti, la legge per i
nemici si applica e per gli amici si interpreta. Anzi, si viola. Con
l’ulteriore complicazione che qui amici e nemici si son sempre messi
d’accordo per un piatto di lenticchie. Memorabile il titolo di
Repubblica sul Pd, che ancora due mesi fa giurava con Bersani, Zanda e
Migliavacca che avrebbe votato per l’ineleggibilità di B., e ora ha
cambiato idea (o più probabilmente mentiva due mesi fa): “La
rassegnazione dei democratici: ‘Impossibile far decadere Silvio’”. Ecco,
non è colpa loro, ma di misteriosi fattori esogeni: le avverse
condizioni metereologiche? Malèfici influssi extraterrestri? E par di
vederli i poveri democratici, incolpevoli di tutto, mentre guardano
“rassegnati” i democratici che corrono a salvare B. un’altra volta.
Violante detta la linea: “Per 3-4 volte abbiamo votato per
l’eleggibilità. Se non ci sono fatti nuovi non vedo perché dovremmo
cambiare questa scelta”. Lui è sempre a disposizione: quando B. chiama,
scatta in automatico il Pronto Intervento Violante. Dovrebbero dotarlo
di sirena e lampeggiante, per evitare che resti impigliato nel traffico e
arrivi in ritardo. Oppure, visto che Ghedini e Longo ultimamente
lasciano un po’ a desiderare, nominarlo avvocato difensore di B. ad
honorem. Anche perché ha già figliato una nidiata di violantini. Per
esempio Doris Lo Moro, che sarebbe pure un magistrato: “Quella del 1957 è
una norma evanescente perché il ‘57 è secoli fa”. Anche le leggi, come i
reati, cadono in prescrizione dopo un po’. Se la gentile signora Lo
Moro ci dice dopo quanti anni, è fatta. Il furto, per esempio, è punito
almeno da quando Mosè scese dal monte Sinai con le tavole della legge.
Millenni fa. Se anche il settimo comandamento è evanescente, ci
divertiamo.
martedì 21 maggio 2013
L’Epifania - Marco Travaglio - Il F.Q. - 21/05/2013
Domani la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera deve votare pro o contro
l’immunità-impunità
per B. in quattro processi, uno penale e tre civili, nati da
altrettante denunce presentate da persone da lui infangate nella scorsa
legislatura, quand’era ancora deputato. E la prossima settimana si
riunirà finalmente la giunta per le elezioni del Senato per decidere
sulla eleggibilità o meno di decine di neosenatori sui quali gravano
diversi profili di incompatibilità, fra cui B., titolare con Mediaset
delle concessioni televisive pubbliche e dunque ineleggibile in base
alla legge 361/1957. In tutte le votazioni il Pd è decisivo: alla
Camera, perché con Sel ha la maggioranza assoluta grazie al
premio-Porcellum; al Senato, perché è il gruppo più rappresentato e, pur
non arrivando alla maggioranza, può ampiamente superarla con i 5Stelle,
che han già annunciato il loro voto per l’ineleggibilità di B. Dunque,
entro una decina di giorni, se il Pd farà ciò che si aspettano i suoi
elettori, il Parlamento darà il via libera ad altri quattro processi a
B. e lo caccerà dal Parlamento dove siede abusivamente da vent’anni. Non
si tratta di atti ostili o eversivi, ma semplicemente di applicare le
leggi dello Stato: l’insindacabilità parlamentare vale per i voti dati e
le opinioni espresse nell’esercizio delle funzioni, non per gli insulti
e le diffamazioni sparsi in giro per l’Italia (la Consulta l’ha
stabilito un’infinità di volte); e l’ineleggibilità non è un’opinione,
ma una condizione oggettiva fissata da una legge di 56 anni fa, quando
B. andava all’università (e studiava legge!). Eppure si apprende dai
giornali che, nell’un caso e nell’altro, il Pd potrebbe votare a favore
di B. e contro la legge. Urge un chiarimento netto dal neosegretario
Epifani, ma anche dal premier Letta a proposito degli “accordi di
governo” evocati a ogni pie’ sospinto dal Pdl e ignoti agli elettori.
Sarebbe ben strano se vi fossero comprese questioni di legalità e
democrazia, di esclusiva competenza parlamentare. Ma se qualcuno,
confondendo i ruoli, ha preso impegni in tal senso farebbe bene a
mettere tutte le carte in tavola. Onde evitare che gli elettori ne
scoprano via via una al giorno: oggi l’impegno a votare l’imputato
Formigoni a presidente della commissione Agricoltura; ora la promessa di
mandare Nitto Palma al vertice della commissione Giustizia (con la
furbata di chiedere a Monti di votarlo insieme al Pdl, per potersi
astenere e fingere dinanzi agli elettori di aver fatto di tutto per
impedirlo). Il Pd ha promesso a B. di bloccare i suoi processi per
diffamazione e le sue cause civili per danni? Il Pd ha promesso di
dichiararlo eleggibile anche se tutti sanno e dicono (D’Alema, Bersani,
Zanda e Migliavacca) che non lo è? Se sì, lo dica e spieghi perché. Gli
elettori se ne faranno una ragione e decideranno di conseguenza alle
prossime elezioni. Ciò che è intollerabile è il balletto delle bugie e
delle ipocrisie. Zanda che ribadisce l’ineleggibilità di B., ma “a
titolo personale” (è capogruppo al Senato!), anche perché “io in giunta
non ci sono”. Il tartufo Fioroni che filosofeggia: “L’ineleggibilità non
è nel programma approvato dalle Camere” (già: da quelle Camere formate
anche da eletti ineleggibili, visto che la giunta per le elezioni è
bloccata da tre mesi; e poi che c’entra il governo col voto del
Parlamento sulla legalità della sua composizione?). Il direttore
dell’Unità Claudio Sardo che scrive, restando serio: “Restiamo convinti
che la legge 361/1957 escluda l’eleggibilità del proprietario di
un’azienda concessionaria dello Stato. Ma è evidente che una maggioranza
politica non potrebbe oggi, senza esercitare violenza ai danni di tanti
elettori, ribaltare il giudizio già espresso in sei legislature
consecutive”. Come dire che, siccome un serial killer ha ucciso sei
persone e l’ha fatta franca, se ne ammazza una settima non si può
arrestarlo: sarebbe una violenza ai danni dei suoi complici.
martedì 14 maggio 2013
Bugiardo sincero e disonesto onesto - Marco Travaglio
L'espresso - 10/5/2013
Montanelli lo definiva «un bugiardo sincero», ma solo nel senso che «mente così bene da finire col credere alle sue stesse bugie». Ora Berlusconi rischia di diventare un bugiardo sincero anche nel senso che le sue menzogne riesce persino a realizzarle. Non è un paradosso, è peggio. In campagna elettorale molti, lui compreso, sapevano benissimo che la sua promessa di abolire l’Imu per il futuro e di restituire quella già pagata era totalmente assurda: sia perché manca la copertura finanziaria, sia perché la tassa sulla casa, almeno per i redditi medio-alti, è un’equa patrimoniale, un buon inizio di federalismo fi scale e un ottimo antidoto all’evasione di massa (i fabbricati sono l’unico bene impossibile da nascondere). Ma su quella promessa il Caimano ha costruito la sua piccola rimonta alle elezioni (il grosso, com’è noto, l’ha fatto la decrescita infelice del centrosinistra). E su quella promessa costruisce la sua prossima campagna elettorale, dove il politico più bugiardo di tutti i tempi si presenterà come un uomo di parola, mentre gli altri faranno la figura dei bugiardi voltagabbana (a parte Grillo, fin troppo ligio agli impegni elettorali). Monti s’era impegnato a non candidarsi e s’è candidato. Napolitano aveva giurato di non farsi rieleggere e s’è fatto rieleggere. Il Pd aveva strillato “mai con Berlusconi” e poi con Berlusconi s’è accordato sul Quirinale e sul governo. Invece il Cavaliere, sapendo di perdere, aveva chiesto la grande coalizione col Pd e l’abrogazione dell’Imu: ha ottenuto la prima e otterrà almeno in parte la seconda. E se l’otterrà solo in parte, potrà usare la vittoria mutilata come pretesto per rovesciare il governo contro la solita “sinistra delle tasse”: cioè senza pagare pegno, anzi lucrando voti. Intanto il governo Letta si sarà tarpato le alucce, sperperando miliardi inutili per inseguire le mattane del Caimano e precludendosi la possibilità di alleggerire il peso del fi sco in settori ben più cruciali (tipo il lavoro). Così l’inciucio si rivela ancora una volta - come sempre, in questi vent’anni - asimmetrico e sbilanciato pro Berlusconi. Lui ci guadagna, gli altri ci rimettono. Nel “do ut des”, il “do” del Pd al Pdl si vede benissimo, mentre si stenta ad afferrare l’“ut des” del Pdl al Pd. In attesa di stabilire se il Cavaliere sia il politico più abile del ventennio o il leader del centrosinistra più stupido (o ricattabile) del millennio, nessuno considera l’abissale differenza dei due elettorati. Quello del Pdl, almeno nel suo zoccolo duro, è uguale al suo signore e padrone e lo segue ciecamente ovunque vada: sia se va alla guerra contro il centrosinistra, sia se ci va al governo. Quello del Pd è molto meglio dei suoi dirigenti e, quando se ne sente tradito, cioè quasi sempre, reagisce. Perciò ora il Pdl, che aveva straperso le elezioni, arrivando terzo dietro Pd e M5S e smarrendo per strada 6,5 milioni di elettori, cresce nei sondaggi. Il Pd, che di voti ne aveva persi la metà ed era arrivato primo, è in caduta libera. Eppure si è pappato le prime quattro cariche dello Stato e al Pdl ha lasciato le poltrone di vicepremier e ministro dell’Interno per l’imbarazzante Alfano e un pugno di dicasteri. Il che consentirà a Berlusconi di presentarsi, quando vorrà, agli elettori travestito da statista che non bada alle cadreghe. E nessuno (almeno si spera) oserà più contestargli il con flitto d’interessi, visto che se c’è una certezza in questa legislatura è che una legge in materia il Pd non oserà neanche proporla, né tantomeno votare per l’ineleggibilità dell’ineleggibile. Poi c’è la ciliegina sulla torta. Nel governo il Pdl non ha infi lato neppure un indagato, mentre il Pd ha piazzato due imputati: Filippo Bubbico, rinviato a giudizio per abuso d’uffi cio, e Vincenzo De Luca, che vanta tre processi in corso (truffa e falso peculato; associazione a delinquere e concussione), una condanna poi prescritta per reati contro l’ambiente e un’indagine per falso ideologico e abuso d’uffi cio. Così, quando torneremo a votare, il Pd non potrà più nominare la questione morale: anche quella gliela scipperà Berlusconi. Bugiardo sincero e disonesto onesto, per grazia ricevuta.
