Ieri il Pronto Intervento Vaselina (PIV) ha avuto il suo daffare per sminuire,
minimizzare, indorare,edulcorare, sopire e troncare le scene eversive
di sabato a Brescia, dove un noto delinquente condannato a 4 anni per
frode fiscale, che è anche il leader del secondo partito di governo, ha
arringato una piccola folla di fan esagitati minacciando la magistratura
sotto gli occhi estasiati del vicepresidente del Consiglio nonché
ministro dell’Interno, del ministro delle Riforme istituzionali e del
ministro delle Infrastrutture e Trasporti. Scene che anche in Mozambico
avrebbero provocato, nell’ordine: l’intervento del capo dello Stato e del
presidente del Consiglio, con immediata revoca delle deleghe ai tre
gaglioffi e caduta del governo. Anche perchè la libera stampa non
avrebbero dato tregua al premier, per sapere se condivida il gesto dei
tre ministri e soprattutto se davvero si sia impegnato con B. a
“riformare” la Giustizia e la Consulta come indicato, anzi intimato da
B. Fortuna che in Italia, salvo rare eccezioni, la libera stampa non
c’è. Ecco dunque all’opera le truppe scelte dei salivatori, vaselinisti,
pompieri e anestesisti, addestrati a ingoiare e a far ingoiare
qualunque rospo o pantegana, per convincere gli italiani che sabato a
Brescia, in fondo, non è successo niente. Anzi, i contestatori devono
scusarsi molto col Pdl per i fischi divisivi e gli slogan eversivi.
Polito Lindo. Il quotidiano più ardito e marziale, nel descrivere la
maschia prestazione di B., non è il Giornale di Sallusti (che si
accontenta di un fiacco “Berlusconi: io resto qui”). Ma il Corriere
della sera, che titola senz’alcuna virgoletta: “Berlusconi: non mi
fermeranno”. Così qualcuno penserà che i giudici impegnati nei processi
Mediaset e Ruby intendano “fermarlo”. Il virilissimo titolo è compensato
da un editoriale del noto emolliente Antonio Polito, che riesce a
scrivere restando serio: “Il discorso di Berlusconi è di forte sostegno
al governo, nonostante la sentenza” Mediaset. Il titolo è già tutto un
programma: “Il pagliaio”. La tesi è che purtroppo la politica italiana è
minacciata dal rischio di “altri fuochi”, a causa della troppa “paglia
lasciata in eredità dalla seconda Repubblica”. Per cui a mettere a
repentaglio le istituzioni non sono gli attacchi eversivi di B. al terzo
potere dello Stato, ma fenomeni di autocombustione che, “da entrambe le
parti”, potrebbero riattizzare l’incendio. Del resto, spiega Polito
Lindo, “è un diritto del Pdl quello di sventolare le sue bandiere, anche
sulla giustizia”:che sarà mai. Ciò che “è inquietante e non
tollerabile”, piuttosto, è “la riapparizione nelle piazze di gruppi di
facinorosi” che osano contestare l’eversore che insulta la magistratura e
non ne riconosce le sentenze (ma solo quelle a lui sfavorevoli).
L’unico “errore” di B. è stato quello di “pretendere” che alla sua
gazzarra “fosse presente anche Alfano”. Ma per fortuna l’“Alfano e i
ministri presenti se ne sono dimostrati consapevoli, andando sì ma senza
mettersi troppo in mostra”. Ecco, sono andati a Brescia, ma quasi di
nascosto, dunque meritano un encomio solenne per il loro “salutare
autocontrollo”. Evidentemente Polito el Drito si aspettava che facessero
anche un salto a Milano per orinare sul portone del Tribunale, invece
se ne sono sobriamente astenuti, il che fa ben sperare per la tenuta del
governo, che “è sempre bene ricordare che è l’unico che abbiamo” (di
solito di governi ne abbiamo due o tre insieme: stavolta, invece, uno
solo). Vaselina severgnina. Molto utile, per spegnere i fuochi nel
pagliaio, anche lo scoop di Beppe Severgnini che intervista il direttore
della Polizia Postale che gli annuncia in esclusiva mondiale
l’imminente nascita di “un nuovo portale web della Polizia con finestre
di dialogo, compresi i social network”. Strumento decisivo per stroncare
sul nascere la minaccia della “violenza digitale” che “annuncia quella
fisica”. Strepitosa l’ultima domanda: “Una cosa che la rende
orgoglioso?”. E pure l’ultima risposta: “La soddisfazione di aver mosso i
primi passi per la creazione di reti di cooperazione tra organismi che
contrastano il cyber crime in tutto il mondo”. Con scappellamento a
destra. È stato un caso. La Stampa ha meditato molto sulle parole per
non dire quel che è accaduto a Brescia, poi ha optato per uno splendido
“Pdl in piazza, un caso nel governo”. Così il lettore distratto può
pensare a una casualità fortuita: per pura combinazione, senza mettersi
d’accordo prima, B. e i suoi ministri si sono ritrovati nello stesso
giorno alla stessa ora nella stessa piazza di Brescia. Guarda un po’,
alle volte, i casi della vita. Nel puntuto editoriale, Marcello Sorgi
spiega che il problema non è quel che B. ha detto dei magistrati, ma che
le sue parole possano “indebolire l’equilibrio del governo” e
soprattutto il fatto che “a dettare la linea sono ancora le frange
estreme dei due schieramenti, contrarie a qualsiasi tregua o
pacificazione orientate a riprendere appena possibile la guerra civile
degli ultimi vent’anni”. Naturalmente Sorgi non spiega quale guerra
civile si sia combattuta negli ultimi vent’anni, ma soprattutto quale
“frangia estrema” del Pd (ormai estinto, e dunque sprovvisto di parola)
sia paragonabile allo stato maggiore del Pdl, tutto in piazza a Brescia.
