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martedì 16 aprile 2013
Progetto Forconi - Marco Travaglio - Il F.Q.16/04/2013
Sono 15 anni che i dirigenti del centrosinistra (sempre gli stessi),
fan di tutto per costringere i loro elettori (sempre meno numerosi) a
inseguirli con i forconi. Per loro fortuna hanno elettori molto pazienti
e tolleranti, roba che al confronto Giobbe era un nevrastenico. E,
almeno finora, hanno salvato la ghirba. Adesso
però i forconi si avvicinano, se è vero (ma forse è uno scherzo) che i
candidati del Pd al Colle sono quelli che si leggono sui giornali:
Amato, Finocchiaro e Marini (ma solo perché Oetzi s’è detto
indisponibile, e pare perfino che sia morto). Amato si ritirò dalla
politica la prima volta vent’anni fa, aprile ’93, quando cadde il suo
primo governo pieno di ministri inquisiti: “Per cambiare dobbiamo
trovare nuovi politici. Per questo, confermo che ho deciso di lasciare
la politica, dopo questa esperienza da primo ministro. Solo i mandarini
vogliono restare sempre e io sono in Parlamento ormai da dieci anni”.
Infatti nel ’94 divenne presidente dell’Antitrust grazie a B., ancora
riconoscente per il suo decreto salva-Fininvest dell’84 contro i pretori
cattivi. Infatti, in tre anni di Antitrust, Amato non si avvide mai del
trust berlusconiano in fatto di tv e pubblicità. Nel ’97 annunciò il
suo secondo ritiro dalla politica: “Torno all’insegnamento a tempo
pieno, non potrò avere altri incarichi”. Tantopiù che aveva maturato una
pensioncina di 31 mila euro al mese. Meno di un anno dopo, rieccolo al
governo: ministro delle Riforme con D’Alema. Talmente bravo che nel ’99
B. voleva lui o la Bonino al Quirinale, poi ripiegò su Ciampi. Che fu
rimpiazzato, al Tesoro, proprio da Amato. Nel 2000 cadde anche D’Alema e
Amato mise le mani avanti: “Io al posto di D’Alema? Per me il problema
non esiste”. Infatti subito dopo tornò a Palazzo Chigi al posto di
D’Alema. Anche perché intanto era morto Craxi e il fax di Hammamet, che
da anni vomitava dispacci sul ruolo di Amato nel sistema finanziario del
Psi, si era provvidenzialmente spento. Così, di ritiro in ritiro, Amato
ha messo insieme una collezione di poltrone che nemmeno Divani &
Divani: quattro volte deputato, due volte premier, due volte ministro
del Tesoro, e poi ministro dell’Interno, presidente Antitrust,
vicepresidente della Convenzione europea, presidente della Treccani,
della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa e del Comitato dei garanti per i
150 anni dell’Unità d’Italia, consulente di Deutsche Bank, consigliere
di Monti per i tagli ai costi della politica (mai fatti, of course ).
Infatti ha scritto a Repubblica : “Non faccio parte della casta”. Ora B.
lo rivuole sul Colle, il che è comprensibile. Molto meno comprensibile
che, a indicarlo, sia il Pd. Se non, appunto, nell’àmbito del geniale
Progetto Forconi. Che aiuta a spiegare anche la scelta della
Finocchiaro. Ieri, replicando al “miserabile Renzi”, la Ségolène de
noantri ha dichiarato restando seria: “Non mi sono mai candidata a
nulla”. Si vede che la candidano gli altri a sua insaputa. Parlamentare
da otto legislature, ministro delle Pari opportunità, presidente della
commissione Giustizia, capogruppo, candidata a governatore di Sicilia e
ovviamente trombata, celebre per il bacio a Schifani neopresidente del
Senato, ma anche per il sì al Ponte sullo Stretto e all’immunità
parlamentare. Se l’inciucio e la casta avessero una faccia, la sua
sarebbe perfetta. Notoriamente schiva e modesta, nel ’96 dichiara di
avere “tutti i titoli per essere ministro della Giustizia”. Un’altra
volta le sentono dire: “Un uomo, col mio curriculum, l’avrebbero già
fatto presidente della Repubblica”. Al Quirinale sarebbe la prima donna
ma soprattutto la prima consorte di un imputato: il marito Melchiorre
Fidelbo è da oggi alla sbarra a Catania per truffa alla Regione, avendo
ottenuto un appalto senza gara. Figurarsi la serenità dei giudici se la
sua signora diventasse capo del Csm. Signori del Pd, ma siete diventati
matti?
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