lunedì 13 maggio 2013
Pronto Intervento Vaselina - Marco Travaglio - Il F.Q. 13/05/2013
Ieri il Pronto Intervento Vaselina (PIV) ha avuto il suo daffare per sminuire,
minimizzare, indorare,edulcorare, sopire e troncare le scene eversive
di sabato a Brescia, dove un noto delinquente condannato a 4 anni per
frode fiscale, che è anche il leader del secondo partito di governo, ha
arringato una piccola folla di fan esagitati minacciando la magistratura
sotto gli occhi estasiati del vicepresidente del Consiglio nonché
ministro dell’Interno, del ministro delle Riforme istituzionali e del
ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Scene che anche in Mozambico
avrebbero provocato, nell’ordine: l’intervento del capo dello Stato e del
presidente del Consiglio, con immediata revoca delle deleghe ai tre
gaglioffi e caduta del governo. Anche perchè la libera stampa non
avrebbero dato tregua al premier, per sapere se condivida il gesto dei
tre ministri e soprattutto se davvero si sia impegnato con B. a
“riformare” la Giustizia e la Consulta come indicato, anzi intimato da
B. Fortuna che in Italia, salvo rare eccezioni, la libera stampa non
c’è. Ecco dunque all’opera le truppe scelte dei salivatori, vaselinisti,
pompieri e anestesisti, addestrati a ingoiare e a far ingoiare
qualunque rospo o pantegana, per convincere gli italiani che sabato a
Brescia, in fondo, non è successo niente. Anzi, i contestatori devono
scusarsi molto col Pdl per i fischi divisivi e gli slogan eversivi.
Polito Lindo. Il quotidiano più ardito e marziale, nel descrivere la
maschia prestazione di B., non è il Giornale di Sallusti (che si
accontenta di un fiacco “Berlusconi: io resto qui”). Ma il Corriere
della sera, che titola senz’alcuna virgoletta: “Berlusconi: non mi
fermeranno”. Così qualcuno penserà che i giudici impegnati nei processi
Mediaset e Ruby intendano “fermarlo”. Il virilissimo titolo è compensato
da un editoriale del noto emolliente Antonio Polito, che riesce a
scrivere restando serio: “Il discorso di Berlusconi è di forte sostegno
al governo, nonostante la sentenza” Mediaset. Il titolo è già tutto un
programma: “Il pagliaio”. La tesi è che purtroppo la politica italiana è
minacciata dal rischio di “altri fuochi”, a causa della troppa “paglia
lasciata in eredità dalla seconda Repubblica”. Per cui a mettere a
repentaglio le istituzioni non sono gli attacchi eversivi di B. al terzo
potere dello Stato, ma fenomeni di autocombustione che, “da entrambe le
parti”, potrebbero riattizzare l’incendio. Del resto, spiega Polito
Lindo, “è un diritto del Pdl quello di sventolare le sue bandiere, anche
sulla giustizia”:che sarà mai. Ciò che “è inquietante e non
tollerabile”, piuttosto, è “la riapparizione nelle piazze di gruppi di
facinorosi” che osano contestare l’eversore che insulta la magistratura e
non ne riconosce le sentenze (ma solo quelle a lui sfavorevoli).
L’unico “errore” di B. è stato quello di “pretendere” che alla sua
gazzarra “fosse presente anche Alfano”. Ma per fortuna l’“Alfano e i
ministri presenti se ne sono dimostrati consapevoli, andando sì ma senza
mettersi troppo in mostra”. Ecco, sono andati a Brescia, ma quasi di
nascosto, dunque meritano un encomio solenne per il loro “salutare
autocontrollo”. Evidentemente Polito el Drito si aspettava che facessero
anche un salto a Milano per orinare sul portone del Tribunale, invece
se ne sono sobriamente astenuti, il che fa ben sperare per la tenuta del
governo, che “è sempre bene ricordare che è l’unico che abbiamo” (di
solito di governi ne abbiamo due o tre insieme: stavolta, invece, uno
solo). Vaselina severgnina. Molto utile, per spegnere i fuochi nel
pagliaio, anche lo scoop di Beppe Severgnini che intervista il direttore
della Polizia Postale che gli annuncia in esclusiva mondiale
l’imminente nascita di “un nuovo portale web della Polizia con finestre
di dialogo, compresi i social network”. Strumento decisivo per stroncare
sul nascere la minaccia della “violenza digitale” che “annuncia quella
fisica”. Strepitosa l’ultima domanda: “Una cosa che la rende
orgoglioso?”. E pure l’ultima risposta: “La soddisfazione di aver mosso i
primi passi per la creazione di reti di cooperazione tra organismi che
contrastano il cyber crime in tutto il mondo”. Con scappellamento a
destra. È stato un caso. La Stampa ha meditato molto sulle parole per
non dire quel che è accaduto a Brescia, poi ha optato per uno splendido
“Pdl in piazza, un caso nel governo”. Così il lettore distratto può
pensare a una casualità fortuita: per pura combinazione, senza mettersi
d’accordo prima, B. e i suoi ministri si sono ritrovati nello stesso
giorno alla stessa ora nella stessa piazza di Brescia. Guarda un po’,
alle volte, i casi della vita. Nel puntuto editoriale, Marcello Sorgi
spiega che il problema non è quel che B. ha detto dei magistrati, ma che
le sue parole possano “indebolire l’equilibrio del governo” e
soprattutto il fatto che “a dettare la linea sono ancora le frange
estreme dei due schieramenti, contrarie a qualsiasi tregua o
pacificazione orientate a riprendere appena possibile la guerra civile
degli ultimi vent’anni”. Naturalmente Sorgi non spiega quale guerra
civile si sia combattuta negli ultimi vent’anni, ma soprattutto quale
“frangia estrema” del Pd (ormai estinto, e dunque sprovvisto di parola)
sia paragonabile allo stato maggiore del Pdl, tutto in piazza a Brescia.