Struggente l’esortazione finale a B. perchè “lasci al suo posto il
ministro dell’Interno, senza coinvolgerlo nell’ennesima battaglia sulla
giustizia”: Alfano ne risulta come un ficus, una pianta grassa che viene
spostata da un luogo all’altro dal padrone di casa a seconda di dove
batte il sole. Villa Arzilla. Fiacco nel titolo di apertura, il Giornale
di Sallusti si riscatta nelle cronache grazie alla vivacità di Gabriele
Villa, già responsabile delle pagine del golf, poi promosso alla
cronaca dopo l’ottima prova fornita nel caso Boffo. Con uno scoop degno
di miglior evidenza, il Villa rivela che prima del comizio, “proprio
sotto il palco”, s’è svolta “una lunga, drammatica, estenuante
trattativa tra gli uomini della scorta, le forze dell’ordine e lui,
Silvio Berlusconi. Visto “il rischio altissimo di un attentato”, quelli
“si sfozano in tutti i modi di convincere il cavaliere a indossare il
giubbotto antiproiettile”, ma lui niente: “come sempre, non cede. Non si
cura delle preoccupazioni”. E impavido “attacca a parlare, senza
indugi, senza tentennamenti. Come sempre”. Nessuno sparo, per fortuna, a
parte le cazzate sparate da lui medesimo. Alla fine però “la commozione
per l’accoglienza e l’entusiasmo della folla prende il sopravvento”. E i
suoi – rivela il Villa – “lo vedono sbiancare in volto. Ma
fortunatamente è solo un calo di zuccheri. Il Cavaliere è pronto a
rimontare in sella per nuove avventure”. Slurp. Un po’ statista un po’
no. “Lo statista Berlusconi veste da eversore”, titola l’Unità. Il
giornale di Letta e di governo va capito: deve contemporaneamente
sostenere il governo Berlusconi-Letta e fingere di attaccare Berlusconi
per non perdere anche gli ultimi lettori. Dunque si produce in
equilibrismi mai visti neppure al circo Togni. Sentite Claudio Sardo, il
pensoso direttore affetto da inguaribile sindrome bipolare: “Di fronte a
noi c’è il Berlusconi centauro. Per metà responsabile, per metà
eversore. Un giorno veste i panni da statista, l’altro giorno esprime
violenza istituzionale”. Ecco, resta da capire quando mai, nella sua
vita, B. sia stato “statista” o “responsabile”. Ma Sardo lo vede così,
forse in sogno. A questo punto un eventuale lettore, letto il titolo
dell’editoriale (“Il punto di ripartenza”), si domanda: e allora, che si
fa? Si continua a governare con quel tipaccio, eversore e violento? La
risposta purtroppo non arriva. C’è invece un esilarante accenno alla “tenaglia Berlusconi-Grillo”. Ma certo, dimenticavamo: il Pd governa con
B., Letta non dice una parola contro la marcia su Brescia, e la colpa
di chi è? Dei 5Stelle, che vanno in piazza a contestare B. e vogliono
sbatterlo fuori dal Parlamento. Che sia l’ultima volta. Anche Eugenio
Scalfari ha le visioni: “Letta, parlando nella mattinata di ieri
all’assemblea del Pd, aveva già manifestato il suo dissenso sulla
presenza di ministri del suo governo all’iniziativa di Berlusconi”.