Struggente l’esortazione finale a B. perchè “lasci al suo posto il
ministro dell’Interno, senza coinvolgerlo nell’ennesima battaglia sulla
giustizia”: Alfano ne risulta come un ficus, una pianta grassa che viene
spostata da un luogo all’altro dal padrone di casa a seconda di dove
batte il sole. Villa Arzilla. Fiacco nel titolo di apertura, il Giornale
di Sallusti si riscatta nelle cronache grazie alla vivacità di Gabriele
Villa, già responsabile delle pagine del golf, poi promosso alla
cronaca dopo l’ottima prova fornita nel caso Boffo. Con uno scoop degno
di miglior evidenza, il Villa rivela che prima del comizio, “proprio
sotto il palco”, s’è svolta “una lunga, drammatica, estenuante
trattativa tra gli uomini della scorta, le forze dell’ordine e lui,
Silvio Berlusconi. Visto “il rischio altissimo di un attentato”, quelli
“si sfozano in tutti i modi di convincere il cavaliere a indossare il
giubbotto antiproiettile”, ma lui niente: “come sempre, non cede. Non si
cura delle preoccupazioni”. E impavido “attacca a parlare, senza
indugi, senza tentennamenti. Come sempre”. Nessuno sparo, per fortuna, a
parte le cazzate sparate da lui medesimo. Alla fine però “la commozione
per l’accoglienza e l’entusiasmo della folla prende il sopravvento”. E i
suoi – rivela il Villa – “lo vedono sbiancare in volto. Ma
fortunatamente è solo un calo di zuccheri. Il Cavaliere è pronto a
rimontare in sella per nuove avventure”. Slurp. Un po’ statista un po’
no. “Lo statista Berlusconi veste da eversore”, titola l’Unità. Il
giornale di Letta e di governo va capito: deve contemporaneamente
sostenere il governo Berlusconi-Letta e fingere di attaccare Berlusconi
per non perdere anche gli ultimi lettori. Dunque si produce in
equilibrismi mai visti neppure al circo Togni. Sentite Claudio Sardo, il
pensoso direttore affetto da inguaribile sindrome bipolare: “Di fronte a
noi c’è il Berlusconi centauro. Per metà responsabile, per metà
eversore. Un giorno veste i panni da statista, l’altro giorno esprime
violenza istituzionale”. Ecco, resta da capire quando mai, nella sua
vita, B. sia stato “statista” o “responsabile”. Ma Sardo lo vede così,
forse in sogno. A questo punto un eventuale lettore, letto il titolo
dell’editoriale (“Il punto di ripartenza”), si domanda: e allora, che si
fa? Si continua a governare con quel tipaccio, eversore e violento? La
risposta purtroppo non arriva. C’è invece un esilarante accenno alla “tenaglia Berlusconi-Grillo”. Ma certo, dimenticavamo: il Pd governa con
B., Letta non dice una parola contro la marcia su Brescia, e la colpa
di chi è? Dei 5Stelle, che vanno in piazza a contestare B. e vogliono
sbatterlo fuori dal Parlamento. Che sia l’ultima volta. Anche Eugenio
Scalfari ha le visioni: “Letta, parlando nella mattinata di ieri
all’assemblea del Pd, aveva già manifestato il suo dissenso sulla
presenza di ministri del suo governo all’iniziativa di Berlusconi”.
Purtroppo quel fatto non è mai avvenuto: sia perchè l’“iniziativa di
Berlusconi” (quanto soave pudore in quest’espressione!) si è svolta dopo
le 18 e Letta ha parlato appunto “in mattinata”; sia perchè Letta non
ha detto un monosillabo contro la marcia di Alfano, Lupi e Quagliariello
su Brescia. Poi però Scalfari gliele canta chiare al governo:
“Segnaliamo la necessità assoluta che mai più si ripetano fatti
analoghi… Sarebbe intollerabile che questo ‘vulnus’ si ripetesse”. Per
non trarre le conclusioni e non dire che non si può stare al governo con
chi va in piazza contro la magistratura, Scalfari fa come i pretini da
oratorio con i ragazzini che vanno a confessare una pugnetta: “Vabbè, ti
assolvo, ma non farlo più”. Ecco: una volta passi, purchè sia l’unica
(peccato che la stessa scena sia già accaduta un mese fa, per giunta
davanti al Tribunale di Milano). Nemmeno una parola sul dettagliato
programma contro la giustizia enunciato per un’ora dal Cainano sul palco
di Brescia: Scalfari non l’ha sentito o, se l’ha sentito, preferisce
sorvolare, se no poi la gente capisce che la piazzata dell’altroieri non
è una fiammata solitaria, ma è solo l’antipasto di un’offensiva appena
cominciata che nei prossimi mesi ci porterà fin dentro il finale de “Il
Caimano”. Mirabile la chiusa scalfariana: “Il presidente Letta
intervenga ancora (sic, ndr) con la massima ed esplicita chiarezza
(ri-sic, ndr). Un aut aut è indispensabile se il governo vuole
continuare a esistere con l’appoggio del Pd e della pubblica opinione
democratica”. Chissà dove l’ha vista, Scalfari, tutta questa “pubblica
opinione democratica” entusiasta per l’inciucio. Forse in un’altra
visione. Ora si attende il terribile aut aut del tonitruante Letta per
mettere in riga i tre ministri: pare che li abbia già severamente
strapazzati stanotte, portandoli in camera sua sul letto a castello
nell’abbazia di Spineto, per fare spogliatoio. Ucci ucci Sabbatucci. I
migliori elementi del Pronto Intervento Vaselina li schiera il
Messaggero. Anche per Giovanni Sabbatucci il guaio non è il fatto del
giorno, cioè l’ennesimo bombardamento berlusconiano contro magistrati e
Consulta, ma il fatto che le sue parole “complicano al vita al governo e
fanno montare l’insofferenza non solo dei gruppi radicale e
pentastellati, ma anche di un bel pezzo del popolo della sinistra,
nell’editoriale, A pagina 2, come spesso si usa fare in nome del
pluralismo, ecco due interviste contrapposte sui fatti di Brescia: una
pro e l’altra invece pro. “Lupi: una bella manifestazione, le identità
non vanno temute”. “Caldoro: non sono andato ma l’uso politico delle
toghe c’è”. È la nuova par condicio della pompa, il neo-contraddittorio
della saliva. Meraviglioso il retroscena a pagina 3: “La moral suasion
del Colle: scontro frontale disinnescato”. Uno scoop mica da ridere,
purtroppo senz’alcun riscontro fattuale, ma con molti riferimenti
medianici e telepatici: “vero – similmente Napolitano avrebbe preferito
che la manifestazione di Brescia fosse evitata”. Il Colle non ha mai
detto nulla in proposito, ma “vero – similmente“ l’ha pensato, dunque è
senz’altro così. In ogni caso, grazie alla fantomatica “moral suasion
del Quirinale” (che però oppone il “no comment”), “il peggio è stato
evitato, anche perchè il Pdl non ha esasperato i toni oltre misura”.E
chissà qual è l’unità di misura dei toni esasperati e del peggio per i
ventriloqui napolitani, se dire – come ha fatto B. – che i magistrati lo
odiano ed emettono sentenze politiche per eliminarlo e che la Consulta è
al servizio della sinistra è sintomo di “toni non esasperati”, anzi di
un “peggio evitato”. Evidentemente il Pronto Intervento Vaselina si
attendeva che B. e i suoi tre ministri sganciassero l’atomica sul
Tribunale di Milano o lo bombardassero col napalm o vi sbarcassero con
truppe aviotrasportate. In fondo, ci è andata di culo.
Andreotti, potere e misteri/4. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia
Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All'interno, la conferma dell'esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l'ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso.
MORO E DALLA CHIESA – Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti. Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta (Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra. Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani ( definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso.
Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro.
SENATORE A VITA - Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxiintanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta. L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segretotra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista. Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialistaClaudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia.
MA I BOSS NON STANNO A GUARDARE – Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza“fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.
(4/4 fine)
Caso Ruby: Berlusconi non risponde in tribunale, ma sulla tv di famiglia
Un capo democristiano, un leader della Prima Repubblica, si sarebbe ritirato con vergogna, avrebbe opposto dei “non ricordo”, o avrebbe risposto imbarazzato con la bavetta alle labbra. Lui no. Silvio Berlusconi riesce a ribattere punto su punto, sorridente, alla faccia del pudore e del buonsenso. Ha già constatato che funziona, gli italiani (anche se sempre meno) gli credono. Così continua. Anche sulla storia imbarazzante di ragazze minorenni che passano le notti ad Arcore. La migliore difesa è l’attacco e allora Silvio si fa confezionare dai volonterosi funzionari della sua Mediaset un programma in prima serata, messo in onda poche ore prima che Ilda Boccassinichieda la la sua condanna per concussione e prostituzione minorile. Racconta la sua versione, risponde alle accuse dei magistrati, valorizza le testimonianze favorevoli, rende incredibili quelle contrarie. Esibisce trasparenza, mostrando la sala da pranzo e la tavernetta del bunga-bunga.
Per la prima volta vengono mostrate le stanze della villa di Arcore. Quella della cena e quella del dopocena, nella tavernetta. Nei primi quaranta minuti d’inchiesta, dopo aver mostrate le immagini della manifestazioni di Brescia, si passano in rassegna molte testimoni delle “cene eleganti”. Tutte negano approcci sessuali. Confermano, invece, la cordialità degli incontri. L’innocenza anche. Solo cinque, annota l’inchiesta, raccontano altro. Ovvero il cosidetto bunga bunga. Ma non vengono fatti i nomi, né mostrati i loro volti. Si cita il caso di Ambra Battilana. Ma solo per dire, subito dopo, di una lettera che la stessa Battilana invia al Cavaliere. Ne parla Maria Rosaria Rossi, all’epoca assistente personale di Berlusconi. E lo fa per dire che in quella missiva la ragazza ringrazia l’ex presidente del Consiglio e addirittura gli chiede un lavoro. Peccato che in tutto questo, manchi un particolare che il reportage di Mediaset omette. Tutte le ragazze all’epoca e ancora oggi vengono pagate da Silvio Berlusconi. Dato emerso dal cosidetto processo Ruby bis che vede imputati per favoreggiamento della prostituzione minorile l’ex consigliera regionale Nicole Minetti, Emilio Fede, Lele Mora. Di più: nella prima ora d’inchiesta non si dice che molto spesso le ragazze dormivano ad Arcore. La conferma del pagamento arriva dopo un’ora e mezza, per bocca dell’avvocato Ghedini.
Dopodiché mancano completamente le intercettazioni. Quelle più inquietanti e quelle che svelano in presa diretta come realmente andavano le cose. Manca, ad esempio, la telefonata di Ruby che racconta tutta la vicenda. “Silvio – dice – è preoccupatissimo, mi dice di fare la pazza”. E ancora: “Avrò i soldi, la fama. Ma di che cazzo devo avere paura” .
Insomma: come non credere a quest’uomo? Nessun contraddittorio vero, nessun faccia a faccia con chi la storia la conosce davvero. La storia è un giallo addomesticato, con l’assassino (la magistrata rossa) svelato alla prima pagina. Alle domande più facili non risponde, anzi, non se le fa proprio fare. Per esempio: come mai passava sere e sere, compulsivamente, con decine di ragazze, alcune minorenni, alcune dal mestiere incerto? Come mai queste raccontavano al telefono di guerre tra loro per passare l’intera notte ad Arcore, dopo la “selezione” porno-soft del bunga-bunga, con l’obiettivo di avere soldi, più soldi, sempre soldi? Molti testimoni smentiscono: dicono sotto giuramento che erano solo “cene eleganti“. Peccato però che siano tutti a libro paga del signore di Arcore: ragazze, veline, subrettine, camerieri, pianisti, cantanti…
I pochi non pagati raccontano la squallida lascivia di un vecchio ricco e potente che trasforma la dimora del presidente del Consiglio in una succursale di serie B del Bagaglino e che, generoso, paga, paga, paga. “Più troie saremo, più bene ci vorrà“, cinguettavano al telefono: “Quel culo flaccido”. Perfino i suoi amici erano costernati: “Ha ragione Veronica, è proprio malato, continua con le feste come prima, invece di pensare ai problemi del paese”, dicevano al telefono Flavio Briatore e Daniela Santanchè. Sull’accusa più grave (la concussione), i volonterosi funzionari della disinformazione hanno vita perfino più facile: valorizzano le dichiarazioni dei funzionari vittime delle pressioni, nella notte in cui furono indotti a rilasciare una ragazza minorenne, senza documenti, in fuga da una comunità (è onestamente difficile ammettere di aver ceduto alle ripetute telefonate del capo del governo). E mettono invece la sordina sulle incontrovertibili dichiarazioni della magistrata che quella notte disse: “Sia tenuta in questura”, e stop.
Di fronte a un’evidenza così chiara e solare sui fatti neri delle notti di Arcore, chiunque si sarebbe arreso. Lui no. Ha mezzi che altri non hanno – soldi, tv – e soprattutto interlocutori, a destra e a sinistra, incredibilmente pronti a credergli o ad affidargli comunque le chiavi del partito, del governo, della nazione. Perché dunque non ne dovrebbe approfittare?
domenica 12 maggio 2013
La voce del ladrone - Marco Travaglio - Il F.Q. 12/05/2013
Bella l’idea del pellegrinaggio nella sua Medjugorje privata, Brescia, dove da vent’anni sogna di traslocare i processi da Milano. Purtroppo per lui, anziché dai giudici amici, il Cainano ha trovato ad accoglierlo migliaia di contestatori col dito medio alzato, cori “In galera” e cartelli con scritto “Hai le orge contate”. Il pretesto della scampagnata era sostenere un tal Adriano Paroli, il solito ciellino candidato a sindaco. Il quale, a cose fatte, è salito sul palco affiancato – per peggiorare la sua già penosa condizione – dalla Gelmini. E si è scusato di esistere: “Non era previsto un mio saluto…”. Intanto il Popolo delle Libertà – qualche migliaio di poveretti – sfollava rapidamente la piazza, come alla fine dei concerti quando arrivano gli elettricisti e i facchini a portar via gli strumenti. Il meglio era accaduto prima, quando l’anziano delinquente (parola del Tribunale e della Corte d’appello), aveva intrattenuto i complici sull’imprescindibile tema dei cazzi suoi.Raramente s’erano viste scene più paradossali (a parte il silenzio di Pd, Letta e Napolitano, troppo impegnati contro i 5Stelle per accorgersi di quanto accade a Brescia). Un vecchietto di 77 anni coi capelli bicolori – gialli sulla calotta asfaltata, neri ai lati –, gli occhi che non si aprono più, la dentiera che fischia e una preoccupante emiparesi al labbro superiore, annuncia un piano ventennale per salvare l’Italia da lui governata per 10 anni su 12 (un premier con qualche potere in più di Mussolini, un Parlamento ridotto a bivacco di manipoli, una Consulta e una Giustizia a sua immagine e somiglianza). Un monumentale evasore promette a quelli che pagano le tasse al posto suo di ridurgliele, dopo averle votate (così come Equitalia). Il politico più ricco del mondo lacrima il suo “struggimento per chi ha perso il lavoro” a causa dei suoi governi. Un imputato recidivo che da vent’anni si trincera dietro l’immunità e le leggi ad personam suam per non farsi processare, si paragona a Tortora che rinunciò all’immunità per farsi processare. Il leader del terzo partito dà ordini al primo, da vero padrone del governo Letta (“ci ho lavorato a lungo, l’ho voluto io, è un fatto storico, epocale”). E quando gli iloti sotto il palco urlano “chi non salta comunista è”, ridacchia: “Io non posso saltare perché coi comunisti ci governo insieme!”. Il vicepremier e ministro dell’Interno Alfano, col ministro Lupi, noti moderati non divisivi e fautori della pacificazione, sfilano contro un altro potere dello Stato. Molto applaudite le parole dello spirito di mamma Rosa: “Mi diceva che sono troppo buono per far politica: da bambino mi impediva di legarmi campanelli alle caviglie per avvertire le formichine del mio passaggio e non schiacciarle”. Due sole volte il Cainano perde il buonumore. Quando evoca Grillo, la mascella si contrae, gli occhi a fessura saettano, la gente tumultua. Quando cita “gli eventi drammatici di questi giorni” si pensa alle donne uccise o sfigurate con l’acido, ai morti di Genova, alla guerra in Siria. Invece lui parla della sua condanna, “me lo chiedono tutti”. Segue la solita sbobba piduista sulla responsabilità civile dei giudici (che c’è già dal 1988), la separazione delle carriere, i pm ridotti ad “avvocati dell’accusa che vanno dai giudici col cappello in mano” (come Previti quando andava da Squillante col cappello pieno di banconote), le intercettazioni (non gli piacciono, a parte quella Consorte-Fassino), la carcerazione preventiva (non si arresta uno prima del processo: se scappa o delinque ancora, tanto meglio). Poi viene finalmente al punto: “Le carceri sono un inferno”. Lo sanno bene i suoi guardagingilli Castelli, Alfano e Palma, che le hanno ridotte così. Prossima mossa: una bella amnistia. Così escono un po’ di delinquenti e soprattutto non ne entrano altri, tipo lui. Ma questo non lo dice, non è ancora il momento: “Mi fermo qui, sono sopraffatto dalla commozione”. Appena pensa alla sua cella, gli vien da piangere.