Purtroppo quel fatto non è mai avvenuto: sia perchè l’“iniziativa di
Berlusconi” (quanto soave pudore in quest’espressione!) si è svolta dopo
le 18 e Letta ha parlato appunto “in mattinata”; sia perchè Letta non
ha detto un monosillabo contro la marcia di Alfano, Lupi e Quagliariello
su Brescia. Poi però Scalfari gliele canta chiare al governo:
“Segnaliamo la necessità assoluta che mai più si ripetano fatti
analoghi… Sarebbe intollerabile che questo ‘vulnus’ si ripetesse”. Per
non trarre le conclusioni e non dire che non si può stare al governo con
chi va in piazza contro la magistratura, Scalfari fa come i pretini da
oratorio con i ragazzini che vanno a confessare una pugnetta: “Vabbè, ti
assolvo, ma non farlo più”. Ecco: una volta passi, purchè sia l’unica
(peccato che la stessa scena sia già accaduta un mese fa, per giunta
davanti al Tribunale di Milano). Nemmeno una parola sul dettagliato
programma contro la giustizia enunciato per un’ora dal Cainano sul palco
di Brescia: Scalfari non l’ha sentito o, se l’ha sentito, preferisce
sorvolare, se no poi la gente capisce che la piazzata dell’altroieri non
è una fiammata solitaria, ma è solo l’antipasto di un’offensiva appena
cominciata che nei prossimi mesi ci porterà fin dentro il finale de “Il
Caimano”. Mirabile la chiusa scalfariana: “Il presidente Letta
intervenga ancora (sic, ndr) con la massima ed esplicita chiarezza
(ri-sic, ndr). Un aut aut è indispensabile se il governo vuole
continuare a esistere con l’appoggio del Pd e della pubblica opinione
democratica”. Chissà dove l’ha vista, Scalfari, tutta questa “pubblica
opinione democratica” entusiasta per l’inciucio. Forse in un’altra
visione. Ora si attende il terribile aut aut del tonitruante Letta per
mettere in riga i tre ministri: pare che li abbia già severamente
strapazzati stanotte, portandoli in camera sua sul letto a castello
nell’abbazia di Spineto, per fare spogliatoio. Ucci ucci Sabbatucci. I
migliori elementi del Pronto Intervento Vaselina li schiera il
Messaggero. Anche per Giovanni Sabbatucci il guaio non è il fatto del
giorno, cioè l’ennesimo bombardamento berlusconiano contro magistrati e
Consulta, ma il fatto che le sue parole “complicano al vita al governo e
fanno montare l’insofferenza non solo dei gruppi radicale e
pentastellati, ma anche di un bel pezzo del popolo della sinistra,
nell’editoriale, A pagina 2, come spesso si usa fare in nome del
pluralismo, ecco due interviste contrapposte sui fatti di Brescia: una
pro e l’altra invece pro. “Lupi: una bella manifestazione, le identità
non vanno temute”. “Caldoro: non sono andato ma l’uso politico delle
toghe c’è”. È la nuova par condicio della pompa, il neo-contraddittorio
della saliva. Meraviglioso il retroscena a pagina 3: “La moral suasion
del Colle: scontro frontale disinnescato”. Uno scoop mica da ridere,
purtroppo senz’alcun riscontro fattuale, ma con molti riferimenti
medianici e telepatici: “vero – similmente Napolitano avrebbe preferito
che la manifestazione di Brescia fosse evitata”. Il Colle non ha mai
detto nulla in proposito, ma “vero – similmente“ l’ha pensato, dunque è
senz’altro così. In ogni caso, grazie alla fantomatica “moral suasion
del Quirinale” (che però oppone il “no comment”), “il peggio è stato
evitato, anche perchè il Pdl non ha esasperato i toni oltre misura”.E
chissà qual è l’unità di misura dei toni esasperati e del peggio per i
ventriloqui napolitani, se dire – come ha fatto B. – che i magistrati lo
odiano ed emettono sentenze politiche per eliminarlo e che la Consulta è
al servizio della sinistra è sintomo di “toni non esasperati”, anzi di
un “peggio evitato”. Evidentemente il Pronto Intervento Vaselina si
attendeva che B. e i suoi tre ministri sganciassero l’atomica sul
Tribunale di Milano o lo bombardassero col napalm o vi sbarcassero con
truppe aviotrasportate. In fondo, ci è andata di culo.
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lunedì 13 maggio 2013
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