sabato 11 maggio 2013
Andreotti, potere e misteri/3. Le carte della P2 e la guerra fredda con Craxi
Tra i documenti sequestrati a Castiglion Fibocchi i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato a Gelli. In quel periodo, i rapporti con Craxi erano pessimi: il leader socialista ce l’aveva con il numero uno Dc per l’affare Eni-Petromin Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti sequestrati, sanno tutto del retroscena: una tangente da 100 miliardi
I SOLDI DELL’ENI – Il 17 marzo del 1981, nell’ambito dell’inchiesta Sindona, i magistrati milanesi Turone e Colombo ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli. Scoprono così gli elenchi della loggia P2. Elenchi (962 persone) incompleti, come accerterà la commissione d’inchiesta, Sono presenti ministri, alti ufficiali dell’esercito e della Guardia di Finanza, dei carabinieri. 10 parlamentari della Dc, i dirigenti dei servizi segreti dell’epoca, giornalisti e editori che riescono a condizionare nelle scelte anche una testata prestigiosa come quella del Corriere della Sera. Definita “un’associazione per delinquere dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, la loggia Propaganda 2 di Licio Gelli era più verosimilmente un’associazione segreta che si riproponeva di gestire in maniera occulta interi settori della vita economico-politica italiana. I suoi appartenenti erano tutti accomunati dalla fedeltà all’alleato americano e, molti di loro, nel nome dell’anticomunismo e del tornaconto personale utilizzavano la loggia per condurre affari illeciti di ogni tipo. Della loggia in Italia i giornali avevano cominciato a parlare a partire dal ’74. Nel ’76, in occasione delle indagini sull’omicidio del giudice Occorsio, gli articoli su quotidiani e settimanali si erano moltiplicati. In parlamento tra il ‘76 e il ‘77 erano anche state presentate una serie d’interpellanze. Marco Pannella, nel ‘77, aveva rivolto un’interrogazione direttamente a Andreotti per sapere se il 15 dicembre avesse ricevuto Gelli a palazzo Chigi e se avesse avuto con lui un colloquio durato ore nella sede dell’ambasciata argentina. Nonostante ciò Andreotti ha sempre sostenuto di aver scoperto la P2 solo in seguito alla caduta del governo da lui presieduto nel 1979. Davanti alla commissione Anselmi ha detto di aver conosciuto Gelli solo di vista, durante l’inaugurazione dello stabilimento Permaflex di Frosinone e, ha aggiunto, di essere poi rimasto sorpreso ritrovandolo in Argentina alla festa d’insediamento del presidente Peron. Andreotti, come dimostra il caso delle bobine di La Bruna, mente. Ed è anche smentito da molti testimoni, Gelli compreso. Se tra le carte sequestrate a Castiglion Fibocchi sono stati ritrovati i numeri di telefono di Andreotti ed Evangelisti e uno strano bigliettino di auguri indirizzato da Andreotti a Gelli nel quale il politico, in buona sostanza, ricordava al capo massone come l’uccellino che si posa sul ramo troppo debole rischia sempre di cadere, agli atti della commissione sono invece finite decine di testimonianze sull’intensità delle loro relazioni. Giovanni Fanelli, capo gruppo P2 e collaboratore dell’ufficio affari riservati del Viminale, diretto dal prefetto D’Amato, ha per esempio affermato di aver accompagnato personalmente Gelli a vari appuntamenti con Andreotti e Francesco Cossiga. Clara Canetti la vedova di Roberto Calvi, ha invece ricordato che suo marito gli spiegò che il vero numero uno della loggia era Andreotti. E anche l’avvocato Fortunato Federici ha di detto aver appreso, da un importante confratello come Ezio Giuchiglia, che Andreotti, soprannominato “il babbo” o il “gobbo”, era al vertice della P2. Una tesi, quella di Andreotti capo della loggia, fatta propria (senza però mai nominarlo) anche da Bettino Craxi, in un celebre editoriale intitolato Belfagor e Belzebù. In quel periodo tra Giulio e Bettino tirava una gran brutta aria. I due non si parlavano da mesi. E a un certo punto persino Gelli aveva tentato di farli arrivare a una riappacificazione. Il gran capo piduista aveva bussato alla porta dello studio del leader del garofano e gli aveva detto: “Posso essere utile per molte relazioni, interne e internazionali: se lei vuole incontrare Andreotti..”. Niente da fare. Craxi gli aveva risposto a muso duro: “Guardi se lo voglio incontrare alzo il telefono e lo chiamo”. Per la pace sarebbe insomma stato necessario attendere qualche anno. Craxi, infatti, ce l’aveva con Andreotti per l’affare Eni-Petromin, un contratto miliardario concluso dal nostro paese per ricevere petrolio dall’Arabia Saudita. Quando era stato raggiunto l’accordo Andreotti era presidente del Consiglio e aveva personalmente avallato il pagamento a una società panamense di una commissione del 7% in teoria diretta ai mediatori arabi. In realtà era una tangente di 100 miliardi. Un grosso mazzettone che, secondo quanto scrivevano i giornali dell’epoca, era anche in parte destinata alla corrente di sinistra del Psi, facente capo a Claudio Signorile, e in parte agli stessi andreottiani Stando alle più attendibili ricostruzioni, con quei soldi gli uomini di Signorile avrebbero voluto scalzare Craxi dalla sua poltrona di segretario Psi e arrivare anche al controllo del “Corriere della Sera”. Sia Licio Gelli sia il giornalista Pecorelli, come dimostreranno gli appunti e le carte sequestrate, sanno tutto del retroscena dell’affare. Craxi invece capisce solo che qualcuno lo vuole fregare. Rino Formica, ministro craxiano delle Finanze, in parlamento fa il diavolo a quattro. Ma le prove dell’avvenuta corruzione, come sempre, non saltano fuori.
IL CIARRA – Nei primi anni ’90 era difficile trovare un andreottiano più andreottiano di lui. Ciociaro, amico dello scomparso leader MSI, Giorgio Almirante e lui stesso fascista non pentito, Giuseppe Ciarrapico, era (ed è) sempre al fianco di Andreotti. La stima del capo se l’è guadagnata negli anni ’80 seguendo da vicino, per conto del leader Dc, due affari importanti. Il primo, andato male, è il tentato salvataggio del Banco Ambrosiano del piduista Roberto Calvi. Il secondo è la guerra di Segrate, tra Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, conclusa con la consegna (in odor di tangenti secondo le ipotesi della Procura di Milano) della Mondadori nelle mani del futuro leader di Forza Italia. Ciarrapico, con l’attuale presidente del Perugia Calcio Luciano Gaucci, e il defunto leader degli andreottiani romani, l’ex fascista Vittorio Sbardella detto “lo squalo”, è la punta di diamante della schiera di strani e da sempre discussi personaggi ammessi alla corte di re Giulio. Proprietario di aziende produttrici di acque minerali e di tipografie (Evangelisti gli raccomandò Pecorelli per fargli stampare il suo giornale), l’oggi pluricondannato e pluriprocessato Giuseppe Ciarrapico, è sempre vicino ad Andreotti nei periodi di bufera. Tra i suoi dipendenti annovera anche il giornalista Guido Giannettini, un ex agente del Sid condannato in primo grado per la strage di piazza Fontana. Assolto in appello e in cassazione, Giannettini, nel corso delle inchieste dalla magistratura fu coperto dai servizi segreti (che lo fecero anche fuggire all’estero). Quando i magistrati chiesero notizie su di lui, i servizi opposero agli inquirenti il segreto di Stato e spiegarono di averlo fatto perché una richiesta in tal senso era stata avanzata da una serie di politici Dc, tra i quali Giulio Andreotti. L’ex allievo di De Gasperi rispose che non era vero. Ma il contenuto della sua deposizione, resa durante il dibattimento di primo grado, spinse i giudici a chiedere inutilmente alla commissione inquirente l’apertura di un procedimento per falsa testimonianza. Nel 1996, l’ordinovista Edgardo Bonazzi, ha sostenuto davanti ai pm di Milano, di aver saputo da Giannettini che la strage era stata favorita da Andreotti. Giannettini infatti avrebbe spiegato all’amico che l’attentato (non ideato per fare delle vittime) si andava ad inquadrare in un progetto golpistico inizialmente appoggiato, in funzione anticomunista dal leader Dc e dagli Stati Uniti. Bonazzi ha anche aggiunto di essersi convinto della veridicità del racconto di Giannettini quando questi, uscito dal carcere, andò a lavorare per Ciarrapico. Il “re delle acque minerali”, del resto, deve molto al potentissimo Giulio. Soprattutto dal punto di vista economico. Buona parte delle sue fortune nascono dal lavoro di mediatore svolto presso Roberto Calvi per conto di Andreotti nel primi anni ‘80. Nei mesi precedenti al crac del Banco Ambrosiano, infatti, Ciarrapico s’incontra a ripetizione con il banchiere e con la sua famiglia e riesce a farsi imprestare circa 39 miliardi poi utilizzati per acquistare l’Ente Terme Fiuggi. Clara Canetti, la vedova Calvi, racconta, di aver visto Andreotti a Roma proprio con Ciarrapico (e con l’agente segreto-faccendiere Roberto Pazienza). E dice che a quel faccia a faccia ne erano seguiti altri direttamente tra Calvi e il leader Dc. A un certo punto però tra suo marito e Andreotti erano scoppiati profondi contrasti sul modo con cui gestire la crisi (il rischio era il coinvolgimento del Vaticano nell’insolvenza). Ricorda la vedova: “Mio marito mi parlò esplicitamente di minacce di morte ricevute direttamente dall’onorevole Andreotti”. Anche Calvi verrà ucciso dalla mafia. Sarà invece Ciarrapico a dire a Clara Canetti: “Quando vede Craxi gli ricordi che 30 miliardi non sono uno scherzo”. Un riferimento esplicito ai finanziamenti dati dal banco Ambrosiano al Psi. Andreotti, invece, parlando di Gelli, le dice: “Pensi, quel matto vuole vedermi a Hong Kong”. In quegli anni, dunque, Giulio Andreotti frequenta personaggi di ogni tipo. Tra i più singolari c’è il massone coperto Francesco Pazienza, collaboratore esterno del gruppo deviato e piduista del Sismi, diretto dal generale Giuseppe Sansovito. Andreotti nega di conoscerlo. Ma Pazienza, amico di molti boss della mafia italo-americana, invece, è certo del contrario. Nel 1986, Pazienza racconta ai giudici di Bologna, “di essere stato incaricato da Sansovito di condurre un’operazione segretissima, denominata Ossa, una sigla che significava Onorata Società Sindona e Andreotti”. In pratica Pazienza doveva incontrare Sindona negli Stati Uniti e convincerlo a non parlare. Il nome di Andreotti è stato ritrovato, assieme ad alcuni numeri di telefono, nelle agende dell’anno 1981 della segreteria del faccendiere.
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Andreotti, potere e misteri/2 – Il rapporto con Sindona. E l’Ambrosoli “dimenticato”
Quando nel 1972 il "Divo" diventa finalmente presidente del Consiglio, il rapporto con il fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati è già saldissimo. E dopo il crac, il nome del curatore fallimentare freddato da un killer non comparirà mai sui diari del leader Dc, neppure il giorno della sua morte. Ma non è l'unica vicenda oscura del trentennio politico 1950-1980
LOTTA AGLI EVASORI – “E pensare che quando ero all’università l’unico 18 che presi in quel periodo fu proprio in scienza delle finanze”. Nel luglio del ’55 quando Andreotti torna al governo con Antonio Segni presidente del consiglio, cerca di buttarla sul ridere. Segni gli ha affidato il ministero delle Finanze e in Italia se ne sentono quasi subito gli effetti. Andreotti a Milano conosce i grandi imprenditori lombardi. Gli speculatori. I maghi della borsa. Il conte Marinotti, patron della Snia-Viscosa, gli presenta durante una riunione della camera di commercio Michele Sindona, un fiscalista che in Sicilia aveva fatto fortuna commerciando al mercato nero con la mafia e gli alleati. Andreotti resta colpito dalla sua “genialità”. Rientrato a Roma il neo-ministro introduce una postilla all’articolo 17 della legge Tremelloni, voluta dal suo predecessore per tentare di limitare l’enorme evasione fiscale e le speculazioni azionarie troppo spericolate. La legge, tra le polemiche, viene così vanificata. I raiders ringraziano. Poi Andreotti esenta dalle tasse i diplomatici italiani presso la Santa Sede. I beneficiati dalla norma sono solo tre. Due di loro vantano parentele importanti. Sono i nipoti di Papa Leone XIII e di Papa Pio XII, il primo grande protettore di Andreotti. Ma non è finita. Il ministro non si accorge nemmeno dei debiti miliardari accumulati da Giambattista Giuffré, un ex impiegato di banca di Imola, che raccoglieva risparmi promettendo interessi oscillanti tra il 70 e il 100 per cento. La Guardia di Finanza indaga, è vero. Ma Giuffré, legatissimo alle gerarchie ecclesiastiche, ha qualche santo in paradiso. I rapporti delle Fiamme Gialle, corredati dagli interrogatori in cui il banchiere si difende affermando che gli alti interessi promessi erano frutto di “un miracolo della divina provvidenza”, restano lettera morta. Tutta la faccenda rimane segreta. A portarla in parlamento ci penserà il socialdemocratico Luigi Preti, successore di Andreotti alle Finanze. Giulio è nella bufera. Verrà scagionato da una commissione d’inchiesta. Il caso Giuffré, che Andreotti, esattamente come farà con lo scandalo Montesi, andrà a rivangare nel 1980 quando si troverà coinvolto nel secondo scandalo petroli, è comunque un’avvisaglia. E’ la bandierina che segna per il Paese l’inizio di una stagione fatta di mazzette, corruzione, e lotte sotterranee di potere. Alla base del malcostume sempre più spesso c’è la pratica della raccomandazione in cui Andreotti è un vero maestro. Quando scoppia lo scandalo delle banane (una truffa che, in barba alle gare d’asta, permetteva di assegnare ad imprese amiche la commercializzazione di questo tipo di frutta), si scopre che l’amministratore delegato dell’azienda monopoli banane è un suo raccomandato. Andreotti non si scompone. Dalle colonne della sua rivista “Concretezza”, dopo aver ricordato l’esempio di Enrico Di Nicola che mai ne aveva fatta una, spiega che quello dei deputati come lui è un “nobile interessamento” e una “routine pesante non priva di incomprensioni e amarezze”. “Onore a Di Nicola”, dunque, “ma onore anche a quanti servono il prossimo in un modesto contatto umano […]”.
LA DIFESA DI ANDREOTTI – Non basta. Dopo la commissione d’inchiesta sul caso Giuffré, Andreotti finisce al sotto i riflettori di una seconda commissione. E’ quella per il cosiddetto scandalo di Fiumicino, l’aeroporto di Roma costruito sui terreni acquitrinosi di proprietà della duchessa Anna Maria Torlonia, autorevole esponente di una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia vaticana. L’area, acquistata al prezzo di 754.000 lire all’ettaro, non sembrava particolarmente indicata, ma, secondo la stampa dell’epoca, per interessamento di Andreotti, i sondaggi stratigrafici erano stati egualmente eseguiti rapidamente. Nel 1961 tre mesi prima dell’inaugurazione la pista numero uno però sprofonda. Si scopre così che la ditta cui era stata appaltata l’edificazione dell’aerostazione aveva anche costruito la sede della Dc all’Eur. E che, fatto ancor più grave, la direzione dell”Ufficio Progetti” per Fiumicino era stato affidato al colonnello Giuseppe Amici, già condannato per collaborazionismo. Sospeso dal servizio Amici era diventato un consulente di ditte edili. Aveva, infatti, buone entrature in Vaticano. Era amico del presidente dell’Azione Cattolica, era intimo di monsignor Angelini e soprattutto era organizzatore del centro Pio XII “Per un mondo migliore”. La commissione finirà per criticare Andreotti. Giulio in qualità di ministro della Difesa aveva ordinato accertamenti sul passato del colonnello ex collaborazionista. In senato però aveva riferito “affrettatamente” i risultati delle indagini coprendo le responsabilità di Amici. Alla fine l’aeroporto costò decine di miliardi più del previsto. Indro Montanelli commenta: “Fiumicino è il classico pasticciaccio in cui è sempre destinata a sprofondare un’amministrazione tergiversante e spezzata da interessi di ogni genere, dove i funzionari non sono sicuri che la legge conti più del ministro […]”. Durante gli anni che Andreotti trascorre alla Difesa, un ministero chiave che lo mette al riparo dagli agguati e gli attentati politici organizzati contro di lui da altre correnti democristiane, accadrà però molto di peggio. Sono gli anni delle schedature di oltre 150.000 italiani da parte del Sifar. E’ il periodo in cui il generale Giovanni De Lorenzo minaccia un golpe e un piano di deportazione degli avversari di sinistra. E’ il periodo in cui Pietro Nenni di fronte al rischio del colpo di stato accetta, a malincuore, di entrare nel secondo governo Moro. I servizi segreti lavorano a pieno ritmo. Persino su Mario Scelba, “reo” di avere un’amante. L’ex potentissimo ministro degli Interni, infatti, per usare le parole del suo biografo, Corrado Pizzinelli, “è fuori dubbio che tra il ‘63 e il ’65 fosse minacciato da un ricatto”. Pizzinelli racconta: “Una mattina qualcuno ha telefonato a casa di Scelba chiedendogli se poteva ricevere al più presto due ufficiali dell’Arma. I due […] riferiscono di aver ricevuto l’ordine di condurre indagini su di lui… Nel pomeriggio Scelba, in Transatlantico, vede Andreotti e, davanti a testimoni, gli chiede se è vero che sta facendo un’inchiesta su di lui. Il ministro della Difesa nega[…] Scelba se ne va credendo più ai colonnelli che a lui”. Fatto sta che Scelba, il quale aveva deciso di schierare i suoi centristi contro il governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro, cambia improvvisamente idea. Prima, il 13 settembre, annuncia in parlamento che lui e i suoi non daranno a Moro la fiducia. Poi, il giorno dopo, legge un duro attacco dell’Osservatore Romano. E si riunisce con la sua corrente. Si sente Scelba gridare: “Il signor Papa, il signor Papa non può usare questi termini e coartare la nostra coscienza”. Tutti urlano. Protestano. Ma alla fine decidono di obbedire. Il voto arriva. Andreotti, che pure era il responsabile politico dei servizi, dichiarerà sempre di non aver saputo nulla dell’attività di De Lorenzo e del Sifar. Pietro Nenni nei suoi diari si chiede: “E allora, a chi faceva capo il Servizio?”. In quel periodo Andreotti, come gli americani e il Vaticano, è ormai approdato su posizioni favorevoli al centro-sinistra. Il progetto politico è quello di staccare sempre più il Psi dal Pci. I tempi, rispetto al comizio di Arcinazzo, sono insomma cambiati. Anche il ministero della Difesa può ormai essere abbandonato. Nel gennaio del ’66, Giulio trasloca all’Industria. Le cronache dell’epoca raccontano che per trasportare nei nuovi uffici il suo archivio vengono utilizzati sei camion militari.
ANDREOTTI, IL PRESIDENTE – Nel 1972 Giulio Andreotti riesce finalmente a diventare presidente del Consiglio, prima con un monocolore Dc che non ottiene la fiducia delle Camere e poi, dopo le elezioni, con il tripartito Dc-Psdi-Pli. Ma, l’esperienza, almeno dal punto di vista giudiziario, non sarà delle migliori. La pratica del sottogorverno fa aumentare gli scandali e le ruberie in maniera esponenziale. Un coraggioso vice-direttore generale del Tesoro, Amos Carletti, sventa una truffa da 50 miliardi e spiega come grazie a pratiche irregolari sponsorizzate dalla classe politica un gruppo d’importanti imprese avesse cercato di farsi rimborsare falsi danni di guerra. Tra chi sollecitava i pagamenti, come dimostrerà una lettera sequestrata nel corso delle indagini, c’era anche il neopresidente del Consiglio. I rapporti tra Andreotti, il resto della classe politica e le imprese diventano sempre più incestuosi. Tra il ’66 e il ’73 la maggioranza approva una lunga serie di provvedimenti a favore dei petrolieri. E questi allungano, in cambio, tangenti a piene mani. Nel giro di sei anni almeno 13 miliardi finiscono al sistema dei partiti. Tra i leader beneficiati c’è anche Andreotti, il cui nome in codice (Andersen), sarà ritrovato in alcuni appunti sequestrati nel corso dell’indagine. La vicenda però non avrà seguito. Così come sarà archiviata dall’inquirente una denuncia per interesse privato in atti d’ufficio presentata contro di lui dai magistrati di Torino in occasione del secondo scandalo petroli.
LO SCANDALO PETROLI NUMERO DUE – Nel 1974, il generale Raffaele Giudice é scelto dal Governo come comandante della Guardia di Finanza. Nel corso degli anni successivi Giudice, che aveva un figlio al vertice di una raffineria di petrolio a Civitavecchia, renderà di fatto impossibile ogni indagine su un vastissimo contrabbando di combustibili che causò evasioni fiscali per 2000 miliardi. Per sponsorizzare la sua nomina una cordata di importanti petrolieri aveva organizzato una colletta. Nel luglio del ‘74 centocinquanta milioni erano arrivati alla segreteria politica del Psdi che allora, attraverso Mario Tanassi, controllava il ministero delle Finanze. Quattrocentocinquanta milioni erano invece andati nel ‘73 a Dc e Psi. Andreotti, allora, era di nuovo ministro della Difesa. E in quelle vesti aveva concordato con il responsabile delle Finanze la nomina di Giudice. L’ex allievo di De Gasperi come risulterà, dalle inchieste, riceve una serie di lettere di raccomandazione da parte del cardinale Ugo Poletti. E assieme a Tanassi si da fare per inserire il nome del generale nella terna dei candidati papabili. Giudice, non ha i titoli necessari per aspirare a qull’incarico. Durante il consiglio dei ministri, però, Salvo Lima, sottosegretario alle Finanze, e proconsole di Andreotti in Sicilia, si batte per lui come un leone. E ottiene ovviamente ragione. Immediatamente il neocomandante dichiara guerra al colonnello, Salvatore Florio, capo dello’ufficio I della Finanza, colpevole di aver condotto un’indagine sulle attività di Licio Gelli. Tra i due volano parole grosse, poi Florio muore in un incidente stradale. Subito dopo la nomina di Giudice, Andreotti cambia di nuovo poltrona. Nel novembre del ’74 é ministro del Bilancio. Ma il suo arrivo è immediatamente salutato dalle dimissioni da membro del comitato tecnico scientifico del ministero di Paolo Sylos Labini. Lo stimato economista protesta perché Andreotti ha scelto Lima come sottosegretario anche nel suo nuovo dicastero. Sylos Labini scrive una lettera nella quale sostiene che «l’operato dell’onorevole Lima nella gestione del comune di Palermo è stato tale da attirare ripetutamente l’attenzione del giudice penale» e «da indurre la Camera ad accordare per ben quattro volte l’autorizzazione a procedere». Racconterà poi l’economista: «Prima di affrontare in modo così risoluto la questione, avevo tentato di conseguire lo stesso risultato attraverso altre vie. Avevo chiesto a Nino Andreatta di fare intervenire l’onorevole Aldo Moro. Andreatta, dopo qualche giorno, mi disse che aveva posto il problema a Moro e che questi aveva confessato la propria impotenza commentando che Lima “era troppo forte e pericoloso”». Il caso Giudice-Lima, complice l’inquirente, si risolve in una bolla di sapone. In quel periodo, del resto, per una certa politica era assolutamente normale favorire l’imprenditoria privata ricevendo in cambio tangenti e finanziamenti illeciti. Lo dimostra la vicenda dei fratelli Caltagirone (Gaetano, Francesco e Camillo), i tre palazzinari romani che nel 1975 ottengono prestiti dall’Itlacasse per 209 miliardi di lire. Intimi di Andreotti e elemosinieri della sua corrente, i Caltagirone, il 4 giugno del ‘77 festeggiano la nomina di loro fratello Gaetano a Cavaliere della Repubblica con un ricevimento cui vengono invitati oltre all’amico Andreotti, Franco Evangelisti, il ministro del lavoro Vincenzo Scotti, quello del tesoro Gaetano Stammati e ovviamente il comandante della Guardia di Finanza, Raffaele Giudice. A quell’epoca Gaetano Caltagirone dichiara 68 milioni di reddito e tra case all’estero, barche e casinò conduce una dispendiosissima vita da nababbo. Le sue aziende sono però in crisi. E Gaetano non è quindi in grado di onorare gli impegni. La situazione viene più volte segnalata dall’agenzia Op del giornalista Mino Pecorelli, che attacca frontalmente Andreotti e l’Italcasse, noto feudo democristiano. Pecorelli è un caterpillar. Si prepara a pubblicare le fotocopie di una serie di assegni a suo dire “consegnati brevi manu” direttamente al presidente del Consiglio, Evangelisti lo blocca dandogli 30 milioni ricevuti proprio da Caltagirone. Poi candidamente racconta, in un’intervista, che dai Caltagirone arrivavano soldi a palate. Gaetano chiedeva “a Fra’ che te serve” e apriva i cordoni della borsa.
LE BOBINE TAGLIATE – Quando, il 12 marzo del ’74, Giulio Andreotti ridiventa, dopo otto anni, ministro della Difesa, il generale Gian Adelio Maletti, capo dell’ufficio “D” del Sid sta lavorando ormai da un anno su tutti tentativi eversivi ( a partire dal golpe Borghese) avvenuti tra il 1970 e il 1974. Andreotti lo incoraggia ad andare avanti. A fine giugno Maletti gli consegna un rapporto di 56 pagine. In ottobre il ministro riferisce al Parlamento gli esiti dell’inchiesta. E spiega che le conclusioni sono state inviate alla magistratura. La sua immagine di ne esce ovviamente rafforzata. Mino Pecorelli però prende di nuovo ad attaccarlo. Parla di “malloppo” e di “malloppino” lasciando chiaramente intendere che il rapporto di Maletti era stato alleggerito. Non aveva torto. Almeno a sentire le dichiarazioni rese anni dopo alla magistratura milanese dal capitano del Sid Antonio Labruna, l’ufficiale che, nel corso dell’inchiesta di Maletti, aveva registrato una serie di conversazioni con i più stretti collaboratori di Valerio Borghese. Secondo l’agente segreto nel tentato golpe Borghese, oltre alla mafia, era coinvolto anche Licio Gelli, numero uno della Loggia P2, in quel periodo in grande espansione. E tra gli aspiranti golpisti compariva anche uno stretto collaboratore di Andreotti: un altro piduista, l’avvocato Franco De Jorio, direttore del settimanale “Politica e strategia”. Fatto sta che il nome di Gelli e degli altri complici, tutti alti ufficiali dei carabinieri, dell’esercito e della marina, più molti professionisti e magistrati militari, scompaiono dai nastri. Nel corso di una riunione tenuta nel proprio studio, a fine luglio del ‘74, é Andreotti in persona a stabilire che cosa tagliare discutendone con il comandante generale dell’Arma, Enzo Mino, col capo del Sid, l’ammiraglio Mario Casardi. L’ex allievo di De Gasperi copre dunque la P2 e i suoi adepti. Ma il Paese se ne renderà conto solo qualche anno dopo in occasione del crac di Michele Sindona.
SINDONA, LA MAFIA E I FRATELLI DI LOGGIA – “Povero Sindona avvelenato con un caffè..” sospira un falso Amintore Fanfani dall’angolo destro di una vignetta di Alfredo Chiappori. Da quello sinistro un’altrettanto falso Andreotti lo guarda e considera: “più lo mandava giù e più si tirava su”. Era il 20 marzo del 1986 e il finanziere di Patti, il grande elemosiniere della Dc (2 miliardi come sovvenzione al referendum contro il divorzio più 15 milioni al mese di bustarelle) era appena morto suicida (così ha stabilito la magistratura) nel carcere di Voghera. Il vero Andreotti poteva tirare un sospiro di sollievo. Tra tutti gli esponenti Dc, era, infatti, lui quello che aveva avuto i rapporti più intensi con il bancarottiere. Sindona protagonista prima di una travolgente ascesa nel mondo della finanza internazionale e poi di un’altrettanto repentina cauta, aveva tentato di salvarsi rivolgendosi contemporaneamente ai confratelli della P2, alla mafia e alla Democrazia Cristiana. Ma non ci era riuscito. A costo della propria vita gli si era opposto Giorgio Ambrosoli, il curatore fallimentare dei suoi istituti di credito italiani, che, solo nella lotta, aveva trovato ad appoggiarlo un coraggioso vice direttore generale della Banca d’Italia: Marco Sarcinelli. Sindona negli anni ’50 si era impiantato a Milano in via Turati conquistandosi una buona fama di fiscalista. Tra i suoi clienti, accanto ai maggiori industriali lombardi c’era più di un uomo d’onore. Nel ‘57 Cosa Nostra lo aveva scelto come consulente. Stessa cosa avrebbe fatto dopo qualche anno il Vaticano dove era stato introdotto da Massimo Spada, il responsabile dell’Istituto di Opere Religiose, la banca del Papa. Proprio per questo i rapporti tra Sindona e Andreotti saranno particolarmente buoni. Nel ‘73, 12 mesi prima che venga spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura nei suoi confronti per bancarotta fraudolenta, Sindona invita Andreotti a un pranzo di gala organizzato a New York al Woldorf Astoria. L’ex ambasciatore d’Italia a Washington Egidio Ortona, consiglia al politico democristiano di non andare, facendogli capire, sia pure con parole prudenti e misurate, che Sindona è un delinquente. Andreotti risponde che il suo è un viaggio da libero cittadino, e che farà quello che vuole. Entra così al Woldorf Astoria dove, tra il pubblico, come testimonieranno i presenti, c’è il gotha della mafia italoamericana. Davanti a loro Andreotti celebra Sindona come “il salvatore della lira”. Il banchiere lusingato ricambia finanziando la campagna referendaria Dc contro il divorzio. Sindona, in quei mesi, è ancora sicuro di sé. Crede davvero di potersi tirare fuori dai guai. Ma gli andrà male. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa nega la propria autorizzazione all’aumento di capitale della Finambro, una delle società di Sindona. E’ il crac. Inseguito dalla magistratura italiana il bancarottiere si rifugia negli Usa. Qui, prima elabora un piano di salvataggio che, se approvato, verrebbe a costare al contribuente 257 miliardi dell’epoca, poi inizia a ricattare la Dc. Nel 1976, quando Andreotti diventa nuovamente presidente del consiglio, Sindona è dunque un latitante a tutti gli effetti. Ma è tranquillo, perché, come racconterà il massone italo-americano Philip Guarino, amico di Licio Gelli, a uno degli avvocati del bancarottiere, il primo ministro “aveva assicurato il suo completo interessamento” per evitare l’estradizione. In settembre Sindona scrive ad Andreotti una lettera. Lo ringrazia “dei rinnovati sentimenti di stima che ha recentemente manifestato a comuni amici” e gli illustra la sua strategia partendo dalle “pressioni sull’apparato giudiziario e amministrativo”. Sindona vuole la “revoca della liquidazione” delle sue banche. E, con gentilezza, butta lì un primo avvertimento: “Farò presente con le opportune documentazioni che sono stato messo in questa situazione per volontà di persone e di gruppi politici a Lei noti che mi hanno combattuto perché sapevano che combattendo me, avrebbero danneggiato altri gruppi cui io avevo dato appoggi con tangibili e ufficiali interventi”. Il 5 ottobre dello stesso anno Andreotti parte per un viaggio di tre giorni negli Usa dove, secondo quanto racconterà proprio il banchiere, incontra di nuovo il suo vecchio amico siciliano. Nei diari di Andreotti il nome di Sindona comparirà una volta sola. Sul fatto che Andreotti appoggi il piano di salvataggio ideato da Sindona non esistono però dubbi. Nel ‘78 Evangelisti, sottosegretario alla presidenza del consiglio, incontra anche lui a New York il latitante Sindona. Poi i rapporti con il bancarottiere vengono tenuti attraverso il presidente del consiglio di amministrazione del Banco di Roma, Fortunato Federici e, l’avvocato Rodolfo Guzzi, difensore del bancarottiere. Avvengono decine di riunioni. Guzzi, agende alla mano, ricorda di aver parlato per telefono con Andreotti tre volte. Andreotti, interrogato, nega. “Forse era Noschese” dice tirando in ballo il popolare imitare di voci. Noschese, morto suicida da qualche mese, non può smentire. Andreotti in ogni caso informa dell’esistenza del piano il ministro del Tesoro, il piduista Gaetano Stammati, il quale effettua sondaggi in Banca d’Italia. Il direttore generale, Carlo Azelio Ciampi, dice che l’operazione non è possibile. Stessa risposta ottiene Evangelisti dal vice direttore Sarcinelli. Anche un altro piduista, il numero uno del banco ambrosiano, Roberto Calvi si fa portavoce del fratello di loggia Sindona, presso Andreotti. Ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non si sblocca. Il curatore Ambrosoli e la Banca d’Italia, nella persona di Sarcinelli, sono irremovibili. Nel ‘79, però qualcosa cambia. In marzo, a Roma, il giudice di destra Antonio Alibrandi arresta Sarcinelli “per pretestuose imputazioni” (così scrivono i magistrati milanesi) e l’11 luglio un killer della mafia uccide Ambrosoli. Sulle sue agende aveva annotato, tra l’altro: “…Andreotti è il più intelligente della Dc, ma il più pericoloso” e ancora, “Andreotti vuol chiudere la questione Sindona ad ogni costo”. Nei diari di Andreotti, invece, Ambrosoli non verrà mai citato. Nemmeno il giorno dell’omicidio. L’assassinio in ogni modo è stato un errore. Da quel momento Sindona è davvero indifendibile. Il banchiere organizza allora un falso sequestro. Finge di essere stato rapito da un gruppo terroristico e sbarca in Sicilia ospitato dal ghota di Cosa Nostra. Da lì tenta un ennesimo ricatto: paventa il rischio che venga resa pubblica la lista dei 500 esportatori di valuta che aggirando la legge avevano utilizzato le sue banche per portare denaro all’estero. Gli va male. I magistrati che tengono sotto controllo i telefoni dell’avvocato Guzzi svelano il trucco. E quando processeranno il banchiere per l’omicidio di Ambrosoli sosterranno a chiare lettere che quella morte non sarebbe avvenuta se Andreotti non avesse appoggiato il suo piano di salvataggio. Il 4 ottobre del 1984 si apre in parlamento il dibattito sulle responsabilità politiche di Andreotti. L’aula è semideserta. Il Pci decide di astenersi. Giulio Andreotti, ministro degli Esteri nel governo Craxi, non è costretto a dimettersi.
(2/4 – continua)
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